Parola a Franco Capelletti

Parola a Franco Capelletti

E’ un’icona del judo nazionale e negli ultimi mesi è stato al centro di molte polemiche, ora “strattonato” da alcuni, ora “incensato” da altri: Franco Capelletti è fuor di dubbio uno dei “padri” del judo azzurro. Classe 1938, nato in quel di Iseo, Brescia, è l’unico in Italia a indossare la cintura rossa; oggi nella [...]

Pubblicato da AC il 28 apr 2015 in Monza

E’ un’icona del judo nazionale e negli ultimi mesi è stato al centro di molte polemiche, ora “strattonato” da alcuni, ora “incensato” da altri: Franco Capelletti è fuor di dubbio uno dei “padri” del judo azzurro. Classe 1938, nato in quel di Iseo, Brescia, è l’unico in Italia a indossare la cintura rossa; oggi nella IJF Hall of Fameed ai vertici del judo mondiale, prima tecnico sociale, poi DT della nazionale e quindi politico e vice-presidente vicario della Federazione, ha visto nascere e crescere il judo tricolore sviluppando una visione d’insieme ampia frutto di un’esperienza sul tatami singolare. Italiajudo ha incontrato il maestro per scoprire più da vicino le tappe della sua lunga storia di judoka, ma soprattutto per capire quale idea si è fatto del judo italiano in vista delle Olimpiadi di Rio 2016 e del prossimo quadriennio olimpico.

 

Buongiorno maestro! Qual è la sua idea del judo italiano di oggi?

Manca poco alle Olimpiadi di Rio, veramente poco. Non possiamo ancora temporeggiare, è arrivato il momento di prendere delle decisioni. Murakami, se ben coadiuvato dallo staff tecnico, potrà svolgere un ruolo fondamentale a questo proposito, perché bisogna fare delle scelte e mantenerle cercando, possibilmente, di non alterare gli equilibri politici. Il primo passo, il più importante, sarà definire la prima squadra. Non c’è tempo da perdere, non è più il momento per le indecisioni o i dubbi. Dobbiamo lavorare tanto e duramente, una volta scelti i singoli atleti dobbiamo fare un lavoro altamente specifico finalizzato al loro posizionamento nella ranking list. Gli elementi li abbiamo, gli strumenti pure: parlo anche della videoanalisi, che ci può dare un grande aiuto in questo tipo di lavoro, soprattutto per quanto riguarda l’arbitraggio. E’ superficiale pensare che gli atleti non debbano preoccuparsi di come giudicano i singoli arbitri: conoscere gli arbitri è fondamentale. Per questo è importante che lo Staff tecnico si affidi ad un consulente arbitrale. Così come volevo che si facesse nel mio Staff, in modo che negli allenamenti venisse considerata anche la componente arbitrale. Per me è stato fondamentale ma oggi abbiamo la fortuna di poter sfruttare la videoanalisi, uno strumento ancora più esatto e dettagliato. Io dico: utilizziamolo maggiormente. Dobbiamo darci degli obiettivi certi, dobbiamo avere dei punti di demarcazione. Gli Europei, che sono praticamente arrivati. Definiamo la squadra, lavoriamo per gli Europei, poi mettiamo a punto il lavoro. Non possiamo avere ancora troppi dubbi con la squadra maschile. Con le donne le cose vanno meglio e ad oggi sono loro che hanno maggiori possibilità di vincere. E’ una questione di mentalità e, anche, di cultura. Dobbiamo smetterla con la mentalità della sopravvivenza, ci vuole la programmazione e una nuova mentalità vincente.

Dopo il mondiale di Chelyabinsk, l’Italia ha faticato a prendere una direzione coerente con le scelte fatte ad inizio quadriennio: da un lato dismissione del maestro Toniolo non è stata affatto compresa, d’altro canto l’arrivo di Kyoshi Murakami è stato presentato come un punto di svolta per il judo azzurro. Ci può chiarire le scelte di questi ultimi mesi?

Guidare una nazionale non è semplice, anche se è l’ambizione di tutti in Italia, ma le pressioni sono molte e spesso non basta essere stato un ottimo atleta o un ottimo tecnico sociale. Ci vuole autorevolezza e coerenza nelle scelte. Ecco perché è molto importante la figura del Maestro Murakami che può aiutare in tal senso il nostro staff tecnico: lui ha esperienza, autorevolezza e, soprattutto, venendo da fuori ha un punto di vista oggettivo e imparziale. Per questo come Consulente tecnico è il meglio che potevamo auspicare e potrà aiutarci, insieme agli allenatori federali, a fare grandi cose con i nostri ragazzi. Si è subito inserito bene all’interno dello staff tecnico e, d’accordo con gli allenatori federali, sta già apportando significativi correttivi al nostro sistema di allenamento. Più tecnica e meno lavoro fisico. L’obiettivo è che possa essere sempre più incisivo ed avere un rapporto sempre più diretto con gli atleti, soprattutto con i più giovani. Questo per aiutarci a migliorare la mentalità del judo italiano.

