Professionisti: campioni “radicati”

Professionisti: campioni “radicati”

  “Perché no” torna anche questo mercoledì per lanciare un sassolino sul mondo del professionismo e sui rapporti tra judo “di base” e judo “di vertice”. Tematica spigolosa e assai dibattuta, attualissima in un momento in cui crisi e voglia di crescere si combattono quotidianamente.   Perché no? – Professionisti: campioni “radicati”   Il rapporto [...]

Pubblicato da AC il 18 giu 2014 in Monza

 

“Perché no” torna anche questo mercoledì per lanciare un sassolino sul mondo del professionismo e sui rapporti tra judo “di base” e judo “di vertice”. Tematica spigolosa e assai dibattuta, attualissima in un momento in cui crisi e voglia di crescere si combattono quotidianamente.

 

Perché no? – Professionisti: campioni “radicati”

 

Il rapporto tra judo professionistico e judo di base è uno dei punti maggiormente dibattuti negli anni non solo recenti: origine di diatribe e vere e proprie lotte, motivo di frequenti invidie, nodo cruciale per crescere nel futuro.

Oggi il judo di base fornisce al professionismo i propri migliori elementi; per quanto possano essere criticati i gruppi sportivi militari sono i soli a poter garantire un futuro a tanti talenti dello sport e con una responsabilità non da poco si incaricano di far crescere ed ottenere il meglio dai migliori.

Ora, salvo casi eccezionali il passaggio dalla base al professionismo è segnato da una frattura che separa il mondo della base da quello di vertice.

All’interno del CONI esistono tuttavia esperienze differenti dalla nostra, che possono rappresentare alternative plausibili: è il caso della Federazione Italiana Nuoto (FIN) e della Federazione Italiana Tiro con l’Arco (FITARCO) ma anche della Federazione Italiana Di Atletica Leggera (FIDAL). Sia la FIN che la FITARCO prevedono infatti l’esistenza di un doppio tesseramento ovvero la possibilità che l’atleta professionista sia “condiviso” con una società civile che di norma è quella d’origine. Se nel caso del nuoto questo significa il doppio accredito del punteggio derivante dall’attività agonistica federale, sia alla società civile che a quella militare, nel caso del Tiro Con l’Arco il punteggio delle gare individuali viene accreditato al Gruppo Sportivo Militare, mentre quello delle gare a squadre alle società civili. Singolare è il caso della FIN dove le società militari non partecipano al campionato a squadre e gli atleti vi prendono parte con la società civile di provenienza. Nel nuoto infine il trasferimento da società di base a società professionistica è accompagnato dal versamento di un’indennità di preparazione di tipo monetario alla società di provenienza. Nel caso dell’atletica leggera non esiste invece il doppio tesseramento ma oltre ad essere riconosciuta l’indennità di preparazione alla società di provenienza, i risultati agonistici di un atleta arruolato, per i primi tre anni producono effetti anche per la società di provenienza. Un ultimo spunto interessante viene dalla  FIDAL a proposito delle condizioni necessarie per l’arruolamento: un atleta per poter essere un professionista deve avere e mantenere lo status di atleta di interesse nazionale…

Oggi numerosi club toccano da vicino il professionismo laddove i Corpi consentano ai propri atleti di allenarsi a casa. Ma se fare di necessità altrui una virtù propria è un’arte che in pochi possiedono, ritrovare un equilirio funzionale ad atleti, Gruppi Sportivi e Club significa smettere le divise in quanto tali per indossare un judogi più bianco per tutti.

D’altronde, se da un lato non fa al caso nostro il modello pur “goloso” delle “indennità di praparazione”, dall’altro prendere utili spunti per riequilibrare i rapporti tra sport di base e sport di vertice, potrebbe essere un segno di responsabilità ed un’opportunità per crescere; sarebbe inoltre un’occasione per far crescere dei professionisti radicati ad una storia e ad un territorio che oggi serva a loro e domani siano loro a servire… Perché no?

 

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  1. Carlo Grava says:

    Forse può essere solo una battuta, ma la lancio lo stesso.
    Si legge in molti articoli di giornali di società professionistiche “private” di sport come calcio-pallaccanestro e così via che falliscono con milioni di debiti e che pagano degli atleti più o meno forti con cifre esagerate. Se si riuscisse ad avere un sistema serio e coordinato tra le varie società-federazioni per poter intercettare quei soldi per i cosidetti sport minori ( ma non minorati….), eviteremo di danneggiarci (ricordo che i corpi militari sono enti pubblici e quindi a costo tasse). Cosi facendo si creerebbe una rete di sport utile per tutti. In effetti credo che sia la funzione principale del CONI, che come ha detto il Presidente della Repubblica, in teoria dovrebbe separare gli interessi politici ed economici per migliorare il tessuto socioeconomico nel principio del “mens sana in corpore sano”. Infine un particolare, non possono esistere sportivi professionisti se non esiste un buon numero di praticanti di base, anche se poi basta far mettere le persone su un divano e pagare la tv-via cavo per mantenere certi sportivi. Ma siamo sicuri che sia la strada giusta per il futuro?

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