Riesaminare il nuovo per riscoprire l’antico: il judo visto da Silvano Addamiani

Riesaminare il nuovo per riscoprire l’antico: il judo visto da Silvano Addamiani

Ricevuta l’intervista sottostante che Leandro Spadari ha rivolto al maestro Silvano Addamiani, assiduo collaboratore di Italiajudo per più di un biennio, dal 2014 al 2016, la redazione ha deciso di pubblicarla interamente, nonostante non vi fosse un pieno consenso sui contenuti in essa espressi. Italiajudo è convinta che il confronto sia la pietra miliare dove costruire il nostro futuro, con obiettivo di vedere tutto il movimento judoistico italiano crescere in modo esponenziale. A tal proposito, siamo convinti che Silvano Addamiani, nell’intervista effettuata da Leandro Spadari, ci fornisca uno spunto di elaborazione, partecipazione e proposta in linea con la mission alla base della nascita del nostro organo di informazione. Pertanto, sulle pagine di Italiajudo, per chi volesse contribuire con le proprie idee, il dibattito è aperto. Buona Lettura!

Pubblicato da Leandro Spadari il 18 gen 2019 in Roma

Di Leandro Spadari

“Riesaminando l’antico, conoscere il nuovo”. Un apparentemente semplice ma suggestivo ammaestramento, attribuito dai suoi discepoli al sommo Confucio, e ripreso anche da Gikin Funakoshi all’inizio della sua magistrale opera Karatedo Kyohan. Noi, nella breve intervista che segue, abbiamo seguito forse un cammino inverso: “riesaminando il nuovo, riscoprire l’antico”. Un obiettivo di per se difficile ed ambizioso. Ma per farlo, sia pur sommariamente e nei limiti contenutistici e di spazio di un articolo, per quanto possibile senza sbavature ed imprecisioni, c’era bisogno del riferimento ad una personalità dalla notevole caratura e riconosciuta esperienza, dalle indiscusse competenze tecniche, profonda conoscitrice del judo e delle sue evoluzioni tecniche, didattiche ed agonistiche nel tempo.

E chi, meglio del maestro Silvano Addamiani? Una pratica iniziata nel ’50 lo ha portato alla cintura nera nel 1955 e ad essere insegnante abilitato dal Kodokan di Tokyo nel 1956. Da agonista, due volte campione italiano, una volta secondo ed una volta terzo agli Assoluti senza categoria di peso, azzurro selezionato tre volte per i campionati europei (con un’unica partecipazione a causa dell’annullamento degli altri due eventi per crisi politiche e militari), arbitro nazionale ed internazionale, membro fondatore della Federazione Italiana Karate di cui è stato consigliere per tre mandati (dal 1966 al 1976) e vicepresidente dal 1976 al 1979. Già presidente della Commissione Azzurri della Fijlkam, stella d’oro del CONI al merito sportivo, è stato nominato direttore tecnico nazionale nel 1965 e per 11 anni ha diretto tutte le nazionali italiane di judo: a suo merito può ben ascriversi  la conquista  della prima medaglia olimpica azzurra di judo a Montreal, nonché tante affermazioni in un contesto complessivo dato da due olimpiadi, mondiali, europei, mondiali universitari e militari, guidando atleti che hanno contribuito ad arricchire i nostri palmares (ne citiamo solo alcuni: Alfredo e Giuseppe Vismara, Andrea Veronese, Felice Mariani, Ezio Gamba, Sandro Rosati, Mario Daminelli, Laura Di Toma). Autore di libri di tecnica judoistica sin dal 1965 – ricordiamo con piacere una sua fondamentale opera in tandem con il maestro Pio Gaddi, Judo Attacco e Difesa  -, di centinaia di articoli pubblicati su Atletica Pesante, Judo Italiano, Athlon, Athlon.net, SAMURAI, Italiajudo stesso, ha svolto anche un’intensa attività promozionale con eventi quali Martial Body Night, Orient Eur, Theleton, centenario federale, Giornata mondiale dello sport in Vaticano e diversi spettacoli televisivi. Tra le sue proposte, su mandato federale ed accettate dai competenti organismi del judo internazionale, quella del 1973 di indire il primo torneo europeo femminile seniores, svoltosi a Genova il 1º dicembre 1974, e quella risalente al gennaio 1969 di ampliare le categorie di peso da tre a cinque, attuata in occasione del 2° Gran Premio d’Italia svoltosi a Cortina d’ Ampezzo. E’ stato anche presidente della Accademia Nazionale Hapkido e consigliere della federazione Dragon Boat. Nel 1994 ha fondato la società commerciale Europa Sport srl, di cui oggi hanno assunto la titolarità i due figli. E qui ci fermiamo per dargli ora la parola.

Maestro Addamiani, secondo Lei c’è differenza tra il judo espresso oggigiorno ed il judo espresso quando Lei ricopriva la carica di Direttore Tecnico della nazionale?