Lei a più riprese, è stato DT della nazionale: quali sono stati i pilastri del suo lavoro con gli azzurri? Che differenze riscontra tra i ragazzi di oggi e quelli di dieci e vent’anni fa?

Innanzitutto se parliamo degli atleti non posso far altro che notare con rammarico quanto siano meno propensi al sacrificio oggi rispetto al passato. Quando ero DT nessuno della nazionale si sentiva una “primadonna” nemmeno se aveva già avuto risultati importanti. Ricordo che Gamba venne sospeso per un breve periodo, solo perché Ceracchini aveva notato in lui un calo dell’impegno agonistico, eppure aveva già l’argento mondiale e europeo in tasca e mancava poco alle Olimpiadi. Erano tempi in cui il sacrificio non era una parola proibita, non si smaniava per finire in tv o sui giornali, c’era spirito di gruppo e solidarietà. Tutti valori che si riscontrano molto meno oggi. Masami Matsushita era duro fino all’eccesso, ma aveva una mentalità vincente. Durante i suoi allenamentezio_francoi gli atleti non osavano nemmeno pensare di andare in bagno, il rispetto era totale e l’impegno pure. Un’altra visione di cosa significa lavorare per ottenere risultati. Anche il rapporto con gli allenatori era basato sul rispetto della persona e dei ruoli, cosa che oggi purtroppo è meno evidente, creando maggiori difficoltà per gli stessi allenatori.

Il presidente Vizer l’ha inserita nella Hall Of Fame del judo mondiale: ci racconta i punti salienti della sua lunghissima carriera?

Il primo mattone nel judo l’ho messo nel 1955 quando ho incontrato un poliziotto, Guerrazzi, che per primo mi ha parlato di questa disciplina. Io giocavo a calcio con la Juventina, ero in squadra con il mitico Aristide Guarneri, lo stopper gentiluomo, e proprio non pensavo a cambiare sport. Però questo omone che faceva servizio d’ordine allo stadio mi ha parlato del judo in modo così affascinante da convincermi ad andare a provare. Erano altri tempi, non c’erano maestri e ci si allenava su tatami autoprodotti, fatti di stoffa e paglia. Per due anni ho continuato nel calcio passando alla Viadana di Mantova e poi al Fiorenzuola, mentre praticavo anche judo. A diciannove anni la mia scelta divenne definitiva e iniziai a viaggiare tra Brescia e Milano dove frequentavo la palestra del maestro del Kodokan Tadashi Koike. Si trattava di 200 chilometri al giorno, non una passeggiata! Ma tutto ciò è stato un bene perché mi ha impedito di restare nei canoni, ho imparato a vivere osando e a trovare sistemi nuovi per arrivare agli obiettivi. Credo di aver capito in quel periodo che l’innovazione è fondamentale per progredire. Con gli anni e l’esperienza sono arrivato ad avere un mio club a Brescia, la Forza e Costanza dove sono stato per 33 anni. Ho avuto atleti dal meraviglioso talento: Gamba, Cossu, Maiorana, Bertelli… sono stati tanti, avevamo quasi mille tesserati di tutti i livelli. I migliori erano fissi in nazionale, tanto che l’avvocato Ceracchini mi volle nello staff tecnico. Parliamo del 1974 quando ho avuto l’incarico di responsabile degli Intercentri Regionali e quindi l’anno successivo di facente funzione di direttore tecnico affiancando Venturelli fino al 1976, anno in cui sono diventato ufficialmente direttore tecnico e lo sono rimasto fino al 1988. Non sono mai uscito dai ranghi federali, sono stato consulente tecnico del Presidente Pellicone, poi di nuovo DT dal 2004 al 2008, poi Consigliere e infine Vicepresidente federale. Poi dal 1994 nell’EJU, prima come aiuto direttore sportivo, poi direttore sportivo, poi ancora di capo della direzione sportiva e infine vicepresidente. Successivamente Yamashita mi ha voluto nell’IJF come membro della Commissione Educazione e Coaching, ruolo che ancora ricopro. I miei passaggi nel judo sono stati tutti impegnativi e allo stesso tempo emozionanti: se penso che ho presenziato a ben 9 Olimpiadi…e che diventeranno 10 con quelle di Rio.

