Parola ad Elio Verde: «Il passaggio da atleta ad allenatore è stata “na botta ‘nfront”»

Parola ad Elio Verde: «Il passaggio da atleta ad allenatore è stata “na botta ‘nfront”»

Vi proponiamo l’irriverente intervista di Italiajudo ad Elio Verde, campione dentro e fuori il tatami.

Pubblicato da Giovanni Di Cristo il 2 feb 2021 in Napoli

Puoi spiegare al pubblico di Italiajudo come riesci a restare positivo dal punto di vista psicologico in questo periodo così difficile a causa della pandemia?

La pandemia ha destabilizzato tutti, non nego che è stato un periodo molto difficile e lo è ancora. Eravamo abituati a viaggiare a 1000 kmh e tutto ad un tratto ci dicono di viaggiare ad una velocità 100 volte più bassa. Dall’altra parte, però, noi judoka siamo abituati ad adattarci a tutte le situazioni e quindi ho cercato di sfruttare questa lunga pausa, focalizzandomi il più possibile sul lavoro specifico, con particolare riferimento ad alcune lacune tecniche. Quando si è sempre in gara, è difficile trovare del tempo per questo tipo di lavoro. Ecco, mi sono posto anche io da allenatore un piccolo obiettivo, così mi sono tenuto occupato, con la mente e con il corpo. Anche noi allenatori abbiamo bisogno di obiettivi per dare il meglio di noi!

Attualmente qual è il tuo ruolo nelle Fiamme Oro? E nella FIJLKAM di cosa ti occupi?

Attualmente sono allenatore delle Fiamme Oro e svolgo questo lavoro da circa quattro anni. In Federazione non ricopro nessun ruolo.

Quale momento della tua carriera sportiva ricordi con più piacere?

Ricordo molto volentieri il periodo che va dai primi anni juniores in poi. Passavamo tantissimo tempo al centro olimpico, si lavorava tutti insieme, si costruiva a lungo termine, si credeva di più alla programmazione e, soprattutto, sul tatami avvertivo un fuoco sempre acceso, uno spirito positivo che non avverto più! Forse sono cambiato io, non saprei! Dal 2007 al 2012 sono stati i miei anni migliori. Ho raccolto tanto, ero nel pieno della forma sia mentale che fisica e sono quasi riuscito a chiudere il quadriennio con una medaglia olimpica. Ahimè c’è mancato poco! Poi dopo blackout, non ricordo cose positive.

In un’ottica costruttiva, come si potrebbe rendere più facile la vita di un atleta di alto livello?

Credo sia più facile di quanto si possa pensare: abbiamo un centro olimpico invidiabile, l’atleta di alto livello ha bisogno di confrontarsi, sentirsi al centro dell’attenzione, avere degli obiettivi solidi e un gran team alle spalle che lo aiuti. E naturalmente egli deve stare spesso a contatto con altri atleti di altissimo livello, meglio se piú forti di lui o di lei!

Raccontaci il tuo passaggio da atleta ad allenatore? Semplice o Facile? Perché?

Il passaggio da atleta ad allenatore è stata “na botta n’front”! Ci ho messo un po’ ad accettare il fatto che non sarei stato più io il protagonista, che non avrei più calcato i grandi tatami, che non avrei più vissuto quei momenti di pura adrenalina. Se devo dirla tutta, forse ancora non mi è passato. È difficile anche perché oggi sono cambiate tante cose: gli atleti sono diversi, sono abituati a fare “i professionisti” già da Cadetti, vengono trattati subito da campioni affermati e questo poi li porta ad avere un approccio diverso con gli allenatori. Alcuni credono anche di potersi gestire da soli e capire cosa sia meglio per loro, ma alla base di questo credo che non ci sia più l’educazione di una volta! I tempi cambiano, ma cercherò di stare al passo anche con questo.

Quanto è stato importante per te il rapporto di fiducia tra atleta ed allenatore?

È stato il mio punto di forza da atleta, avere una persona che crede in te è fondamentale, che pensi per te, che risolva i problemi per te. l’atleta deve pensare ad allenarsi, a focalizzare tutte le sue energie sull’allenamento e questo solo un bravo tecnico sa farlo. Quando si inizia a pensare di poterci riuscire da soli, senza l’aiuto di nessuno, beh è lì che si avvicina la fine! Infatti, riferendomi alla mia esperienza personale come atleta, quando mi è venuta a mancare questa figura, ne ho risentito tanto.

Che cosa credi funzioni bene e che cosa può essere migliorato del percorso formativo di un allenatore?

In primis, un allenatore deve avere una guida importante alle proprie spalle per crescere in maniera solida e veloce. Mi spiego meglio: ritengo ci sia bisogno di una persona che ti dia fiducia, che creda in te e nel tuo lavoro, che ti sappia gestire ma facendo attenzione a non limitare i tuoi pensieri e il tuo modo di fare; non esiste l’allenatore perfetto, ognuno ha il proprio modo di trasmettere e insegnare. Un esempio di cosa funziona bene da molto tempo in altre nazioni è quello di ricorrere agli atleti olimpici o di alto livello che smettono l’attività agonistica, impegnandoli fin da subito come tutor delle nazionali giovanili. In questo modo, si consente loro di far esperienza, di formarsi e crescere pian piano, naturalmente gestiti da un direttore tecnico, oppure da un insegnante con molta esperienza. Purtroppo qui da noi la pensano diversamente…

Sappiamo che hai organizzato in questi ultimi anni uno stage di judo, il Greencamp. Raccontaci di questa esperienza e dei tuoi progetti futuri.

Il Green Camp è un progetto che ho intenzione di portare avanti. L’idea è quella di creare un appuntamento fisso, dove le classi giovanili prendano il meglio dai campioni ospiti e dove gli agonisti possano confrontarsi in un classico training di soli randori. Sarà il mio obiettivo per ripartire dopo questa pandemia.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Difficile fare programmazioni, nulla è sicuro in questo periodo, però da programma abbiamo una Open a Praga a fine febbraio.

Tra poche settimane ci saranno le elezioni della FIJLKAM. Dopo parecchi anni, ci sarà la possibilità di scegliere due candidati alla presidenza, pensi sia una cosa positiva?

Ritengo che la possibilità di scegliere rappresenti sempre una crescita, in quanto consente di aprire la strada a nuovi scenari e differenti prospettive. Una cosa è certa: è ora di cambiare qualcosa!


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