Dentro tutte? No grazie!

Dentro tutte? No grazie!

I tricolori cadetti 2014 hanno felicemente dimostrato che una buona organizzazione va d’accordo con i grandi numeri: è infatti solo la perizia organizzativa ad aver contenuto ed accolto la folla dei 790 finalisti che nel week-end hanno invaso il PalaPellicone. Tuttavia, se il fine settimana ha funzionato dal punto di vista logistico, non si può [...]

Pubblicato da AC il 24 feb 2014 in Monza

I tricolori cadetti 2014 hanno felicemente dimostrato che una buona organizzazione va d’accordo con i grandi numeri: è infatti solo la perizia organizzativa ad aver contenuto ed accolto la folla dei 790 finalisti che nel week-end hanno invaso il PalaPellicone.

Tuttavia, se il fine settimana ha funzionato dal punto di vista logistico, non si può dire altrettanto per la sperimentazione andata in scena nella seconda giornata di gara con il “dentro tutte”, il sistema di ammissione alle finali nazionali che ha ammesso alla finale tutte le cadette d’Italia.

A dirlo sono i dati.

Dal punto di vista qualitativo è stato evidente che le prime fasi dei turni eliminatori della gara femminile siano state una “scrematura” spesso non all’altezza di una finale nazionale; d’altro canto, gli incontri successivi hanno portato sul tatami un judo migliore ed incontri più avvincenti e combattuti. D’altronde le atlete che si sono dovute cimentare in sette o otto incontri hanno dovuto fare appello a risorse sensazionali che non sono richieste nemmeno ai senior: onore al merito delle atlete che ieri per guadagnarsi una medaglia sono state protagoniste di un micidiale tour de force!

Dal punto di vista numerico s’è osservato un evidente squilibrio tra categorie maschili e femminili: la percentuale di assenti tra le donne è stata oltre sei volte quella degli assenti della prima giornata (Assenti: femmine 16,77%, maschi 2,65%). Inoltre se gli 11 rinunciatari delle categorie maschili risultano equamente distribuiti sul territorio nazionale (3 al nord, 5 al centro, 3 al sud), per quanto riguarda le categorie femminili, esiste un fattore geografico significativo nella distribuzione: 51 ragazze risiedono nelle regioni settentrionali (65,38%), 14 al centro Italia (17,95%), 13 al sud o nelle isole (16,67%).

Cosa significa? Che per qualche ragione la finale femminile è un appuntamento a cui si può rinunciare più facilmente di quanto possa accadere per la finale maschile? Si tratta quindi di scelte tecniche o  piuttosto economiche o entrambe?

Se l’unica differenza oggettiva tra i ragazzi e le ragazze in gara questo week-end riguarda il sistema di ammissione alla finale nazionale, le ragioni vanno cercate proprio nei limiti di tale sistema.

Se la finale maschile ha infatti il valore di una finale “conquistata” al termine di un percorso o comunque di una selezione che si è stati obbligati a superare, non è altrettanto per le ragazze che in finale ci si sono trovate: dal punto di vista psicologico tra conquistare qualcosa o averla gratis c’è un abisso; ma non basta: se, come è evidente dalle percentuali, esiste un’interazione tra la scelta di molti tecnici di rinunciare alla finale femminile e la provenienza geografica, significa che laddove il valore tecnico non fosse all’altezza della finale, il fattore economico ha giocato la sua parte: in molti hanno evitato di impegnare le società sportive e le famiglie qualora non ne valesse davvero la pena.

Se dunque la sfida organizzativa è stata vinta, questo week-end “sperimentale” ha messo a nudo le fragilità del “non-criterio” per l’ammissione della finaliste dei tricolori: accanto all’inutile innalzamento dei numeri e allo spianamento della “qualità” a stridere è stata soprattutto è stata l’arbitrarietà di un sistema in cui le rinunce sono significativamente legate alla geografia e di rimando all’economia. Per un Campionato d’Italia in cui ad esprimersi dovrebbe essere il meglio, ma soprattutto per una gara a punteggio in cui purtroppo gli interessi di molti vanno oltre il tatami, un sistema di questo tipo non può funzionare.

Perché vi sia una “finale” è fondamentale che prima esista un percorso al termine del quale siano le migliori a giocarsi il tricolore: rendere giustizia al judo femminile e quindi dignità e valore alle campionesse d’Italia non significa spianare la strada buttando tutte nella mischia.

Dentro tutte? No grazie!


