JUDO E SOCIETÁ 4

JUDO E SOCIETÁ 4

Siamo giunti al quarto appuntamento della interessantissima rubrica del mercoledi’ sera “JUDO E SOCIETÁ” curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’Educazione. Buona lettura!   Metafisica del Judo: il tatami e il senso della nostra pratica   Praticando Judo quotidianamente in luoghi  chiamati palestre non ci rendiamo più  conto che diventiamo  ciò che siamo, non solo [...]

Pubblicato da G. Tribuzio il 29 apr 2015 in Bari

Siamo giunti al quarto appuntamento della interessantissima rubrica del mercoledi’ sera “JUDO E SOCIETÁ” curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’Educazione. Buona lettura!

 

Metafisica del Judo: il tatami e il senso della nostra pratica

 

Praticando Judo quotidianamente in luoghi  chiamati palestre non ci rendiamo più  conto che diventiamo  ciò che siamo, non solo per ciò che facciamo, ma anche per “come” lo facciamo influenzati dal luogo  “dove” pratichiamo.

Ebbene il tatami sul quale pratichiamo judo, generalmente chiamata materassina dai profani, non è solo un’attrezzatura sportiva, senza della quale non sarebbe possibile  esercitarci, ma rappresenta qualcosa di più.

In Giappone il tatami di paglia di riso è il pavimento sul quale  normalmente  si svolge la  vita  familiare e sul quale è possibile  muoversi solo senza calzature, per ovvie ragioni igieniche.

Il Judo sin dalla sua nascita ha fatto uso del tatami sia per ragioni di sicurezza, che di igiene, ma per il fatto che  veniva allestito in un ambiente particolare chiamato Dojo,( luogo in cui ci si sveglia progressivamente tramite lo studio e l’insegnamento)  assumeva un’altra funzione, in questo caso “simbolica”, che non è possibile trovare in altre discipline da combattimento. La lotta per esempio  utilizza  una materassina, che non ha  nulla a che vedere  con il tatami, in quanto serve solo ad attutire l’impatto in caso di proiezione  al suolo.

 

Allora chiediamoci: cosa rappresenta il tatami per i judoka?

Il tatami  lo dobbiamo intendere come un  enorme palcoscenico, allestito in un teatro (dojo) sul quale siamo chiamati, in quanto attori, a recitare la nostra  parte, rispettando le regole  ad esso associate.

Innanzitutto sul tatami si sale. Cosa vuol dire ciò? Che  esso è  posto ad un livello superiore rispetto al pavimento, che normalmente calpestiamo.

L’atto del “salire” è simbolicamente il segno di  distacco dal resto  dell’ambiente. Salire ha sempre voluto significare che  si va verso una dimensione “altra”, dove avviene altro rispetto alla normale routine quotidiana. Gli attori “salgono sul palcoscenico” proprio perché nel loro recitare entrano in un’altra realtà. Si afferma lo stesso concetto  quando un insegnante “sale in cattedra”,  o quando un re “sale al trono”, o un Papa, appena eletto, “sale sul soglio”  pontificio. Anche in ambito religioso, per esempio nel Credo  si recita che  Cristo “salì al cielo” dopo la resurrezione.

Quindi salire sul tatami rappresenta un momento di trasformativo del nostro  agire. Se a ciò  aggiungiamo anche  che prima di salire sul tatami si lasciano  sul pavimento le proprie calzature, il gesto diventa ancora più significativo. Si sale a piedi nudi. Nel libro dell’Esodo   a Mosè viene detto in modo categorico da Dio, di togliersi i calzari perché il luogo dove si trovava era luogo sacro.

 

Una  volta saliti sul tatami si  rimane sul limite esterno in attesa di  ricevere il permesso da parte del maestro di “entrare” . Ecco che ci imbattiamo in un altro verbo che indica il proseguimento dell’azione: entrare. Anche in questo caso   abbiamo bisogno di oltrepassare il limite, la soglia, che delimita l’esterno dall’interno.

Fuori dal tatami non si è ancora judoka, si è pronti per diventarlo, ma non lo si è ancora. Si è in attesa dell’accettazione da parte del maestro che  appena vi consente di  entrare vi offre l’opportunità di crescere  sotto la sua guida: si assume la responsabilità di  educarvi. Una  volta  entrati in questa nuova dimensione implicitamente si accettano le regole che disciplinano la pratica comune.

Accettare, condividere e rispettare sono altri tre verbi strettamente  legati tra di loro, quasi a formare una catena che vincola i judoka ad assumere un comportamento morale, non perché hanno firmato un contratto, ma perchè hanno dato la propria parola. La parola d’onore del judoka afferma che ogni suo agire sarà finalizzato al bene comune, alla crescita collettiva oltre che a quella personale. La parola del judoka torna a diventare “logos”, torna a valere come  è più di un documento firmato, perché la parola  dice di noi, dice ciò che siamo, dice  della nostra persona della nostra dignità. La parola dell’uomo precede la sua ombra,  le lascia spazio e onore.

