Chiacchierata con il maestro Nicola Moraci (seconda parte)

Chiacchierata con il maestro Nicola Moraci (seconda parte)

Pubblichiamo la seconda parte della chiacchierata con il maestro Nicola Moraci

Pubblicato da Ennebi il 19 gen 2021 in Barcellona, ESP

Maestro Moraci, in questo periodo si parla molto di formazione dei giovani insegnanti tecnici. Secondo Lei, che cosa può essere migliorato dal punto di vista formativo e che cosa invece funziona bene?

L’argomento della formazione è un tasto sempre attuale ed è ancora oggetto di accurate analisi da parte di tutti. Alcuni si lamentano per il livello tecnico del corpo insegnanti, dimenticando che la base della formazione dei futuri tecnici avviene nei rispettivi club. Molti di essi sono per lo più concentrati sull’aspetto agonistico, non curano la didattica, la forma (che nel nostro caso è anche sostanza), e la conoscenza della Cultura del Judo. Personalmente sono convinto che una maggiore severità nei corsi regionali di aspirante allenatore, ed anche negli esami per il II dan (che spalancano la porta principale nel mondo del judo), porterebbe ad una giusta selezione dei futuri tecnici. Le basi si creano con il lavoro quotidiano nei club.

Nel 1973 per ottenere la qualifica di istruttore ho deciso di frequentare l’Accademia Nazionale Italiana di judo. Qui ho avuto la fortuna di avere come Maestro il Dott. Franco Giraldi, grande persona, tecnico ed atleta che mi ha saputo donare grandi insegnamenti e trasmettermi la passione dello studio della nostra disciplina. Mi sono diplomato primo del corso “Zeta”, vincendo la borsa di studio di 250.000 lire e discutendo la mia tesi di fronte a Mario Pescante (Segretario Generale e futuro presidente del CONI) e all’Onorevole Giorgio La Malfa, entrambi invitati dall’Avvocato Augusto Ceracchini, il quale stava lottando politicamente perché fosse emanata una legge per il riconoscimento giuridico della figura del Maestro di judo. Il corso accademico, inizialmente della durata di 3 mesi, dopo un paio di anni fu portato a 4 mesi.

Penso che attualmente è improponibile una situazione simile. Non so quanti oggi sarebbero disposti ad abbandonare per 4 mesi le proprie attività lavorative od universitarie per ottenere la qualifica di insegnante tecnico. Attualmente per la Scuola Nazionale di Ostia stiamo in Work in progress. Tutte le materie teoriche saranno svolte in via telematica, per fare in modo che il periodo di permanenza dei corsisti ad Ostia sia interamente dedicato oltre che alla didattica, alla metodologia dell’allenamento specifico del judo e soprattutto alla pratica. Una cosa che funziona molto bene sono i corsi monotematici organizzati dalla Scuola che hanno avuto un notevole successo sia per numero di partecipanti che per consenso.

Personalmente voglio raccontarvi quest’esperienza. Per oltre cinque anni, dal 1999 al 2003, ho collaborato tramite la solidarietà olimpica del CONI con la federazione di judo della Tunisia che mi convocava per tenere degli stage di aggiornamento per i migliori 16 tecnici della nazione. Negli anni precedenti si erano alternati come docenti il 4 volte Campione del Mondo Fujii Shozo ed un tecnico di alto livello come Jean-Pierre Gibert (ex allenatore della nazionale francese e attualmente della Russia). Il corso era gratuito per i tecnici che venivano concentrati in un’unica unità abitativa e prevedeva 8 ore di pratica al giorno per una settimana. Posso dire che la prima medaglia d’oro vinta da un africano ad un Campionato del Mondo sia frutto di questa collaborazione, in quanto su richiesta del D.T. tunisino in maniera dettagliatissima feci tutti i programmi di allenamento per i 40 giorni precedenti al Mondiale di Monaco 2001. Questa collaborazione cessò perché nel 2004 la Federazione tunisina inviò la consueta richiesta al CONI, io acconsentì di buon grado, ma il CONI dimenticò di comunicarlo alla federazione tunisina. Quando arrivai a Tunisi, ad accogliermi non trovai nessuno. La federazione non avendo ricevuto risposta non aveva organizzato nulla ed io feci, in attesa di riprendere il volo di ritorno, 7 giorni di vacanza forzata ad Hammamet, ospite della federazione tunisina. Ho raccontato questo perché la Scuola assieme alla direzione tecnica potrebbe organizzare questi stage formativi gratuiti per i tecnici che svolgono attività di alto livello.

Lei ha diretto la CNAG per ben 12 anni (dal 2005 al 2016) condividendo con Laura Di Toma, Raffaele Toniolo prima e Sandro Piccirillo dopo l’onere e l’onore di seguire le nazionali giovanili. Qual è la cosa di cui va particolarmente fiero durante i 12 anni di presidenza della CNAG?

Francamente non limiterei la mia esperienza alla guida delle Nazionali giovanili solo a quel periodo, in quanto dal 1988 al 2005 sono sempre stato responsabile dell’attività giovanile e selezionatore degli atleti del College di Ostia. In quel periodo ho collaborato con illustri campioni e tecnici, tra i quali il compianto Yano Hidenobu, Pavel Pawlowski, Angelo Beltracchini, Sandro Rosati, Felice Mariani, Libero Galimberti, Cristina Fiorentini. Da ognuno di loro ho imparato qualcosa che mi ha arricchito judoisticamente.