  1. Zanesco Claudio says:

    Come non condividere l’attenta analisi, dirò anche che se qualcuno a Roma vociferava che il tutto è nato da una riunione in uno stage invernale due capodanni fa, devo smentire, la maestra Alessandra Di Francia non aveva chiesto l’ammissione alle finali di tutte le donne, ma una rivalutazione del criterio di selezione per gli assoluti e la conquista della cintura nera in campo femminile. Se invece la scelta è dovuta ad altre ragioni allora chiedo scusa per l’intervento

  2. gianluigi giorda says:

    Sicuramente la scelta di qualificare tutte le ragazze di diritto alla finale non é stata delle più felici.
    Ma guardando i numeri iniziali delle qualificate mi domando : ma in Italia sono così poche le nostre atlete praticanti ed agoniste, se così è quali possibilità abbiamo di crescere effettivamente in futuro.
    Tornando a al problema iniziale , non mi preoccuperei troppo di quante ragazze abbiano partecipato alla finale , ma bensì come mai abbiamo così poche ragazze che praticano judo.
    Colpa nostra di noi tecnici? della Federazione? dei Midia? COSA SI PUO FARE IN MERITO?

  3. GB says:

    Pienamente d’accordo con quanto espresso nell’articolo.
    Non può esistere una finale se prima non si fanno le qualificazioni. In tutti gli sport succede questo.
    Andrebbero poi riviste anche le categorie di peso assurdo avere dei pesi con 100 atlete e altre con 5.

    • andrea says:

      daccordo i pesi vanno rivisti
      i 57 e i 63 raccolgono gran parte dell’atlete ci vorrebbe una fascia intermedia

  4. alessandro says:

    cari amici io sono una voce fuori dal coro… questa finale mi è piaciuta tantissimo e vi dico il perchè…. è innegabile che le competizioni femminili siano di livello inferiore rispetto a quelle maschili, ovvero prima di questa gara, io assistevo a competizioni che entravano nel vivo solo nelle fasi finali. questa volta oltre alle capacita tecniche, oltre alla preparazione atletica, dato il numero ingente di partecipanti è stata rilevante la capacità di tenuta mentale delle atlete, la gara è entrata nel vivo già a partire dagli ottavi mettendo alla fine in risalto davvero l’atleta più forte in tutti i sensi e offrendo in tante categorie incontri davvero belli e combattuti…ovviamente ci sono degli aggiustamenti da fare (ad esempio c’è disparita tra chi si ritrova con 90 evversarie e chi ne ha solo 4), però nel complesso a me è davvero piaciuta, tra l’altro tutto è filato liscio…se tutte le sedi, anche quelle che ospiteranno assoluti e juniores potranno organizzarsi con sei tatami, io approvo…ciaooo

  5. 8FJUDO says:

    Ma se questa scelta è stata fatta per mettere in risalto le atlete femmine che hanno tenuta psicologica e fisica per sette o otto incontri , o per evitare che le più forti rimanessero fuori per colpa di qualificazioni in regioni molto competitive ( solo questi possono essere i motivi per cui è stata fatta questa scelta) Allora si dovrebbe fare anche con i maschi.
    Poi questa decisione, come quella dei 4 minuti per le donne senior , sono discriminative!

  6. pat says:

    penso che non è una conquista ciò che ti viene regalato quindi le qualifiche devono esistere
    che il judo femminile sia in discesa lo abbiamo sotto gli occhi e bisogna fare qualcosa xchè ciò si inverta
    Nello stesso tempo è logico che una finale dove x arrivare sul primo gradino si debba fare 6 o 7 incontri i fattori che si mettono in gioco non sono pochi e concordo con chi dice che resistenza psicologica e fisica hanno fatto da padroni per arrivare alla fine
    ma trovo che tutto questo non debba essere fatto in una finale,belle erano le finali degl’anni 80 quando si arrivava in 24 ed erano sicuramente la crema del judo e non erano solo x donne (che è descriminante ) ma x tutti allo stesso livello
    si sono visti poi i risultati che hanno prodotto ,un judo di livello internazionale con grandi risultati

  7. Zanesco Claudio says:

    Vorrei aggiungere a questa bella discussione che sono veramente sconcertato dal potere dell’arbitraggio, soprattutto la mancanza di dialogo fra arbitri, cosa che prima avveniva, e la decisione unilaterale dell’uomo al video, è veramente una cosa che non trovo giusta, anche perchè le analisi al video non sempre comportano una valutazione sulle dinamiche

    • amministratore says:

      Ritengo che l’analisi al video sia uno strumento importante di SUPPORTO agli arbitri. Non e’ lo strumento principale su cui prendere le decisioni. Ogni strumento deve essere utilizzato nella maniera corretta e non si puo’ nemmeno pretendere – a mio parere – che senza un minimo di formazione gli arbitri siano in grado si utilizzarlo al meglio.

  8. silvio says:

    discussione interessantissima e il tema va affrontato. a mio avviso ci sta la sperimentazione, anche perché ha sollevato una questione importante com’è quella del sistema di qualificazione, che comunque va rivisto tenendo conto di tanti fattori: per esempio in quelle regioni che già qualificano pochi atleti ed atlete un sistema interregionale darebbe possibilità di un maggior numero di partecipanti e quindi di qualificati/e e la qualità sarebbe senz’altro più alta.
    Assolutamente d’accordo infine sul rivedere alcune categorie di peso, soprattutto quelle più basse, per le quali spesso ci si trova con troppi pochi atleti a contendersi il titolo: in certi casi troppo facile…
    ciao

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