JUDO E SOCIETÁ 2

JUDO E SOCIETÁ 2

Il secondo appuntamento con l’interessantissima rubrica del mercoledì sera dal titolo “JUDO E SOCIETÁ” curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, Sociologo dell’Educazione. Buona lettura!   A PROPOSITO DI “TUTTI INSIEME PER…” Sempre più spesso, andando in giro per convegni e tavole rotonde, ma anche a lezione, mi capita di  dover spiegare la diversità del Judo rispetto ad [...]

Pubblicato da Giuseppe Tribuzio il 15 apr 2015 in Bari

Il secondo appuntamento con l’interessantissima rubrica del mercoledì sera dal titolo “JUDO E SOCIETÁ” curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, Sociologo dell’Educazione. Buona lettura!

 

A PROPOSITO DI “TUTTI INSIEME PER…”

Sempre più spesso, andando in giro per convegni e tavole rotonde, ma anche a lezione, mi capita di  dover spiegare la diversità del Judo rispetto ad altre discipline sportive o presunte tali.

Il Judo per esplicito  volere del suo  creatore, prof. Kano, non può essere inteso  solo come metodo, seppur efficace, di educazione fisica della gioventù, ma come medium, come strumento,  in grado di veicolare  un’ educazione morale  capace di  formare interiormente una nuova persona; consapevole che oltre alla propria individualità è indispensabile coltivare un sentire comune, da condividere insieme agli altri, per consentire la crescita dell’intera società, lungo il percorso della modernità.

Il problema che si pone Kano, un secolo fa, ma che oggi è ancora attuale, è questo: come trasmettere un principio  morale a giovani in formazione e far sì che venga  compreso, e non solo  capito?

La regola aurea dell’etica, tramandata dai grandi filosofi del passato è la seguente: “Non fare ad altri ciò che non vuoi che altri facciano a te”, o anche in senso positivo: “Fai ad altri ciò che vorresti che altri facessero a te”. Tutti siamo concordi nell’affermare questo principio, ma poi, nei fatti,  spesso non agiamo  in  questo modo. Cerchiamo di prevalere  egoisticamente sul nostro  vicino di casa, sul  nostro compagno di scuola, sul nostro collega, sul nostro avversario, utilizzando mezzi meschini, non onesti, che ledono la dignità  della persona.

Nella pratica del Judo, Kano enfatizzerà la cura della sicurezza di Uke, come principio  di responsabilità da parte di Tori. La correttezza del gesto tecnico va perseguita non solo per la sua efficacia, ma principalmente per salvaguardare la incolumità di Uke, perché i ruoli  si alternano; per cui  non “fare ad altri ciò che non  vorresti che altri facciano a te”,  non è più un principio morale  teoretico, ma diventa una regola morale da osservare praticamente, in ogni momento, in ogni contesto.

Jigoro Kano sa benissimo che questo principio morale non può essere  vissuto individualmente, perché nella  sua applicazione ha bisogno, necessariamente,  della presenza dell’altro, diverso da me, ma che con me  condivide un progetto di vita. Quindi,  chi pratica Judo  capisce  prima e meglio di altri quanto sia importante che un principio morale  vada  condiviso, affinché “tutti insieme si possa progredire, di comune accordo, verso la realizzazione di una società più equa e inclusiva, nel rispetto delle diversità”.

La modernità di Kano, contagiata enormemente dalla cultura occidentale, sia dal punto di vista sociologico che pedagogico, ha fatto sì che il suo Judo non restasse un aspetto  folcloristico del Giappone, come tanti altri, rigidamente chiuso  nelle sue tradizioni, ma varcasse i confini nazionali per approdare in Occidente. Qui si è diffuso e si è perfezionato grazie al contributo  di tutti, non solo  come sport  mediatore di valori, ma anche come  modello educativo in grado di proporre insieme alla cultura fisica, la cultura morale e intellettuale, che era già presente nella nostra civiltà classica.

Nel “Teeteto” di Platone, si discute sul significato della conoscenza, e Socrate dialogando con il giovane Teeteto gli chiede: “E dimmi il nostro corpo non si corrompe con la quiete e con l’inerzia, mentre assai a lungo si conserva con gli esercizi e il moto?  […] E l’anima non acquista sapere con l’istruzione e con lo studio, che sono moti, e si conserva e diviene migliore; mentre  con la quiete, che è assenza d’istruzione e di studio, non impara niente, e quel che impara dimentica?”.

Anche il fondatore del Judo Kodokan punterà molto sull’istruzione, sulla cultura, sull’educazione dei giovani e sulla sua valenza sociale, per questa ragione il Judo  ha una sua diversità, che bisogna  orgogliosamente salvaguardare, sempre: nei Dojo, in gara, a scuola, ovunque.

Continua…

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JUDO E SOCIETÁ – Presentazione

 

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