JUDO E SOCIETÁ 5

JUDO E SOCIETÁ 5

Siamo giunti al quinto appuntamento della rubrica del mercoledi’ sera “JUDO E SOCIETÁ” curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’Educazione. Argomento di quest’oggi e’: L’ABITO FA TANTO, E SI VEDE. Voi che cosa ne pensate?   L’ABITO FA TANTO, E SI VEDE. Quando si inizia a praticare  Judo  tutti  si imbattono nel  primo momento critico: la [...]

Pubblicato da G. Tribuzio il 13 mag 2015 in Bari

Siamo giunti al quinto appuntamento della rubrica del mercoledi’ sera “JUDO E SOCIETÁ” curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’Educazione. Argomento di quest’oggi e’: L’ABITO FA TANTO, E SI VEDE. Voi che cosa ne pensate?

 

L’ABITO FA TANTO, E SI VEDE.

Quando si inizia a praticare  Judo  tutti  si imbattono nel  primo momento critico: la vestizione. Indossare per la prima  volta il judogi ci fa sentire strani, impacciati, ma anche un  po’ euforici. Assumiamo una nuova identità. Apparteniamo finalmente a questa nuova e grande famiglia che se andrà tutto bene ci accompagnerà per moltissimi anni.

Vestire l’abito è sempre stato un momento particolare, un rito per certi versi, ancora  in uso negli ambiti  religiosi o anche militari o sanitari. L’abito, la divisa, il camice bianco, rappresentano  qualcosa che chiunque può riconoscere e capire subito con chi ha a che fare.

Si dice  con convinzione che “l’abito non fa il monaco”, come anche che  “la barba non fa il filosofo”, ma l’abito induce chi lo indossa a comportamenti consoni a quel ruolo. Un agente in divisa deve  comportarsi  solo nel modo  che  quel ruolo gli chiede e non altro. Un medico, un infermiere non possono  non avere una certa relazione con i pazienti.

E chi veste il judogi che comportamento deve avere? Che significato ha  questo indumento?

Il judogi possiamo dire che è la mentedel judoka. L’abito che si indossa  non è solo l’abito che ci copre e che ci consente di  praticare il Judo, esso rappresenta  una mente pura, la mente del principiante, libera da ogni pregiudizio e sempre pronta ad apprendere. Il suo colore bianco ci accomuna e deve essere privo di ogni segno identificativo che possa dividerci dagli altri. Come il colore dei petali del fiore di ciliegio, rappresenta l’invito al dialogo, è la pagina sulla quale è possibile scrivere  e lasciare traccia del proprio pensiero. Il judogi, se ancora resterà bianco nel tempo, vorrà  dire ancora qualcosa di intrinseco inerente alla pratica  del Judo. Come ogni abito  che ci espone agli altri il judogi non solo va indossato con dignità, ma va tenuto in perfetto  ordine.

Quando si indossa il Judogi, ogni gesto, ogni comportamento  implica  il comportamento di tutti coloro che appartengono  a questa grande comunità. Tutti devono sentirsi responsabili di ciò che dicono e ciò che fanno, per  non portare discredito all’ideale  di Kano.

Ma la prima cosa che inizia a complicare la vita del principiante di Judo, dal primo  giorno, è la cintura e il suo modo di  essere annodata.

Cosa rappresenta questo mitico  ausilio,nato per mantenere avvolta la giacca intorno al tronco?

Perché ha assunto un valore simbolico particolare?

La cintura possiamo dire che rappresenta la volontà del judoka.

L’unica  distinzione consentita  tra i praticanti di Judo  è quella  della cintura. Annodata intorno alla vita, con il suo colore denota  il livello di apprendimento raggiunto. Il colore della cintura dice chi siamo nella famiglia del Judo. Pertanto  il suo tingersi di un colore sempre più intenso,  dal bianco al  nero,  rappresenta la forza di volontà che ognuno deve coltivare  per poter raggiungere l’obiettivo, facendo affidamento solo sui propri meriti e non su altro.

Il grado raggiunto  e esibito con la cintura comporta delle responsabilità, deve  avere una sua  effettiva corrispondenza con le proprie  capacità e competenze, altrimenti chi la indossa  corre il rischio di “perdere la faccia”.

La cintura per molti in certe situazioni e contesti diventa una vera e propria cintura di “sicurezza”, alla quale aggrapparsi per esercitare un potere spesso non riconosciuto.

La  cintura avvolge  l’addome e nello stesso tempo avvolge anche i nostri pensieri, i nostri istinti, che non vanno  dispersi, ma tenuti a  freno con la ragione, con  equilibrio ed eleganza. Il suo nodo è la sua  forza, i due estremi sono l’asta d’equilibrio del funambolo che  non ha timore di restare sul filo sospeso sul vuoto.

La cintura  unisce la parte destra con quella sinistra, dividendo il superiore dall’inferiore. Infine  rappresenta  il rispetto,  da manifestare verso l’autorità di chi ha più esperienza e la solidarietà fra pari e un punto di riferimento, un modello   per chi è inferiore.

Per capire chi si ha  di fronte, in allenamento come in gara, basta osservare bene la sua cintura  e il modo come viene indossata: è lo specchio dell’anima.

Continua…

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