Essere squadra o essere famiglia?

Essere squadra o essere famiglia?

A completamento dell’editoriale “Libera-mente mondiale” abbiamo intervistato la dottoressa Stefania Ortensi, psicologa dello sport sul tema “essere squadra” ed “essere famiglia”.   Dottoressa, in termini psicologici cosa significa essere una squadra ed essere una famiglia? Quali i punti in comune e quali le differenze? Squadra e famiglia sono due dimensioni di gruppo con peculiarità e [...]

Pubblicato da AC il 4 set 2014 in Milano

A completamento dell’editoriale “Libera-mente mondiale” abbiamo intervistato la dottoressa Stefania Ortensi, psicologa dello sport sul tema “essere squadra” ed “essere famiglia”.

 

Dottoressa, in termini psicologici cosa significa essere una squadra ed essere una famiglia? Quali i punti in comune e quali le differenze?

Squadra e famiglia sono due dimensioni di gruppo con peculiarità e scopi nettamente differenti. La dimensione “famiglia” ha certamente preziose caratteristiche da preservare. Solitamente favorisce la coesione di gruppo, il supporto reciproco, la condivisione emotiva, l’instaurarsi di rapporti empatici, il rafforzamento del senso di appartenenza e di affiliazione. Tutti requisiti necessari, ma non sufficienti per essere una “squadra performante”. Per raggiungere obiettivi e consentire una prestazione all’altezza delle proprie potenzialità tutto ciò non basta. Non si deve mai perdere di vista alcuni aspetti fondamentali come una leadership efficace ed autorevole, certamente supportiva, ma al tempo stesso capace di processi decisionali chiari e coerenti e orientata all’obiettivo. E’ questo, infatti, un altro aspetto fondamentale dell’essere squadra. Stabilire degli obiettivi chiari e precisi, a breve medio e lungo termine, significativi per il gruppo e per il singolo, orientati alla prestazione, è uno dei principali metodi per incrementare la performance, mantenere alto il livello di impegno e non perdere motivazione. In una squadra non si può prescindere poi da una chiara suddivisione di ruoli, dalla specializzazione delle competenze e dalla definizione e rispetto di regole condivise.

Quali rischi si corrono impostando una squadra come una famiglia? Quali le possibili ripercussioni sugli atleti?

Il rischio è quello di non essere efficaci in campo come si potrebbe e di non puntare sempre al miglioramento della prestazione, ma di finire – come si suole dire – a “tarallucci e vino” e di accontentarsi di una prestazione discreta o mediocre, a seconda dei casi, ma certo non eccellente. Anche se può sembrare strano, ci sono alcuni momenti nella vita di un atleta, in cui è sbagliato o quanto meno riduttivo, limitarsi a “fare del proprio meglio”. Porsi obiettivi motivanti, raggiungerli e pensare al traguardo successivo è benzina pura per la motivazione e il motore che ci consente di raggiungere traguardi sempre più ambiziosi.

Quali sono gli atteggiamenti da evitare nella gestione di una squadra per non rischiare di trasformarla in una famiglia?

Dispersione e scarsa definizione dei ruoli, deresponsabilizzazione, leadership inefficace o eccessivamente delegante, obiettivi poco chiari o definiti in modo approssimativo. Sono aspetti che non solo rischiano di essere controproducenti per la prestazione agonistica, ma alla lunga possono alimentare nell’atleta vissuti di ansia e frustrazione difficili da gestire.

Far parte di un gruppo per merito e farlo per “diritto” può essere una chiave di lettura? L’idea della “precarietà” ed il fatto di avere dei concorrenti è salutare alla resa di una squadra?

Sicuramente una giusta dose di adrenalina e di competizione interna può aiutare il singolo atleta a non sentirsi “arrivato” ed allontanare quel calo motivazionale dato dal “posto fisso” in squadra. Certamente però potrebbe essere utile pensare anche ad un sistema premiante basato sui successi di singoli e del gruppo, che incentivi il raggiungimento di obiettivi sia di prestazione che di risultato. Condividere una visione comune ed alimentare un senso di responsabilità collettiva che contempli lo sforzo di ciascun atleta per il raggiungimento della performance di squadra, anche in uno sport individuale come il judo, è indispensabile per mantenere un atteggiamento proattivo e performante.

Queste differenze valgono tanto nei club amatoriali quanto nel professionismo di vertice?

Assolutamente sì. Se nell’alto agonistico sono fattori essenziali per giocare un ruolo di punta ed essere competitivi a livello internazionale, è nei club amatoriali e nei settori giovanili che “si semina” per preparare i campioni di domani. E’ quindi fondamentale che si alimenti, già nei piccoli club, questa consapevolezza. Ai tecnici è infatti richiesto non solo essere in grado di insegnare i fondamentali tecnico-tattici, ma anche di possedere competenze psicologico relazionali come leadership, gestione dello stress, capacità motivazionale, abilità comunicative e lavoro per obiettivi. Promuovere ad esempio percorsi formativi rivolti agli staff tecnici e dirigenziali che contemplino lo sviluppo di queste competenze può essere il primo passo in questa direzione.

 

Dott. ssa Stefania Ortensi

Psicologa dello sport e del lavoro. Mental Trainer di atleti di alto livello e consulente dei settori giovanili.

Docente Master in Psicologia dello Sport. Formatrice aziendale e orientatrice professionale.

www.stefaniaortensi.it

 


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