Di recente qualcuno ha dubitato di come lei abbia preso il nono dan? Ci vuole raccontare come è avvenuta questa promozione?

Il nono dan mi fu assegnato motu proprio dal Presidente Pellicone nel 2006 per i meriti ed il lavoro fatto. Questo riconoscimento è stato poi ratificato dall’IJF e dal Kodokan di Tokyo. Dopo una vita impegnata nel Judo ed il continuo impegno sia in patria che all’estero, ricevere il 9° dan è stato il coronamento di un lungo percorso. Nello stesso modo ricevere dall’ambasciatore del Giappone, l’onorificenza dell’Ordine del Sol Levante (Raggi in Oro con Rosetta, ndr) mi ha dato una grandissima emozione. Io penso che al di là dell’essere protagonista a fianco degli atleti come allenatore o anche DT, ci sono tanti altri modi per lavorare coCapelletti riceve Ordine Del Sol Levante, Raggi in Oro con Rosetta2014(1)struttivamente per il proprio sport e per la propria Federazione. Forse è vero che nessuno è indispensabile, ma è altrettanto vero che ognuno di noi contribuisce mettere un piccolo mattone.

Molti ritengono che lo statuto federale vada cambiato perché non sia sufficientemente democratico ma soprattutto non più attuale…condivide   queste perplessità?

So che alcuni parlano tanto di rivedere lo statuto federale. Attenzione: è un falso problema quello della democraticità o meglio, della presunta scarsa democraticità del nostro attuale statuto. Non è questo il punto e nemmeno la diversificazione dei settori. Non è così che si progredisce o si garantiscono i risultati. Questi arrivano se si lavora bene, ognuno nel proprio ambito, con onestà. Detto questo ritengo che sia normale che ci sia un riconoscimento differente verso chi crea i campioni rispetto a chi ha solo tesserati, ma sono d’accordo che un qualche riconoscimento ci debba essere. Potremmo prendere ad esempio il modello francese dove esiste un riconoscimento alle Società, anche se in termini differenti, sia per l’attività agonistica che per il numero di tesserati. Questa potrebbe essere una proposta, eventualmente da valutare per il prossimo quadriennio. Stimolerebbe la maggior attività dei singoli club, soprattutto in termini di promozione e questo non potrebbe che fare bene alla Federazione. Penso, ad esempio, alla lotta che era stata estromessa dal programma olimpico proprio perché a livello mondiale ha un numero di praticanti, non dico campioni, ma praticanti, inferiore agli altri sport. Anche se stiamo parlando di una situazione generale nel mondo, il discorso non è diverso per noi in Italia. Dobbiamo lavorare di più sul reclutamento, sulla promozione, oltre che sull’aspetto agonistico, ovviamente.

Maestro, vogliamo chiudere con un augurio da parte sua a tutti i judoka italiani…

So che i nostri ragazzi hanno grande forza e grande talento. Ho fiducia nel fatto che abbiamo tutti lo stesso obiettivo e che possiamo farcela a lavorare insieme per raggiungerlo. Anche il progetto “Da Rio 2016 a Tokyo 2020”, che coinvolge i nostri migliori talenti, è un esempio di come ci sia voglia di lavorare anche in prospettiva e di creare un nuovo modello di Judo italiano. L’auspicio è che possa essere un modello vincente.

Per fare questo, però, ogni componente (atleti, tecnici, arbitri, dirigenti) deve fare uno sforzo per sacrificare la propria esigenza a vantaggio del nostro movimento. Dobbiamo avere più umiltà e cultura del lavoro di gruppo, perché se non si lavora insieme, remando in una stessa direzione, non si va da nessuna parte. E’ molto facile criticare e dire che è tutto sbagliato. Così come è molto facile avere la ricetta giusta, la formula magica per risolvere i problemi. La realtà però è un’altra cosa. Dobbiamo lavorare con quello che abbiamo. Ci vuole umiltà, rispetto reciproco e voglia di migliorarsi da parte di tutti. Tanto da chi è sul tatami quanto da chi è ne fuori. Solo così si costruisce un modello vincente.