L’essenza del judo risiede nella capacità di sfruttare, ai fini della vittoria, la forza dell’altro ed è questa caratterizzazione, dovuta alla genialità di Jigoro Kano, a differenziare  il judo dalla lotta e da tutte le altre lotte, in cui due distinte energie si trovano in mera contrapposizione. Kuzuri, la presa; Kuzushi, lo squilibrio; Kake, la proiezione, ne rappresentano i principi cardine. Nelle gare cui da tempo assisto ed in quelle visionate questi principi sono, come dire, saltati, a tutto beneficio della sola presa. Ma se gli agonisti passano la maggior parte del tempo di un incontro ad applicare la presa, ecco che non c’è più lo squilibrio ma solo un’azione di forza, cui segue una proiezione in cui uke dovrebbe cadere a terra di spalla, uno “stacco”, non un rotolamento come troppo spesso invece avviene. Gli attuali regolamenti hanno portato a snaturare il judo di Jigoro Kano: io rispetto la disciplina che così ha preso corpo, ma non posso concepire quale evoluzione del judo un qualcosa che invece cancella il concetto stesso di evoluzione.

Qual è invece lo stato di salute del judo italiano?

Venendo al nostro Paese, non c’è più una scuola italiana di judo: una volta era l’Accademia Nazionale Italiana a garantire un’uniformità di approccio e di didattica con un metodo tutto italiano. Eliminando l’Accademia, anche l’idea è caduta, tanto che la federazione non ha più effettuato riunioni per unificare il metodo del judo. La formazione degli insegnanti è stata così delegata ai comitati regionali, senza un indirizzo unitario metodologico e tecnico. Gli atleti italiani di eccellenza non sono più, pertanto, espressione di una scuola italiana ma delle migliori società private. Qui occorre ringraziare le Forze Armate, elemento catalizzatore e salvifico, in quanto sono loro ad acquisire i nostri migliori atleti sulle scene nazionali ed a proiettarli verso una dimensione internazionale. Dopo i primi successi olimpici maschili (Mariani, Gamba) e mondiali femminili (De Cal) frutto, lo sottolineo, di un lavoro continuativo svolto in sinergia tra la federazione e le Forze Armate, con il venir meno dei college, sono rimaste sulla scena solo queste ultime e le società civili. I successi che pur ci sono stati dopo si devono allo “stellone” italico, una casualità abitudinaria, senza il supporto di una precisa e rigorosa programmazione. Basti pensare che l’Accademia di judo – fondata il 12 settembre 1970 – era arrivata ad annoverare oltre 500 diplomati, e si era giunti a formulare una proposta di legge in forza della quale gli insegnanti di judo e karate diventassero insegnanti riconosciuti dallo stato, come già avveniva per i maestri di sci e danza. Proposta poi non giunta a compimento per diversi motivi, che tralascio di considerare. Una iniziativa che comunque testimonia della visione alta di strategia politica fatta propria, allora, dalla federazione. Questa impostazione e filosofia è durata fino alla scomparsa di Ceracchini, che possiamo definire un grande generale, alla stregua di un Napoleone o di un Gengis Khan, le cui imprese peraltro lo entusiasmavano e, dico di più, ne hanno probabilmente influenzato il pensiero in materia di “vision” sportiva. Aggiungo che il motivo ufficiale della chiusura dell’Accademia potrebbe risiedere proprio in quel mancato riconoscimento a livello parlamentare del titolo rilasciato dalla federazione. Ma in realtà la nuova governance subentrata era tutt’altro che disposta a riconoscere il mito di chi fino a quel momento si era così tanto impegnato. Lo dimostra il fatto che il busto bronzeo ritraente Ceracchini, opera del maestro Ken Otani che oltre ad essere stato il primo maestro giapponese di assoluto valore ad insegnare in Italia, era anche un valentissimo scultore di fama internazionale,  inizialmente collocato all’ingresso dell’Accademia, ad un certo punto è sparito ed è stato ritrovato quasi casualmente in cantina. La famiglia ha potuto entrarne in possesso grazie solo all’interessamento di un benefattore.

Veniamo alla Sua recente opera, Judo si, judo no: quale il messaggio che ha voluto lanciare?

Il libro è un po’ il frutto del mio retaggio storico, tecnico e culturale e vi ho riassunto i dati statistici rilevati dal 1924 sino alle Olimpiadi di Rio de Janeiro: vi compaiono i vincitori internazionali ed i paesi di appartenenza, con un’attenta analisi dei regolamenti tecnici di gara intervenuti lungo quest’arco di tempo, base pratica della mia tesi sull’attuale livello di evoluzione del judo. Ritengo che il judo oggi praticato non si possa più definire tale: dovrebbe essere sostituito piuttosto dal termine lotta giapponese. La diffusione del judo nei vari Paesi del mondo lo ha portato fatalmente ad assorbirne le locali espressioni di lotta, venendone quindi contaminato. Ecco il problema. Non si è tenuto conto in questi ultimi 100 anni della velocità d’azione della società moderna, talmente elevata da non poter essere né ideata né sostenuta nell’epoca in cui il judo è nato, per cui i suoi rappresentanti a livello mondiale hanno adeguato il judo agonistico a tali fattori: il tempo, la velocità contrastavano con i  metodi di apprendimento del judo originario; così si è preferito puntare sulla sua diffusione a discapito dell’originalità del metodo di Jigoro Kano. Il risultato? Una lotta apparentemente simile, ma non certo uguale al judo originario.

Che reazioni ha suscitato il libro?

Molti tecnici che l’hanno letto mi hanno espresso il loro sincero apprezzamento. Per contro, la delusione maggiore mi è venuta da parte di un esponente del judo italiano in contesti di respiro internazionale. Mi ha detto che quello cui assistiamo oggi è il judo che si è evoluto, mentre io con le mie argomentazioni sarei rimasto allo “stato brado”.  Bene, sono certo che il tempo ci dirà in proposito chi ha ragione!


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