Accettare di stare insieme per un  ideale, per condividere un percorso spesso faticoso,  ma anche gioioso,  fatto di  momenti di affermazione ed esaltazione, come anche di sconforto e delusione, vuol dire assumersi la responsabilità del proprio agire.

Condividere vuol dire vivere insieme le stesse esperienze formative, darsi coraggio, sostenersi nei momenti del bisogno, sviluppare in senso più  profondo ciò che in genere chiamiamo solidarietà. Ciò è possibile  perché si ha una identità in comune, un’appartenenza ad un ideale.

 

Infine il verbo rispettare (dal latino  respectare, intensivo di respicĕre, part. pass. Respectus)che vuol dire: riguardare, aver riguardo.

Sulla valenza sociale del rispetto e della sua importanza  nella relazione intersoggettiva il sociologo americano Richard Sennett a questo proposito scrive che «La mancanza di rispetto, anche se meno aggressiva di un insulto diretto, può ferire in maniera altrettanto viva. Non c’è insulto, ma nemmeno riconoscimento; la persona coinvolta semplicemente non viene “vista” come essere umano pieno, la cui presenza conti qualcosa».[1]

La carenza di rispetto, quindi,  secondo Sennett, è molto simile ad una carestia, con una piccola  differenza però, che  la mancanza di rispetto  è opera della volontà umana e nonostante non abbia un alcun costo, non si riesce a capire perché se ne dispensa  sempre così poco.

In genere si ha poco rispetto delle cose quanto delle persone. Per questa semplice ragione sul tatami di deve aver cura  del proprio judogi, affinché sia  pulito, ben indossato, non trasandato;  che la cintura sia ben annodata. Poi, quando si entra in relazione con il compagno di pratica, aver cura  e rispetto della sua persona, della sua condizione fisica e mentale. Rispettare i suoi tempi di apprendimento, le sue paure, le sue incertezze.

È  evidente che non si può pensare  che altri possano aver valore, quando  si ritiene se stessi il valore assoluto. Quindi  una volta entrati  nella sfera di influenza del dojo, se si è troppo pieni di sé  non c’è più spazio  per niente e  per nessuno. La vita degli altri, il lavoro degli altri, il dolore degli altri, non ci coinvolgono più di tanto e quindi non sono degni di rispetto.

Il tatami, pertanto, durante la lezione di Judo  non rappresenta più una superficie sulla quale cadendo  non ci si fa male, esso è il mondo. Rappresenta il mondo delle relazioni umane. Ci si incontra , ci si confronta, ci  si aiuta, ci si sostiene, si  impara a combattere, a sacrificarsi. Si impara a muoversi nello spazio, rispettando i confini, mantenendo la postura sapendo che ogni  gesto,ogni  atteggiamento può essere decisivo per raggiungere l’affermazione di sé, per poter subito rinunciare a se stessi. Il saluto, sul tatami, non è solo un gesto di cortesia dovuto, ma è l’espressione di un sentimento, di una regola morale  che ci indica ciò che è bene  fare per mostrare rispetto e sincerità  nel nostro agire.

Quando si esce dal tatami, si lascia una parte della propria vita ancora lì, in attesa di ritrovarla la volta successiva, si esce da una  atmosfera all’interno della quale, siamo protetti e proteggiamo  pur rischiando il fallimento totale del nostro agire,che è sempre  gratuito. Si esce dal tatami come se si abbandonasse l’utero materno, perché ogni sera si nasce ad una  nuova  vita, che ci vive fino alla prossima entrata.

Quando si scende dal tatami, si ritorna a mettere i piedi per terra, a calzare le scarpe. Si scende portando con sé non solo stanchezza, ma entusiasmo per aver vissuto una realtà che  si cerca di trasmettere a chi questa esperienza non l’ha ancora vissuta. Ma le parole non  bastano per raccontare la trasformazione  che ci vive dentro, che lentamente ci educa e ci restituisce ad un mondo che ha bisogno di noi per allargare  gli orizzonti  della conoscenza  e della coscienza.

La magia del judo è tutta qui, in questa “metafisica”, che non traccia confini immaginari, ma contribuisce alla realizzazione  concreta del “tutti insieme…” tanto  caro al  prof.  Kano quanto spesso disatteso, per semplice “dimenticanza”.

Continua…

 

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[1]R. SENNETT, Rispetto, il Mulino, Bologna 2004, p.21.


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