Uniti perchè? – II Parte

Uniti perchè? – II Parte

Il karate, proprio per queste sue  variegate divergenze sia in campo nazionale che in quello internazionale, non ha ancora  ricevuto l’onore di essere riconosciuto sport Olimpico, ma ugualmente, in modo paritario, vive in una Federazione, che  la disciplina della mano vuota ricompensa con successi europei e mondiali pur non rappresentando che un sola parte agonistica [...]

Pubblicato da S. ADDAMIANI il 5 feb 2015 in Roma

Il karate, proprio per queste sue  variegate divergenze sia in campo nazionale che in quello internazionale, non ha ancora  ricevuto l’onore di essere riconosciuto sport Olimpico, ma ugualmente, in modo paritario, vive in una Federazione, che  la disciplina della mano vuota ricompensa con successi europei e mondiali pur non rappresentando che un sola parte agonistica del karate italiano. La Federazione, a nostro parere, non ha supportato lo sforzo tecnico dei maestri e degli atleti del  karate, non adoperandosi  mai nella ricerca della    unificazione di tutte le organizzazioni che sono sorte con la sua crescita. Compito a cui era stata demandata dal CONI.

Una Federazione Italiana non può rappresentare solo il trenta percento dei suoi praticanti nel karate!

Ma se abbiamo accennato agli agenti opportunistici che hanno concorso all’unione di queste discipline, tuttavia dobbiamo anche ribadire che i loro principi tecnici che le costituiscono sono talmente lontani tra di loro che è veramente impossibile trovarne delle affinità. Descriviamone alcune ad esempio: la lotta sportiva è nata con l’uomo e rappresenta la massima espressione di destrezza e di forza dell’essere umano sin dalla sua nascita. La lotta è stata la madre delle Olimpiadi antiche e moderne.

Toglierla da questo grande evento sportivo vuol dire non riconoscere la pro genitura sportiva dell’uomo.

La lotta, nel tempo, ha assunto tre identità: lotta stile libero, lotta greco romana per gli uomini e per le donne si è programmata la lotta femminile.

Il principio fondante dell’incontro sportivo della lotta è quello di vincere cercando di schienare l’avversario. Se ne deduce che per il maestro di lotta  il compito più importante sia quello di preparare un fisico, perché da esso se ne potrà forse, eventualmente estrarre un campione.

Molti altri elementi concorrono, naturalmente,  ma per brevità di sintesi ci fermiamo all’esposto.

Nel judo  i concetti sono diametralmente opposti a quelli della lotta. Nel combattimento judoistico il fine è l’ippon, simile alla schienata della lotta, ma il principio fondante su cui si genera l’ippon tecnicamente è completamente diverso. Mentre la schienata è generata da una tecnica determinata da una forza fisica, l’ippon si conclude quando si attuano particolari  condizioni di squilibrio,.

Nel judo originale, l’atleta doveva manifestare, praticamente con l’ippon, il suo stato mentale e fisico dell’armonia trovata nel praticarlo, e solo questo gesto tecnico rappresentava il fine  ultimo ed assoluto dell’incontro judoistico, ogni altra vittoria con altri risultati non aveva valore, Ma nell’attuale concezione del judo, sono  importantissimi anche tanti piccoli risultati per il fine della gara sportiva. Questo modo di pensare e di agire non era il fondamento del judo e del suo fondatore il M° Jigoro Kano.

Ora, chi dirige il judo mondiale, cerca da tempo, il compromesso tra il judo originale e il judo agonistico; le tante variazioni di regolamento tecnico stanno a dimostrare che la ricerca è ancora lunga Il judo è una disciplina complessa e non può essere relegata a solo disciplina agonistica.

Ecco perché il judo, inserito in una Federazione che identifica le sue discipline di governo, in sport da combattimento, non trova in essa tutti i suoi spazi che lo identificano come disciplina che abbraccia l’intero arco della vita umana, delegando ad esso una parte del suo essere:gioco, sport, cura del proprio corpo, riflessione, studio e sopratutto metodo di vita.

Una Federazione trina, come quella che ci governa, non ha  saputo sviscerare questa identità, perché, gli scopi totali del judo, solo in una piccolissima parte gli interessano ed è  la parte che giustamente le compete, l’agonistica, per essa, la Federazione, ha creato un apparato simile alle organizzazioni judoistiche ma ad esso non ha dato nessunissimo contenuto sostanziale, solo forma, o per meglio dire solo APPARATO, se qualcuno ce lo chiede lo spiegheremo meglio in seguito.

Arrivando facilmente al dan ed ai titoli di insegnante,ad esempio in questa Federazione, non molti judoka hanno una completa visione di ciò che praticano e quello che è peggio, di ciò che insegnano. Il judo si alimenta con la pratica e con la conoscenza, se non si partecipa a questa continua ricerca, se non si studiano i suoi principi fondanti, se si trascurano certi particolari si perde l’identità del judo  relegandolo nel suo insieme, come una lotta con il kimono.

Il karate, ultimo nato in casa FIJLKAM, nella sua rapida ascesa aveva capito che per avere maggiore diffusione nel mondo, doveva percorrere la stessa strada sportiva del judo, ma questa nuova via, era molto più difficoltosa perché, nella sua origine ,non si contemplava l’agonismo. E plasmare, questa forma sportiva, su di una disciplina marziale era ed è molto difficile. In questi 5O anni di storia del karate italiano, si sono succeduti una infinità di regolamenti tecnici, ciò a riprova, come nel judo, della difficoltà nel trovare, anche nel karate, il giusto assetto agonistico.

L’incontro competitivo del karate non contempla il contatto fisico, esattamente il contrario di ciò che avviene nella lotta e nel judo. Quindi se ne ricava che non esiste nessuna affinità tecnica tra le tre discipline, nessuno ambiente storico le unisce, nessuna filosofia d’approccio le fa nascere con la stessa matrice di sport da combattimento.

Pertanto, in conclusione, torniamo a chiedere, perché uniti?


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