 

Si ringraziano Giovanna Grasso e Luca Di Francesco dell’Ufficio Stampa FIJLKAM 

 

Su www.ipponstore.com trovi JudoGi, Abbigliamento, Materiale Didattico, Integratori e Prodotti Informatici

 


  1. giuseppe tribuzio says:

    La revisione dello statuto federale mi permetto di dire che non è un falso problema. E’ il problema. Avere il IX dan o non vuol dire avere la verità in tasca. Una cosa è certa: garantire più democraticità, vuol dire anche attivare politiche federali diverse, che portano a scelte diverse, fatte da persone che si mettono a servizio del movimento judoistico. Il Judo italiano penso sia diventato adulto abbastanza per poter badare da solo a se stesso. Questo lo si capisce anche da profano. Il Judo ha potenzialità incredibili, ma viene tenuto legato perchè deve stare al passo con gli altri. I tempi cambiano, tutto cambia, solo chi non ha idee resta lì dov’è, perchè è certo solo di ciò che ha, non vuole affrontare il rischio del nuovo che avanza. Buon Judo a tutti.

    • Assegno Lucio says:

      Condivido appieno il tuo punto di vista e sono sicuro che tanti nel settore, attendono ormai da tempo un cambiamento per dare una nuova scossa a questo sport che ci appassiona tanto. Sicuramente, venendo a mancare un ricambio generazionale/democratico ormai necessario, il judo in Italia è destinato a tramontare sempre di più, come del resto, sta accadendo al quasi tutto il nostro paese. Il coraggio di cambiare è un bene raro nel nostro paese e lo vediamo in questi giorni in parlamento.

      • amministratore says:

        Grazie del commento, molto apprezzato e condiviso.

        Cordialmente,
        Ennebi

    • amministratore says:

      La ringrazio professore per il Suo prezioso contributo su questo tema.

      Il cambio dello statuto e’ un problema sentito da molti tesserati e su cui stiamo ricevendo non solo record di visite, ma anche tante email.

      La speranza dei piu’ e’ che i vertici federali ripensino alla loro decisione di rimandare al prossimo quadriennio il cambio dello statutto e, sopratutto, la sepranza e’ che decidano di cambiarlo attraverso il confronto.

      Cordialmente,
      Ennebi

  2. Zanesco Claudio says:

    Lo statuto va cambiato, lo ha detto Croceri, l’ho ribadito in assemblea generale qualche anno fa. I modelli sono li nel CONI già depositati, vedi su tutti quello della Ginnastica che premia la partecipazione alle gare ma già dalle fasi regionali.
    Il judo Italiano a mio avviso non se la passa per niente bene (non parlo di quello esclusivamente dedito alle gare)in quanto ormai troppo suddiviso in mille iniziative, molto spesso mal coordinate se non proprio coordinate. Rio è un appuntamento importante, spero che qualche atleta ci faccia sognare come è accaduto sempre nel passato; Un ricambio generazionale è un obbligo per tutti

    • amministratore says:

      Grazie del commento.

      Lo Statuto va modificato il prima possibile – non tanto perche’ lo abbia detto Croceri, anche se mi fa piacere che anche lui la pensi come tanti altri – ma perche’ bisogna ripristinare i principi democratici all’interno della Federazione di cui facciamo tutti parte (e per quanto mi riguarda, con grande orgoglio).

      Codialmente,
      Ennebi

  3. Porcari Giuseppe says:

    SAPERE LEGGERE

    AVER LETTO O SAPERE LEGGERE UNA CARTA STATUTARIA ,CAPIRE O NON VOLER CAPIRE I FALSI DAI VERI PROBLEMI CHE AFFLIGGONO LA NOSTRA FEDERAZIONE, DOBBIAMO AMMETTERE CHE NON E’ DA TUTTI, SPECIE PER CHI FA’ DEI PROPRI DAN IL VERTICE DELLA SUA ESISTENZA.

    • amministratore says:

      Gentile M. Porcari,
      La invito ad esprimere commenti che non portino la discussione su un piano meramente personale, quanto meno non in questo blog.

      Altri commenti simili non troveranno approvazione.

      Cordialmente,
      Ennebi

  4. giuseppe tribuzio says:

    Ogni organizzazione sociale rappresenta il risultato finale, ottimale, idoneo a rispondere alle necessità del contesto che la esprime. E per loro natura devono essere flessibili, (i judoisti questo principio dovrebbero capirlo meglio di tanti altri!), cioè devono essere in grado di adattarsi alle nuove esigenze. L’organizzazione federale non è legge divina rivelata e quindi immutabile è la risposta alle esigenze di chi vi appartiene e non di chi l’amministra. La nostra Carta Costituzionale è stata rivista e riformata in alcuni suoi tratti, perchè, alla prova dei fatti, fatti salvi i principi fondamentali, ha mostrato di non poter rispondere alle esigenze di una società in continua trasformazione.
    La Federazione potrebbe diventare una “confederazione”, perchè no? Potrebbe dotarsi di un articolato più democratico, perchè no?
    Il movimento judoistico potrebbe finalmente tagliare questo ingombrante cordone ombelicale con altre discipline che rappresentano altro e giustamente devono anche loro stare lì dove pensano di stare, decidendolo liberamente.