In quel periodo non esisteva una reale attività internazionale giovanile. L’unica competizione alla quale partecipava la nazionale italiana era il bellissimo Torneo Città del Palio di Siena, organizzato dal grande Bruno Nibbi dove era presente la nazionale giapponese e dove ho avuto il piacere di seguire Pino Maddaloni al suo debutto con la maglia azzurra. All’epoca per incentivare e gratificare i vincitori dei campionati italiani proposi, all’allora Presidente della Commissione nazionale promozione e sviluppo, il Maestro Porcari, di portarli ad assistere alle manifestazioni internazionali più importanti ed in quelle occasioni fare dei mini ritiri. I campioni italiani “speranze” assistettero al Campionato Mondiale Juniores di Dijon e agli Europei di Francoforte. I Vincitori del Torneo delle Regioni furono portati ad assistere al Mondiale del 1991, partendo in pullman dal centro federale di Ostia fino a Barcellona. Inoltre riuscimmo ad organizzare lo stage estivo di Platamona in collaborazione con l’indimenticabile Maestro Canopoli, allora Presidente del Comitato Regionale Sardo. In questo raduno venivano convocati tutti i medagliati della classe cadetti e speranze maschili e femminili.

In seguito, con la nascita dell’EYOF (le Olimpiadi Giovanili Europee), l’attività agonistica della Nazionale giovanile era limitata esclusivamente a convocare i campioni italiani cadetti una settimana prima dello svolgimento di questa importante competizione. Infatti all’epoca non vi era un vero e proprio settore e non esisteva ancora il campionato europeo. La convocazione era mirata a selezionare la squadra che doveva essere composta al massimo di 8 elementi tra uomini e donne.

La CNAG nasce quando di ritorno dagli EYOF di Parigi, dove il migliore risultato era stato un V posto, parlai con il presidente Matteo Pellicone e gli dissi: “Non sono più disponibile a seguire questi ragazzi perché vengono mandati allo sbaraglio. Nell’unica settimana di ritiro non abbiamo la possibilità di capire il loro livello di preparazione e se i carichi di lavoro siano adeguati o meno. Inoltre per questi ragazzi gli EYOF rappresentano la loro prima esperienza internazionale. Le altre Nazioni hanno creato un vero e proprio settore tecnico per l’attività giovanile e se vogliamo stare al passo con loro, è necessario istituire un nuovo settore tecnico, indipendente da quello della Nazionale maggiore”. Il presidente Pellicone e l’allora Segretario generale Domenico Falcone, si convinsero così di accettare la mia proposta e nacque finalmente la CNAG.

Ritornando alla domanda, scegliere solo una cosa di cui andare fiero è per me impossibile. Una di queste potrebbe essere l’aver creato un format con metodiche di allenamento e preparazione, che ci sono state copiate anche da altre nazioni. Un’altra è l’aver contribuito, seppure in minima parte, alla crescita di molti atleti che mi hanno reso felice conquistando oltre 100 medaglie tra Campionati Europei, EYOF, YOG e Campionati del Mondo.

Un’altra cosa che mi rende fiero è l’aver inventato nel 2004 lo stage federale di Lignano che dalle 90 presenze del primo anno ha raggiunto nell’ultimo da me gestito oltre i 750 partecipanti, con la presenza di circa 100 atleti stranieri. Sono molto orgoglioso anche di avere convinto e coadiuvato due società ad organizzare due tornei EJU per i cadetti e i juniores (Follonica e Tarcento) e di avere condotto e vinto la battaglia per la liberalizzazione dei tornei internazionali EJU a tutte le società.

Ma se proprio devo scegliere una cosa, tra i risultati agonistici, che mi rende particolarmente fiero è quello di aver condotto la nazionale al grande risultato degli EYOF di Tblisi. In Georgia (nazione neo vincitrice della Coppa del Mondo a squadre battendo in finale il Giappone), nel 2015 conquistammo con solo 12 atleti in gara, ben 8 medaglie: 5 ori, 1 argento e 2 bronzi. In questo modo, l’Italia conseguì il 1° posto nel medagliere olimpico del judo e la delegazione del CONI arrivò per la prima volta al 2° posto in quello generale di tutte le discipline olimpiche, dietro la Russia e davanti a 47 nazioni. Naturalmente, questo risultato è stato frutto del grande lavoro svolto dalle società, ma anche del costante ed assiduo impegno dei tecnici Laura Di Toma e Sandro Piccirillo, che insieme a me, hanno saputo creare nei lunghi ritiri, quell’atmosfera ideale che ha permesso alla Nazionale il conseguimento di questi importanti risultati. A livello personale invece, sono fiero di essermi guadagnato il rispetto e l’amicizia di tutti i ragazzi con i quali ho condiviso questo lungo cammino.

C’è invece qualcosa di cui si è pentito?

Di non avere avuto la possibilità di completare con dei ragazzi un percorso intrapreso assieme.

Come vede la squadra azzurra alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2021?

Sono convinto che la nostra rappresentativa saprà ben figurare a Tokyo. Tutto dipenderà da come riusciranno a prepararsi i nostri atleti, Covid-19 permettendo. Abbiamo dei Campioni già affermati e molti giovani che con il loro entusiasmo potrebbero conquistare delle medaglie inaspettate. Inoltre credo che tutto stia nella capacità di mantenere armonia ed unità tra il gruppo di atleti ed i loro coach. E’ importante che venga consentito sia agli atleti che ai loro coach di allenarsi e di lavorare in tranquillità senza inopportune pressioni esterne.

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