T’obi or not T’obi black belt?

T’obi or not T’obi black belt?

Dalla pagina facebook “Judo Italiano” vi proponiamo il primo numero di questa interessante rubrica, dal titolo “JUst DO it”, il cui gioco di parole diventa piu’ chiaro dalla grafica. Buona lettura!   Il sogno di ogni allievo che si avvicina al judo è quello di diventare cintura nera e, magari, anche un grande campione. Ma [...]

Pubblicato da Pino Morelli il 21 ott 2014 in Roma

Dalla pagina facebook “Judo Italiano” vi proponiamo il primo numero di questa interessante rubrica, dal titolo “JUst DO it”, il cui gioco di parole diventa piu’ chiaro dalla grafica. Buona lettura!

 

Il sogno di ogni allievo che si avvicina al judo è quello di diventare cintura nera e, magari, anche un grande campione. Ma se il sogno della grande star svanisce si “ripiega” sul ruolo sempre amato dell’insegnante, il Maestro di Judo. Ora, io so che molti ragazzi che hanno praticato il judo per molti anni, dopo tante competizioni e tanti stage frequentati, decidono di diventare degli insegnanti tecnici e si approcciano al grande passo, quello della frequenza in accademia. Il problema inizia qui. Che tipo di preparazione riceveranno i nostri aspiranti allenatori?

 

1381909_565540083577378_8235347662365127341_nIl problema della scuola, in genere, è un problema molto serio e non è mai stato affrontato, da chi di dovere, con le giuste capacità. Così, ad oggi, ci ritroviamo con una scuola pubblica disastrata e con una privata, sempre pagata da noi, in ottimo stato.

 

Cosa c’entra tutto questo con il judo? Noi sappiamo che nessuno si è mai posto il problema di affrontare un discorso di preparazione tecnica specifica per gli insegnanti. Non si è mai presa in considerazione una scuola del judo italiano; nessuno ha mai creduto, forse, che ne avessimo le capacità. Anche se abbiamo “sfornato” fior fior di campioni sia in ambito maschile che in quello femminile.

Come sono venute fuori le nostre medaglie? Solo perchè abbiamo dei geni, dei fuoriclasse che se li avessimo messi a giocare a baseball avrebbero fatto risultato nella stessa maniera. Non c’è stata programmazione, non si sono create le condizioni ottimali perchè un qualsiasi allievo potesse crescere con la conoscenza giusta per diventare prima un buon atleta e poi, in alcuni casi, un buon insegnante.

 

Non sempre i grandi campioni sono dei buoni insegnanti. Il loro gesto atletico, anche se formidabile, non li dispone per forza ad un insegnamento  di qualità. Saper fare un seoi nagè non equivale a saperlo spiegare. Saper trasmettere qualcosa è un lavoro, duro, difficile e, nella maggior parte dei casi, ripetitivo e stressante. Il difetto del campione, non preparato dialetticamente, è quello della supponenza: io ti dico quello che devi fare e se non ci riesci è un tuo problema perchè io l’ho sempre fatto con facilità. Quando si insegna si dà sempre per scontato che quello che si dice debba essere subito comprensibile, perchè quando parliamo ripetiamo cose che sappiamo benissimo; ma non ci poniamo il problema che chi ascolta stia sentendo per la prima volta ciò che vogliamo fargli comprendere.

 

Insegnare equivale a conoscere un ampio ventaglio di vocaboli dei quali ci avvarremo quando dovremo tentare di spiegare lo stesso concetto con parole diverse; chiaramente se conosciamo solo pochi termini la nostra possibilità di farci comprendere sarà minima. Così nella nostra “scuola pubblica” si insegna a diventare allenatori con programmi che rasentano l’inutilità (per lo specifico di settore), mentre nella scuola privata, i corsi di aggiornamento, non producono nulla di buono e nulla aggiungono o tolgono a quanto non sappiano già gli aspiranti. Inoltre, questi corsi pagati da tutti gli iscritti non recano il benchè minimo supporto culturale all’insegnamento.

 

Quando un ragazzo si presenta ad un corso di aggiornamento vuole imparare ad insegnare e poco gli importa della tecnica del grande campione o di astratti concetti di preparazione atletica da portare come esperimento di lavoro nella sua scuola, perchè un insegnante serio appronterà delle schede personali per ogni atleta che avrà bisogno di una preparazione atletica precisa. I corsi, dunque, sono il laccio al quale legare le cinture nere desiderose di diventare secondo, terzo, quarto, quinto, sesto, settimo Dan e oltre. Un laccio fatto di moniti e di ricatti ai quali chi entra nel mondo del judo da praticante vero non può e non deve sottostare. Non trasmettere cultura equivale a non dare la possibilità di scelta.

 

Un ente coraggioso affronterebbe un progetto più ambizioso, quasi pericoloso, si rivolgerebbe più alla base che ai vertici perché è proprio dalla base che arriva la linfa che trasformerà quei piccoli bambini insaccati nei judogi sempre più grandi di loro, nei campioni che abbiamo sempre sognato.

Sarebbe il caso di ripensare al sistema per renderlo più agevole e utile a chi, come noi, ama il judo a prescindere dalle medaglie o dai  Dan.

Sarebbe il caso di ripensare al sistema per dare ai giovani una possibilità reale, quella di essere dei professionisti.

Se non hai paura dei tuoi sogni, significa che non sono abbastanza grandi.

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Pagina facebook “Judo Italiano”


  1. Angelo Marchetti says:

    Meno male che c’è qualcuno che la pensa come me!!!!
    Sempre così Maestro.

  2. Vittorio Serenelli says:

    Mi piace, quando si inizia?

  3. Alessandra says:

    Sono totalmente d’accordo su quanto e stato scritto. Quando iniziamo?

  4. zANESCO cLAUDIO says:

    Ma guarda te, che novità, mi piace che la cosa sia messa in evidenza su questo sito importante e letto da moltissimi praticanti, mi permetto di dire che alcune “scuole private” ma aperte al pubblico , hanno affrontato e risolto il problema da anni, tecnica didattica ecc. ecc.

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