Seconda parte dell’intervista al Maestro Nicola Tempesta

Seconda parte dell’intervista al Maestro Nicola Tempesta

Quest’oggi vi proponiamo la seconda ed ultima parte dell’intervista al Maestro Nicola Tempesta, svolta dal neo direttore di Italiajudo, il Dott. Giovanni Di Cristo.

Foto: EducaJudo

Pubblicato da Giovanni Di Cristo il 27 dic 2020 in Napoli

Maestro, che cosa suggerisce ai genitori che hanno il timore di portare i propri figli a fare judo durante questa pandemia?

Ad essere sincero, hanno ragione. Come ho detto rispondendo ad una precedente domanda, non conosciamo il nostro avversario. La cosa migliore da fare è stare a casa. Nel caso ci venga detto come difenderci dal virus, a quel punto potremmo attrezzarci e riaprire i nostri centri al pubblico. Dobbiamo essere prudenti con un pericolo di queste dimensioni ed allo stesso tempo dobbiamo stringere i denti.

Nel 1967, Lei assieme al Maestro Cesare Barioli organizzò il primo grande stage nazionale di judo, uniformando le basi tecniche a livello nazionale. Lei che ha dato un contributo così importante alla crescita formativa di centinaia di judoka, ritiene che oggi sia adeguata la formazione degli aspiranti tecnici?

In Italia, dovremmo tutti cantare una canzoncina che andava di moda negli anni 30: «Siamo il popolo che applaudisce tutto quello che non capisce, trullalero e trullalà». Gli stage di Sperlonga – utilizzo il plurale visto che ripetemmo quell’incredibile esperienza per due anni di fila – furono i più partecipati di sempre ed anche i più lunghi. Superammo anche gli stage che all’epoca organizzavano i francesi. A mio avviso, avevamo bisogno di capirci, di parlare la stessa lingua, di fare lo stesso judo. Dovevamo stare assieme per risolvere le nostre differenze. Sperlonga rappresentò un momento di notevole importanza per la crescita del judo nazionale. Si posero le basi per l’Accademia di Judo, che ritengo una mia creatura. Si trattava di un college che durava tra i tre ed i quattro mesi dove si studiava il judo e ci si allenava. Una volta costituita l’Accademia, pensai fosse giusto che lo Stato riconoscesse la categoria degli insegnanti tecnici di Judo come una professione a tutti gli effetti. Ci furono alcune interrogazioni parlamentari, che però al loro interno richiedevano il riconoscimento anche per altre discipline sportive, all’epoca meno diffuse del judo, come il ju-jitsu, il karate e molte altre, quindi il processo si interruppe e non se ne fece più niente.

Torniamo all’Accademia. Purtroppo, dopo una ventina di anni, questo strumento educativo pazzesco cessò di esistere. L’Accademia ha lasciato un vuoto molto grande e dovremmo pensare a come ristabilire una macchina formativa così potente, ovviamente adattata alle esigenze dei giorni nostri, in modo da dare solide basi ai giovani che vogliono affacciarsi all’insegnamento del judo. Ritengo infatti che oggigiorno ci sia la necessità di specializzare l’insegnamento. Per esempio, allenare gli amatori non è la stessa cosa che allenare degli agonisti. È molto logico, tuttavia, non capisco perché ancora non ci siamo arrivati.

Il 28 giugno di due anni fa Le è stato conferito il 9° Dan. Che cosa ha rappresentato per Lei questo prestigioso riconoscimento? 

Da una parte il conferimento del 9° Dan mi ha inorgoglito, dall’altro mi ha lasciato indifferente. Infatti, quando una cintura verde diviene 8° Dan, il mio 9° Dan non ha più significato. Quando una cintura tra il verde ed il blu diventa decimo, mi sento del tutto inopportuno ad essere presente nella lunghissima lista di alti gradi della FIJLKAM. Io mi sento piú un 5° Dan, grado che ho conquistato sul campo nelle competizioni in giro per il mondo. E dove spesso e volentieri mi è stata negata la vittoria in incontri importanti, come ad esempio nella finale dei Campionati d’Europa del 1963 a Ginevra. In quella occasione, affrontai l’inglese Karl Nitz a cui feci una leva articolare in piedi, che mi riusciva molto bene. Nitz urlò ed io lasciai la presa, tuttavia l’arbitro non mi assegnò la vittoria e fece continuare il combattimento. La stessa scena si ripetette un minuto più tardi e l’arbitro ancora una volta fece continuare l’incontro. Cosí, alla terza volta non mollai la leva, nonostante Nitz urlava a squarciagola. L’arbitro diede il matè e mi squalificò. Fu cosí che mi classificai al secondo posto.

Il 27 febbraio 2021 si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del consiglio nazionale della FIJLKAM. Dopo decenni che non accadeva, pare che questa volta avremo due candidati alla Presidenza. Qual è la Sua opinione in merito? 

Ritengo che stia finendo l’epoca degli “yes men”. Ciò detto, ero convinto che il presidente attuale non potesse candidarsi, in quanto incompatibile, essendo egli dirigente del CONI e percependo la maggior parte del proprio stipendio da un ente sportivo che ha stretti legami con la FIJLKAM. Al di là dell’incompatibilità o meno di Falcone, che dovrà essere verificata, io mi schiero apertamente dalla parte di Mariani. Felice è un judoka ed io preferisco una persona che abbia vissuto ogni aspetto di uno degli sport che compongono la nostra complessa realtà federale. Devo ammettere però che conosco Domenico Falcone da molti anni e ho sempre avuto un buon rapporto con lui da quando cominciò come Segretario Generale della federazione. Infatti, proprio qualche giorno fa l’ho chiamato per fargli sapere che “gli avrei messo le corna!” come si suol dire, e che ho scritto a Felice Mariani una lettera in cui sponsorizzo la sua candidatura.

Sono decenni che abbiamo avuto presidenti che non vengono dal mondo sportivo. Infatti, partendo dal dopoguerra, abbiamo avuto Giorgio Giubilo per una manciata di anni, poi Giovanni Valente per 12 anni, e Carlo Zanelli per una quindicina di anni, fino al 1980. Quest’ultimo era un uomo di Pertini introdotto nel CONI. Nonostante la raccomandazione, è stato un ottimo presidente, devo moltissimo alla sua persona. A Zanelli, nel 1981 successe Matteo Pellicone, che fu un altro grande presidente. Egli seppe utilizzare con intelligenza le persone di cui si circondò in Consiglio. Infatti, Pellicone realizzò molte cose positive per la federazione e i propri tesserati, basti pensare al centro olimpico e al palazzetto dello sport che portano giustamente il suo nome. Pellicone fu un uomo di grande successo anche al di fuori del mondo sportivo e questo conferma il suo spessore. Con Falcone molti “yes men” hanno trovato terreno fertile e hanno pensato di poter volare liberamente con le proprie ali. Tuttavia, niente è stato realizzato negli ultimi sei anni ed io ritengo sia giunta l’ora di un cambio importante. Siamo finalmente pronti.

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Prima parte dell’intervista al Maestro Nicola Tempesta .

Ricordi di Sperlonga quarantaquattro anni dopo .

“Judo: sport e tradizione” il libro di Tempesta, Tavolucci e Tribuzio .

Libera-Mente con Nicola Tempesta e Claudio Pollio .

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Le Olimpiadi di Tokyo 1964 .


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