Il judoka che si allena fino alla “morte”

  25/06/2013- Kim Jae Bum, il judoka che si allena fino alla “morte”, ignorando la vita, per realizzare il proprio sogno.     La durissima preparazione di Kim Jae-bum per le Olimpiadi di Londra lo ha ripagato con l’oro. Il prezzo è stato un corpo distrutto, con cui ora il campione deve fare i conti.   Kim Jae-Bum, [...]

Pubblicato da Michi il 12 set 2013 in Tolosa,Francia

 

25/06/2013- Kim Jae Bum, il judoka che si allena fino alla “morte”, ignorando la vita, per realizzare il proprio sogno.  

 

La durissima preparazione di Kim Jae-bum per le Olimpiadi di Londra lo ha ripagato con l’oro. Il prezzo è stato un corpo distrutto, con cui ora il campione deve fare i conti.

 

Kim Jae-Bum, 27 anni, ha conquistato il suo primo oro olimpico il 31 luglio scorso, battendo il 33enne tedesco Ole Bishof, nella finale degli 81 kg alla ExCel Arena di Londra.

Il forte campione coreano è  però tormentato da problemi fisici sin dal 2007: lussazione della spalla sinistra, problemi ai legamenti del ginocchio, lussazione e frattura del gomito sinistro, rottura dei legamenti di un dito della mano sinistra. Solo per citarne alcuni.

 

La finale olimpica è stata la stessa dell’edizione precedente, ma a Pechino il tedesco aveva impedito a Kim di salire sul gradino più alto del podio. A Londra invece, malgrado il suo stato fisico, l’atleta coreano è riuscito nell’impresa che aveva mancato quattro anni prima.

 

Durante la conferenza stampa dopo la gara, l’allenatore della nazionale coreana Chung Hoon aveva un’espressione molto preoccupata mentre Kim rilasciava interviste e dichiarazioni. Preso in disparte, Hoon dichiarò: “Quello che servirebbe a Kim Jae Bum ora è un ricovero ospedaliero” - disse - “non una semplice riabilitazione”.”I dottori hanno provato a fermarlo dicendogli che non era nella condizione di sostenere una competizione di quel calibro, affermando che solo un pazzo avrebbe potuto combattere in quelle condizioni, ma lui è testardo, un vero guerriero…”.

 

Chiunque altro si sarebbe sottoposto a operazioni mediche e a una lunga riabilitazione, ma non Kim. “La parte sinistra del suo corpo era letteralmente distrutta. Il dolore e la gravità delle lesioni erano così intensi che in qualsiasi momento, una piccola distrazione sarebbe potuta costargli danni irreversibili”. Nonostante  tutto ciò, Kim non ha mollato e ha continuato a inseguire il suo sogno olimpico. Ogni volta che pensava alla finale persa a Pechino quattro anni prima il suo spirito si accendeva e questo ardore lo portava ad allenarsi più intensmente che poteva.

 

“Quattro anni fa, per me il judo era una questione di vita o di morte, ma per queste ultime Olimpiadi ho letteralmente ignorato la vita e mi sono allenato fino alla morte” ha detto Kim.

“Con metà del mio corpo ridotto a brandelli, mi sono allenato a combattere con un braccio solo. Nessuno lo sapeva e dovevo cercare di non mostrare alcun segno di dolore o cedimento davanti ai miei avversari”. E ancora “non mi importa se dopo l’olimpiade dovrò sottopormi a numerose operazioni chirurgiche, per me l’oro vale più di ogni altra cosa…”

 

Kim è un devoto cristiano. Prima dei Giochi, ogni sera alle 23.11 in punto ha pregato per questa medaglia. “La mattina della gara non mi sentivo per niente in forma, ma ho pregato, mi son detto che non mi importava degli infortuni, non mi importava del dolore, volevo solo spingermi oltre i miei limiti e vincere l’Olimpiade”.

 

Dopo il suo arrivo a Londra, Kim non era in grado di allenarsi senza la somministrazione di anestetici e antidolorifici. Nonostante questo, il giorno della gara, ha disputato quattro incontri prima della finale con Bishof, annientando letteralmente i suoi avversari. Per la finale il suo braccio sinistro era fasciato e anestetizzato al punto da impedirgli quasi la mobilità, ma Kim ha saputo dimenticarlo durante quei minuti in cui non ha smesso di portare attacchi, impedendo a Bishof qualsiasi possibilità di rendersi pericoloso.

 

Dopo l’incontro, Bishof ha aiutato Kim a rialzarsi sui suoi piedi e i due atleti ci hanno regalato alcune fra le più belle immagini di questi giochi 2012 scambiandosi caldi abbracci e sincere congratulazioni, riflessi di emozioni forti, provate da uomini veri. Il tedesco ha mostrato grande stima e rispetto nei confronti del coreano, dichiarando in seguito che il suo avversario era migliorato enormemente rispetto all’Olimpiade precedente e che quel giorno non c’era stata storia.

 

La sportività e l’umiltà del tedesco sono state di grande esempio dimostrando la vera natura del judo. Bishof ha mantenuto lo stesso atteggiamento durante la cerimonia di premiazione e la conferenza stampa, sorridendo e congratulandosi con il suo avversario. Kim da parte sua ha dimostrato la stessa sportività e attitudine alzando la mano del tedesco in segno di stima.“Volevo combattere la finale contro di lui e nessun altro” ha detto in seguito il campione.

 

Credo che tutto sommato si tratti di una storia affascinante, che fa riflettere. Prima di tutto perché quello che abbiamo visto sui tatami di Londra è spesso in contrasto con quello che siamo abituati e vedere nel judo come in altri sport: atleti che, battuti, mettono in scena proteste di cattivo gusto attribuendo a terzi  la causa delle loro sconfitte. In secondo luogo, tutto ciò fa meditare sulle straordinarie capacità umane e su come il cervello o il “cuore”, guidati da una passione, un amore o dal voler raggiungere un obiettivo possano allontanarci da tutto ciò che è “corporeo” e spingerci al limite delle nostre possibilità. Da qui nascono inoltre spontanee le domande: fino a che punto siamo disposti a metterci in gioco per realizzare un sogno? Vale la pena sacrificare la salute psico/física per raggiungere un obiettivo?

 

Ai posteri l’ardua sentenza…

 


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