Ylenia Scapin si racconta

Ylenia Scapin si racconta

Oggi Italiajudo ha l’onore di ospitare una delle atlete simbolo del judo nostrano. Ha vinto medaglie in tutte le competizioni cui ha preso parte, vanta 4 partecipazioni olimpiche consecutive con due medaglie di bronzo. E’ stata campionessa d’Europa e tre volte bronzo iridato. Ora si dedica all’insegnamento e a fare la mamma. Avete capito di [...]

Pubblicato da Alessandro Cau il 30 ott 2015 in Iglesias

Oggi Italiajudo ha l’onore di ospitare una delle atlete simbolo del judo nostrano. Ha vinto medaglie in tutte le competizioni cui ha preso parte, vanta 4 partecipazioni olimpiche consecutive con due medaglie di bronzo. E’ stata campionessa d’Europa e tre volte bronzo iridato. Ora si dedica all’insegnamento e a fare la mamma.

Avete capito di chi stiamo parlando?

Ovviamente di Ylenia Scapin.

Ciao Ylenia, bentornata sulle pagine di Italiajudo.
Buongiorno a voi e grazie per avermi dato questo spazio nel vostro portale che negli anni è diventato anche un mio punto di riferimento virtuale-informativo.

Vorrei partire dai tuoi primi passi quando eri bambina per poi arrivare ai giorni nostri. Dunque, la piu’ classica delle domande  che vorrei porti e’: come ti sei avvicinata al judo? 
In quel di Bolzano nel lontano 1980, era il tempo dell’oro olimpico del nostro Ezio Gamba. Nella mia piccola città esisteva già da tempo una piccola palestra di Judo che però era un punto di riferimento per tutta la provincia, il JUDO CLUB KEN OTANI BOLZANO, e questo anche grazie al mio primo Maestro, Emanuele Salonia, allievo del M° Otani, e quindi molto noto all’epoca.
La mia esperienza sul tatami inizia molto presto a 5 anni e mezzo, al tempo un’età precoce, nel disperato tentativo dei miei genitori di incanalare la mia vitalità in un’attività ricreativa ma anche educativa. Detto fatto mi ritrovai a fare judo.

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Quando hai capito che sarebbe diventato il tuo lavoro?
Se devo essere sincera non ho mai considerato il JUDO il mio “lavoro”, è stato piuttosto un processo al contrario perchè nel momento in cui l’ho lasciato, ho capito che il JUDO mia aveva regalato un lavoro, ma non il contrario. L’atleta a tempo pieno non può pensare che si tratti di un lavoro e non credo che la motivazione possa essere sufficiente. Forse perché considero l’idea di lavoro un concetto troppo legato al fattore “compenso”. Una ragazza che decide di seguire un suo istinto e che si ritrova a vivere di questo non si chiede il perché o il come. Io credo di essere stata molto fortunata, fino a 26 anni sono riuscita a cavarmela da sola, grazie alla Federazione e alle medaglie che riuscivo a conquistare gara dopo gara. Quando nel 2001 venni chiamata dal Gruppo Sportivo fu un grande onore, anche perché grazie a questo inaugurai una nuova era al femminile all’interno della Guardia di Finanza ma questo non rappresentò una trasformazione del senso per cui io avevo iniziato il mio percorso: il Judo è già di per sé disciplina. Piuttosto apprezzai il nuovo concetto di “club agonistico” che ancora non avevo mai avuto occasione di vivere, partendo subito da Capitano!!


Il Judo richiede “Passione e Sacrificio”. Per raggiungere il tuo livello hai dovuto rinunciare a qualcosa anche nella tua vita privata?

Ad oggi dico no. Quelle che allora mi sembravano rinunce ora me le ritrovo come condotte di vita. Se per rinuncia dovessi dire le diete o un regime alimentare rigoroso, ora riconosco che le stesse sono ora un mio stile di vita. Se per limite dovessi dire le serate di sballo, ora dico invece che quelle che sono riuscita a concedermi non sono state molte come per altri coetanei ma in molti casi avevano una loro motivazione: un festeggiamento importante, un modo per affogare un momento anche no e non un patetico modo di vivere.
Se devo pensare ai sacrifici fisici, alle risalite faticose, ringrazio di aver imparato ad affrontarli in un mondo protetto come quello dello sport perché oggi, nel mondo vero, le battaglie sono ancor più dure e spietate. Forse l’unico vero sacrificio che ho dovuto affrontare è stato quello di allontanarmi davvero tanto dalla mia terra e dalla famiglia. Bolzano – Roma ora è una “volata”, ma le differenze rimangono davvero profonde. Ma anche questo è stato un passaggio graduale, forse inconsapevole in principio, ma in ogni caso inevitabile.

