Oltre lo spogliatoio…

Oltre lo spogliatoio…

Secondo numero della rubrica “Educazione first of all!” ospita l’invito alla riflessione da parte di Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’Educazione e della Salute, formatore e docente incaricato di Sociologia presso l’Università degli studi di Bari, istruttore federale fin dal 1982, quando era capo corso del Corso Istruttori presso l’Accademia Nazionale.

Pubblicato da Giuseppe Tribuzio il 4 mag 2017 in Bari

Nella nostra quotidianità siamo soliti fare gesti, assumere atteggiamenti, mettere in atto comportamenti ai quali spesso non facciamo caso, perché sono abitudinari. Dormire, mangiare, lavarsi, spogliarsi, vestirsi, sono momenti  importanti della nostra vita che via via hanno perso di significato. Vestirsi, indossare un abito, non è solo una necessità legata alla protezione del nostro corpo dal freddo o dallo sguardo indiscreto degli altri. Indossare l’abito, il proprio abito, è come dotarsi di una seconda pelle. Siamo sempre noi stessi, ma ci mostriamo per quello che culturalmente siamo in grado di elaborare. Quando si dice “Non è l’abito che fa il monaco!” non si dice il vero. Nella nostra cultura l’abito che il monaco vestiva, lo cuciva  con le sue mani per poi indossarlo e identificarsi con esso. Già nella sua creazione era presente il suo spirito religioso che animava e dirigeva la vita. Quindi l’abito fa il monaco! Proprio perché  tutto ciò che ci copre, che indossiamo fa parte di noi, della nostra personalità, del nostro modo di essere, in quanto lo abbiamo scelto e ci appartiene. L’abito monastico, come la divisa del militare o del poliziotto, come il camice del medico o la tuta dell’operaio, è funzionale al ruolo che esercita chi lo indossa e lo identifica in modo inequivocabile, imponendo di conseguenza modi di comportarsi coerenti con il ruolo esercitato.

Avere cura dell’abitare nel proprio abito, è parte essenziale dell’educazione judoistica, che per la pratica sul tatami esige che si indossi il judogi: l’abito del Judo, semplice ed essenziale, composto di un pantalone, di una giacca e di una cintura. L’abito del Judo deve essere indossato, qualche minuto prima che si inizi la pratica, in un luogo che noi semplicemente chiamiamo spogliatoio.

Questo luogo, dal nome che gli è stato attribuito, sembra avere solo questa funzione, quella di consentire ai praticanti di spogliarsi e vestirsi. É un luogo di transito, che ci ospita e ci consente di depositare le nostre cose personali.

Ogni sera i ragazzi che si presentano al Dojo per la lezione di Judo eseguono questo rituale: si spogliano dei loro abiti usuali, delle loro calzature e indossano il judogi. Ma se fate attenzione a ciò che avviene nello spogliatoio nei momenti che precedono la pratica vi renderete conto di come stiamo perdendo l’occasione di poter educare nel profondo i nostri giovani.

Lo spogliatoio si pone, perciò, tra il mondo sociale esterno con le sue regole, il suo ritmo e il dojo dove si respira un altro clima. Lo spogliatoio può essere assimilato simbolicamente a quei territori che in passato si interponevano tra due stati  in conflitto, con funzione di frenare l’avanzata del nemico. Questa era, appunto, la funzione delle “marche”.  Questo filtro attraverso il quale non si può fare a meno di transitare, diventa, per tale ragione, il luogo dove si svolge questo rito di passaggio, ad alto valore trasformativo come lo è il camerino dell’attore, dove questi ritrova se stesso per poter affrontare al meglio la sua performance. Questi momenti di decantazione mentale consentono di entrare lentamente nella dimensione “altra” della pratica judoistica, di giungere cioè alla consapevolezza di apprestarsi a svolgere un’attività creativa, che partendo dalla forma arriverà alla non-forma, che inseguendo la perfezione nel gesto realizza il “vuoto”, riscoprendo il proprio sé.

Tutti coloro che praticano Judo, devono comprendere  che arrivare nel dojo, cambiarsi d’abito è uno spogliarsi  di ben altro, non solo di  ciò che  materialmente indossiamo. Per questa ragione sarebbe opportuno che si iniziasse a praticare Judo mentalmente prima ancora  di salire sul tatami, molto prima. Ma se ciò non è possibile  possiamo  almeno  iniziare con l’entrare  nella sala che ci accoglie  per la “trasformazione” avendo la consapevolezza che dobbiamo prenderci il tempo giusto per consentire  al corpo e alla  mente di prepararsi ad affrontare  questo nuovo impegno. Svestirsi  con calma, deponendo in modo ordinato nel posto a ciò riservato: giacca, camicia, maglia, pantaloni, calze, scarpe, anelli, orecchini, orologi , collane, occhiali, è un modo di fare rispettoso  delle proprie cose e dell’ambiente che ci circonda. Fatto ciò  si indossa il judogi, prima i pantaloni, poi la giacca ed infine la cintura ben annodata in vita.

Quello che ci copre è il nostro nuovo abito, quello strumento di trasformazione psico-fisico che sembra avere la semplice funzione di coprirci e consentirci la pratica del Judo. Invece, il judogi che indossiamo ci accoglie in una nuova dimensione, all’interno della quale non prevalgono egoismi e trionfalismi, arroganza e presunzione, ma la continua ricerca  della Via, che va intesa come continua esplorazione delle proprie capacità, in vista del propria  crescita  psico-fisica. Questa attenzione ai gesti e alla cura degli oggetti ci pone nella condizione di creare un clima sociale che ci porta ad entrare in relazione ottimale con gli altri una volta saliti sul tatami. Ecco allora che il saluto diventa un vero saluto colmo di gratitudine e non un gesto eseguito come esercizio ginnico, privo di senso. Tutto ciò che avverrà durante a lezione sarà una continua ricerca del proprio miglioramento.

Quando tutto si è concluso si ritorna lì dove tutto è iniziato e si ripete il rito al contrario. Ci si spoglia dell’abito ma si porta con sé ciò che è stato appreso. Si commentano le situazioni, le incertezze, le intuizioni sopravvenute, la bellezza del gesto tecnico realizzato o semplicemente visto realizzare da altri. Anche in questa circostanza tutto deve svolgersi con tempi e modi  consoni all’ambiente. Lentamente si ritorna alla vita quotidiana portando con se stessi un po’ di stanchezza fisica ma tanta carica interiore che servirà a coltivare al meglio le proprie potenzialità umane.

Per  questa ragione il Judo non può definirsi solo e semplicemente uno sport da combattimento, né un’arte marziale, esso è ciò di cui abbiamo bisogno per conoscere meglio cosa alberga nel nostro cuore a riguardo della vita e delle relazioni con gli altri, sempre difficili, ma indispensabili. La pratica del Judo attraverso l’incontro e il confronto con l’altro cerca la perfezione nel gesto e nel modo di realizzarlo e così facendo cerca di elevarsi oltre la dimensione strettamente fisica, aprendo nuovi sentieri, che si inerpicano lungo un percorso spirituale che ci completa.


  1. Alberto says:

    non senbra molto diverso da quello che succede ..o meglio ..potrebbe succedere in quasi tutti gli sport..se vedo una gara di judo vedo gente che vaga mezzi nudi per il palazzetto ..lasciando a fine gara una desolazione di immondizie sparse dovunque…per non parlare dei maestri che si fanno fotografare con la maglietta sotto.al.judogi..prima di pensare e dire che siamo migliori o yuperiori agli altro ci.serve molta.molta umilta e autocritica…apprezzo invece la proypettiva e.la speranza ..

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