    Questa dello Statuto non deve sembrare una battaglia ideologica di chi vuole sovvertire lo “status quo”, deve piuttosto rappresentare la naturale evoluzione delle cose che appartengono alla sfera dell’umano vivere. Solo le montagne tra loro non si confrontano, sono immobili, ma gli uomini si, hanno il dono della ragione, hanno il logos, direbbero gli antichi greci, che li distingue da tutti gli altri esseri viventi.

    Noi abbiamo una coscienza e la consapevolezza di ciò che facciamo, perchè diamo valore alle nostre idee che devono confrontarsi con gli altri, in cerca della migliore soluzione, argomentando con le proprie tesi, da sostenere, liberamente e democraticamente perchè, come direbbe Max Weber: “Nessun valore ha più valore di un altro valore” ma nonostante ciò siamo chiamati a scegliere tra questi quelli che devono farci da stella polare, e lo dobbiamo fare discutendone, insieme e poi scegliere. Buon Judo dal mio punto di vista, esterno.

  5. Porcari Giuseppe says:

    Grazie Professore, del suo qualificato intervento.
    Queste sue parole mi aiutano a sperare che la coscienza del movimento Judoistico si possa risvegliare dopo 34 anni di limitazioni ,condizionamenti e costrizioni alle quali, senza accorgersi siamo stati soggiogati.
    Prendere coscienza di una propria identità, ritrovare le proprie radici riappropriarci del nostro riferimento culturale ( Judo non è solo o semplice lotta) non vuole dire scatenare una rivoluzione, non vuole metterci gli uni contro gli altri, ma ricercare un confronto democratico si, dove si possa scegliere liberamente, le appartenenze ed esprimere altrettanto liberamente le proprie idee.
    La ricerca di una nuova collocazione del NOSTRO JUDO , il rinnovo delle Carte Statutarie per rendere la Federazione più moderna non può che orientare ed aiutare il movimento del Judo a ricercare una sua AUTONOMIA per poter far crescere le sue grandi potenzialità sino ad ora cassate da regole Statutarie troppo limitate e subordinate.
    Ben venga una Confederazione o una Federazione purché il Judo sia AUTONOMO e LIBERO in tutto.

  6. giuseppe tribuzio says:

    Dice bene il M° Cappelletti quando afferma che bisogna lavorare sulla promozione e sul reclutamento dei giovani. Già ma come?
    Che promozione si fa del Judo oggi? Dove andiamo a reclutare i nostri giovani “talenti”? e ancora: chi se ne prende cura? siamo sicuri che tutti gli insegnanti tecnici abbiano una preparazione tale da garantire un percorso ottimale? secondo quali programmi? secondo quale idea di Judo?
    Il Judo che da anni si vuol promuovere nelle scuole se non abbraccia fortemente l’ambito educativo ne resterà fuori a lungo. Il judo “marziale” a questo proposito non ha molte chance, quello che invece promuove un modello educativo coerente con i tempi che viviamo è di sostegno sia alle famiglie che alla scuola. Si tratta di fare un investimento a media e lunga scadenza, investendo energie nuove in questo ambito. I campioni di cui si parla non nascono dal nulla,sono il frutto di un lungo lavoro, fatto da tanti certo, ma non dimentichiamo che essi non rappresentano se stessi, quando gareggiano, nemmeno la federazione, se vogliamo, rappresentano il risultato di una cultura che si è formata e radicata nella società. Devono rappresentare il biglietto da visita di un paese, il nostro che non deve discriminare, ma integrare. Il tutto deve iniziare dal rispetto del confronto dialettico, attraverso il quale è possibile far emergere le idee, le migliori,per il bene della collettività.Senza dimenticare lo sport si sostiene con fondi pubblici ed è gestito da enti pubblici che devono sentire sempre, costantemente questa responsabilità: di rendere conto alla collettività. Il Judo ha grandi potenzialità, e mai come in questo momento può aiutare la società a venir fuori dalle sabbie mobili educative nelle quali è finita,perciò lavoriamo in questo senso, tutti insieme, cercando di far valere il bene generale su quello particolare. Buon Judo a tutti.

Commenta con Facebook

commenti