Nella tua lunga carriera hai vinto medaglie in tutte le competizioni (Mondiali Junior e Senior, Europei Junior e Senior, World Cup, Tornei Internazionali, Campionati Italiani, etc) e partecipato a 4 olimpiadi consecutive con 2 medaglie
consecutive (Atlanta 1996 e Sydney 2000). La medaglia olimpica è il sogno di ogni atleta, tu ne hai vinte addirittura 2!

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So che la domanda puo’ sembrare scontata, ma le tue risposte non lo sono affatto. Dunque, ci puoi descrivere le emozioni per le due medaglie olimpiche? 
Ripercorrendo quei magici anni faccio fatica a credere di aver fatto così tanto…e per tanti anni. Sono stati 16 anni veramente intensi, incredibili, difficili a volte surreali ma speciali. Focalizzando i miei pensieri sulle due medaglie olimpiche vedo due film completamente diversi.
Atlanta 1996: 21 anni, una qualificazione strappata con medaglie vinte a tornei senior mai fatti prima, senza una medaglia importante al collo se non un terzo posto alle Universiadi del 1995 a Fukuoka, insomma, un vero e proprio salto nel buio e un bronzo pieno di: sorpresa, gioia e leggerezza.
Sydney 2000: 25 anni, medaglie pesanti al collo e una nuova consapevolezza. Qualificazione centrata nell’occasione più importante con un bronzo mondiale, un torneo di Parigi vinto al mitico Palazzetto De Coubertain. Un’Olimpiade preparata, capita, vissuta passo passo meticolosamente ed allo stesso tempo in una categoria che in quegli anni era davvero zeppa di “mostri sacri” come la belga Werbrouck (8 europei consecutivi), l’inglese Howey, la cubana Veranes (2 mondiali), la coreana ex oro olimpico Min-Sun Cho. Un bronzo pieno di: leggera amarezza e tanta, tanta nuova consapevolezza.
Vincere una medaglia olimpica è davvero qualcosa che cambia la vita ma può anche stravolgertela lasciandoti smarrita. Un bronzo non è un oro, e ad oggi credo sia stata la mia fortuna. Per qualcuno ho fallito, e per anni l’ho pensato anche io.
Oggi dico che la mia vittoria più grande non sono state le mie due medaglie più pesanti, ma quel “nucleo” profondo che mi sono costruita e che si nutre di tutto ciò che ho vissuto: la mia anima. Ostinazione, insicurezze, creatività, orgoglio e profonda consapevolezza di sé, insomma un viaggio senza fine.

Quali sentimenti provavi ogni volta che salivi sul tatami di gara? Le sensazioni erano differenti a seconda della competizione?
Decisamente si. Ed anche per le stesse gare le sensazioni sono mutate nel tempo, perché io mutavo con loro. La famosa autostima è un castello fatto di piccoli mattoni che ogni tanto purtroppo siamo anche in grado di distruggere da soli. La
mia serenità, ad un passo dal quadrato e a pochi metri dall’avversaria è sempre stata data dal percorso che avevo fatto per arrivare fin lì. Mi dicevo spesso “Ylenia, hai lavorato bene, sei pronta ed ora è il momento di vedere cosa succede”…e poi un secondo con gli occhi chiusi e l’immagine di una pagina bianca nella mente sulla quale scrivere l’ennesima battaglia che stavo per affrontare. Negli anni ho capito che l’ansia, quel tremore nelle mani, non si possono completamente evitare, anzi, la forza sta nel saperli vivere domandoli. La preparazione fisica, lo studio tecnico ed un contesto equilibrato aiutano a
percorrere la strada forse meglio, ma non ci possono promettere nulla. Fa parte del gioco. Quanto fascino si perderebbe sapendo già l’epilogo. Questo è il cuore, questa è la vera “malattia” del nostro sport. Una sfida continua dal finale sempre incerto.

Se non avessi fatto la judoka, cosa ti sarebbe piaciuto fare nella vita?
Non so se mi piace davvero questa domanda perché ha un qualcosa di triste e forse patetico. Il “se” in questo caso mi suona di rimpianto…ed io di rimpianti non ne ho. Ho vissuto talmente intensamente un’avventura così strepitosa, che voler trovare una degna alternativa a questo mi sembra un po’ ingrato. Forse in questa vita sono nata per fare questo e a mio modo credo di esserci riuscita.

Olympics Judo

Hai fatto parte del Gruppo Sportivo “Fiamme Gialle”. I gruppi militari sono fondamentali per la crescita di un atleta in Italia?
Io credo di aver vissuto un momento storico delle Fiamme Gialle per quanto riguarda il settore femminile. Nella mia squadra al tempo militavano le più forti judoka italiane, Morico, Cuomo, Maddaloni…e per le donne judoka abbiamo rappresentato una nuova speranza. Molte delle mie compagne di Nazionale come Cavazzuti, Andolina e Macrì hanno dovuto fare delle scelte talvolta dolorose per assicurarsi un minimo di futuro, mentre noi abbiamo avuto la possibilità di osare più a lungo essendoci assicurate una base di retribuzione economica.
Si, credo che in questo momento i gruppi militari possano rappresentare quella tranquillità economica dalla quale i giovani emergenti possano spiccare il volo per arrivare davvero in alto.

Quale era il/la judoka a cui ti sei ispirata?
Negli anni sono stati molti e molte. Il fatto divertente è stato che, proprio grazie alla mia lunga carriera, negli anni i miei riferimenti sono successivamente diventati dei miei avversari e così via. Forse non ho mai avuto un solo riferimento ma diversi, per aspetti differenti. Alcune atlete mi piacevano per il loro atteggiamento, altre per la loro tecnica. Un judoka è una creatura complessa che ha bisogno di molteplici qualità da sviluppare al massimo. Un cocktail esplosivo, unico per ognuno.


Avevi qualche rito scaramantico prima di ogni gara?

In principio si. Poi mi sono voluta allontanare da questi in maniera graduale. L’idea che il mio risultato fosse ulteriormente legato ad un qualcosa di così evanescente non mi aiutava più. Come già detto, il nostro sport essendo di situazione non ci regala certezze, sprecare energie in un’altra cosa che non mene può dare mi sembrava sempre più assurdo.
Pensa se per caso mi fossi dimenticata di portarmi qualcosa oppure di fare quel gesto nell’occasione più importante…no, no…oneri ed onori a me e basta.

Dopo il ritiro dall’agonismo sei passata dal lato di joseki; come ti trovi nella vesti di insegnante?
Come diceva un comico romano: “..vojo ritornà atletaaa!!!”. E’ davvero tanto, tanto difficile, e aggiungo, se lo vuoi fare bene: era veramente molto più semplice essere atleta e pensare soltanto a sé stessi. Per “bene” intendo cercando di non credere mai di avere la soluzione in tasca e credere di avere la formula magica uguale per tutti. So perfettamente cosa vuol dire essere atleta, donna per di più, e so che non è facile. Oggi posso anche riconoscere errori fatti da atleta nei confronti dei miei tecnici e di questo ne faccio tesoro per quello che mi ritrovo a fare ora dall’altra parte della barricata. Fare l’insegnante lo trovo tanto faticoso quanto affascinante. La ritengo soprattutto una responsabilità, non tanto legata all’atleta e al risultato ma alla persona. Sarò molto chiara: quanti degli atleti che avrò la fortuna di incontrare diventeranno campioni olimpici? Spero tutti, ma la mia onestà è nel sapere che innanzitutto io mi trovo di fronte a ragazzi che dovranno prima di tutto diventare uomini e donne capaci di affrontare la vita in un certo modo…a questo punto questa sarà la vittoria più grande per me e per loro.

Tra i tuoi atleti c’è anche il tuo bambino: com’è essere l’insegnante del proprio figlio?
Innanzitutto mio figlio pratica questo sport perché credo profondamente nelle sue radici educative e formative. Ma poi so dove volete arrivare…e qui vi sbagliate ed ora mi comprometterò pubblicamente. Se mai mio figlio deciderà di fare Judo “seriamente” non mi troverete sulla sua sedia a bordo tatami. Credo che la pressione psicologica di un figlio come il mio con due genitori ingombranti come noi (ci butto in mezzo anche il babbo Roberto Meloni) non sia facile da sopportare e gestire. Per lui sarò sicuramente la sostenitrice più competente che ci possa essere ma sarò soprattutto la sua mamma (..e perderò mesi di vita ad ogni gara..).

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Quali consigli dai ad una persona che si avvicina al judo?
Potrei dare due risposte molto differenti: una potrebbe essere “..sali sul tatami e vedrai…la risposta è tutta lì”.
D’altra parte metterei anche in guardia: “…prima di toglierti le scarpe ed i calzini assicurati che sia un vero dojo, dove tutti i principi del JUDO vengano rispettati.”

Purtroppo il tutto diviene a volte più complicato a causa di “maestri” non “maestri” che vendono una loro idea del JUDO. Rispetto, educazione e armonia fisica innanzitutto…e tanto, tanto altro.

A settembre l’ex campione olimpico Mark Huizinga è risalito sul tatami per i Mondiali Veterans svoltisi nella sua Olanda. Sicuramente un’ottima operazione di marketing per attrarre partecipanti. Tu cosa pensi di queste gare dei “veterani”?
Beh, se li organizzassero in Italia ci potrei fare un pensierino….(sorride). In verità credo che l’attività master sia tutto sommato un modo per mettersi in gioco ma mi auguro fortemente che ciò avvenga con una consapevolezza diversa e mi auguro maggiore. Auspico che questo faccia in modo che si evitino tutte quelle “brutture” antisportive alle quali purtroppo assistiamo ai vari campionati grazie al fatto che l’aver accumulato esperienze, non solo judoistiche, aiutino ad evitare errori più facili da commettere in gioventù.

Il judo non è uno sport, ma una disciplina, e a me piace definirla “scuola di vita”. Sei d’accordo con questa affermazione?
In un certo senso credo di aver già risposto in qualche modo a questa domanda quando abbiamo parlato di sacrifici e rinunce.
Il concetto è che, fondamentalmente, siamo ciò che viviamo, soprattutto grazie al “come” lo viviamo. Dico spesso che ci vuole un buon DNA sul quale lavorare, perché da medesime esperienze nascono persone molto diverse tra loro. Rimango però convinta che dalle cose che viviamo si debba cercare di trovare un metodo, uno strumento, un passepartout per la vita.
Sarebbe impossibile studiare a memoria tutte le risposte alle domande del mondo, è quindi più auspicabile imparare quanto prima a riuscire a trovare il modo di capire il mondo…per poi provare a dare almeno qualche risposta.
Uno sport come il judo ha molte di queste proprietà perchè non ti dà l’alibi di poterti nascondere come in uno sport di squadra, non ti permette di evitare il confronto, che entra in gioco sempre e comunque e ti abitua fin da subito all’incerto, il mutevole, l’imprevedibile. Non dimentichiamoci poi che essendo uno sport che puoi iniziare a praticare fin da bambino, diventa una seconda casa, una seconda famiglia alla quale si rimane legati grazie ai mille ricordi. Infine credo che ciò che metaforicamente il JUDO insegni, sia la continua ed incessante ricerca dell’equilibrio. Perderlo per poi ritrovarlo continuamente. Questo è ciò che il judo ha dato a me e che continua a darmi anche fuori dal tatami.

Gwend e Scapin all_Happy Meal Sport Camp a RomaDa tecnico come valuti i cambiamenti ai regolamenti, per cercare di tornare ad un “judo puro”?
Non voglio entrare nel merito tecnico ma voglio dare una risposta più “globale”. Parlare di “judo puro” nel contesto agonistico di massimo livello è utopistico. Dare una valutazione sulle singole decisioni che vengono prese di volta in volta non risponde alla domanda iniziale. Tutto il carosello del regolamento in realtà non è la ricerca del “judo puro”, non soltanto. Il “judo puro” forse è davvero qualcosa di molto lontano da quello che rappresenta il judo del super-judoka-campione-stellare. Quindi possiamo anche azzardare ma con l’onestà intellettuale di sapere che stiamo parlando di un qualcosa di diverso. Diciamo che i continui cambiamenti sono decisioni prese alla continua ricerca di creare un pacchetto altamente vendibile e che cerchi di non allontanarsi troppo dalle sue vere origini. Credo che aver tolto completamente la presa sotto la cintura non si possa definire una scelta allo scopo di avvicinarsi al “judo puro”..chi conosce bene il GO KYO lo sa bene.
Insomma, fare agonismo significa accettare dei compromessi ed il regolamento arbitrale ne è la sua rappresentazione.
Credo allo stesso tempo, partendo sempre dalla buona fede di chi se ne occupa, che non si riuscirà mai ad accontentare tutti, impossibile. Io sono e sarò sempre per l’ippon, ma sono molto consapevole che senza buone strategie tattiche non possa aiutare un buon judoka a diventare un campione. Come al solito, se ne potrebbe parlare all’infinito…

Nel tempo libero quali sono i tuoi hobby?
Tempo libero? Trovarlo……diciamo che una mia grande passione è proprio quella dello scrivere ma anche questo richiede tempo che ora non ho a sufficienza per farlo come vorrei. Adoro i cavalli e cavalcare ma questo richiede ancor più tempo e spazi che al momento non ho. Il passaggio da atleta agonista di altissimo livello a mamma, impiegata, maestra non è facile o semplice. Diciamo che mi sto attrezzando ma nel frattempo i miei hobby preferiti si chiamano Giacomo e Vittoria.

In conclusione ti ringrazio per il tempo concessomi e ti lascio uno spazio per dire qualcosa ai nostri lettori.
Davvero volete che vi racconti ancora qualcosa di me?

Credo davvero di avervi rubato fin troppo tempo e concludo rimandandovi i MIEI ringraziamenti. Grazie per il lavoro che fate, io sono abituata a partire dalla buona fede del prossimo e quindi tutto ciò che ha un animo costruttivo e ricerchi la “libertà” in tutte le sue forme vada rispettato, quindi, buon lavoro a voi e grazie!

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Fonte: judoinside.com


  1. giuseppe tribuzio says:

    Bella intervista.
    Mi complimento con Ylenia Scapin per come intende il Judo e per come, con molta modestia, ne parla. Il judo è questo: grandi tensioni gestite con razionalità, grandi emozioni che riempiono la vita interiore.
    Penso anche alla semplice normalità che traspare dalle sue parole pur avendo alle spalle una lunga carriera fatta di impervie scalate verso l’eccellenza.
    Spero sia di insegnamento non solo per i giovani, ma anche per coloro che pensano di essere arrivati in cima quando invece hanno ancora i piedi nelle “pantofole”.

    • ylenia says:

      …ad essere sincera questa mia intervista ha avuto una ricaduta molto strana, un po’ come se fosse arrivata ad un’altra “fetta” di interlocutori…non ci sono stati molti commenti ma quelli che lo hanno fatto mi hanno dato l’esatta collocazione del punto d’incontro tra le mie parole e quelle che sono state spese in merito a quanto scritto. Spesso ci si perde davvero dentro le proprie stesse parole, ed anche a me piace farlo ma poi è il JUDO a riportarmi all’essenza. Come quando stiamo sul tatami, inutile preparare troppo a lungo l’azione..potremmo venire anticipati. Una preparazione lunghissima per instanti. Troppe parole per pochi concetti. Brevi e concisi…forse è meglio. Grazie a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fino in fondo e soprattutto di capire il “tra le righe” di quanto scritto. Buon Judo a tutti!

  2. Claudio Zanesco says:

    ECCO IN POCHE PAROLE LA VERITA’ CHE STRONCA INUTILI DISCUSSIONI SUL JUDO IN GARA , REGOLAMENTI VALIDI, VICINI ALL’IDEALE DI KANO, L’IDEALE DI KANO NON PREVEDEVA L’ATTUALE EVOLUZIONE, MA YLENIA SITETIZZA LA GIUSTA RISPOSTA, BRAVA E GRAZIE
    Tutto il carosello del regolamento in realtà non è la ricerca del “judo puro”, non soltanto. Il “judo puro” forse è davvero qualcosa di molto lontano da quello che rappresenta il judo del super-judoka-campione-stellare. Quindi possiamo anche azzardare ma con l’onestà intellettuale di sapere che stiamo parlando di un qualcosa di diverso. Diciamo che i continui cambiamenti sono decisioni prese alla continua ricerca di creare un pacchetto altamente vendibile e che cerchi di non allontanarsi troppo dalle sue vere origini -

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