L’Italia di Roma e l’Italia di Zagabria

L’Italia di Roma e l’Italia di Zagabria

All’indomani dell’Open nostrano – un vero successo organizzativo che staglia la manifestazione italiana tra i migliori Open del circuito mondiale di qualificazione olimpica – l’impressione che esistano più “Italie” s’è palesata con forza: c’è l’Italia di Roma e c’è l’Italia di Zagabria. Da un lato i grandi, i professionisti ed una meta olimpica che si [...]

Pubblicato da AC il 16 feb 2015 in Monza

All’indomani dell’Open nostrano – un vero successo organizzativo che staglia la manifestazione italiana tra i migliori Open del circuito mondiale di qualificazione olimpica – l’impressione che esistano più “Italie” s’è palesata con forza: c’è l’Italia di Roma e c’è l’Italia di Zagabria.

Da un lato i grandi, i professionisti ed una meta olimpica che si vorrebbe prossima, dall’altro i giovani, i club ed un sogno olimpico lontano.

Ammesso che paragonare l’attività internazionale under 18 a quella di qualificazione olimpica sia un azzardo, è evidente da tempo che nel passaggio dal mondo “di club” a quello di vertice, qualcosa si guasti.

Perché in Italia sembra impossibile trasformare dei talenti affermati tra i giovanissimi nei campioni veri di domani?

E’ innegabile: nonostante evidenti limiti “di sistema”, l’Italia ha e continua ad avere uno dei migliori settori giovanili d’Europa, indubbiamente frutto dell’entusiasmo dei tecnici sociali e della voglia di arrivare, che la creatività del genere italico trasforma in competenza, dedizione e professionalità: esiste infatti un’alchimia nei club che permette di trasformare i bambini del corso bisettimanale nei “ragazzi di Zagabria”, a cui ogni insegnante sa di dovere dare il meglio per responsabilità prima ancora che per abbattere la concorrenza limitrofa.

E’ vero anche che gli azzurri di oggi non sono altro che i “ragazzi di Zagabria” di ieri: freschi, entusiasti ed inafferrabili per gli avversari d’allora, energia pura sul tatami dove combattevano lontani dai riflettori e dalle responsabilità del professionismo, più concentrati a divertirsi che a costruirsi il futuro, avulsi dai meccanismi federali che “per problemi di budget” – o per discutibili scelte di politica e di marketing – non si sono mai curati del viavaio.

Questo fine settimana molti atelti di punta del judo azzurro sono stati tenuti ben lontani dal tatami di Roma, in attesa di giocarsi la propria chance soltanto il prossimo week-end: inquieti spettatori tra gli spalti e le transenne, concentrati ora ad osservare gli avversari stranieri vincere e guadagnare punti in casa propria, ora a sostenere con vero cuore i colleghi di casa anche quando l’incontro era una mattanza annunciata.

Ma è questa l’evoluzione dei “ragazzi di Zagabria”?

Vi è molta incoerenza nel sistema che regge il judo italiano di vertice: nei messaggi, nelle scelte e nella gestione che le tiene a galla; nel mezzo vi sono però gli atleti che al judo affidano la propria vita ed i propri sogni fin dal giorno in cui “a Zagabria” vincono la loro prima medaglia importante.

Le undici medaglie dei cadetti impegnati in Croazia, oggi si contrappongono con forza agli “zeru tituli” di Roma, richiamando alla responsabilità e alla coerenza interna il judo di vertice e chi lo guida: è un appello accorato che unisce l’Italia da nord a sud e parte dai Lombardo e dai Parlati che a Zagabria con gli altri nove hanno difeso il judo azzurro presentandosi al mondo come gli avversari da temere.

E’ un appello che la dice lunga sul valore dei club e dei tecnici sociali e sulla necessità di “fare squadra” con chi giorno per giorno cresce questi atleti sul tatami; è un appello che grida con forza alla necessità di incanalare delle energie dedicate ai giovani, sia in termini di investimenti che in termini di programmazione; è un richiamo prepotente alla responsabilità di chi, con perizia chirurgica, rispetto ed energia, dovrebbe inserirsi in un cammino già tracciato, per esaltarne le possibilità ed ottenerne il meglio; è infine uno sguardo profetico alle possibili trasformazioni di un professionismo sportivo più coerente con le richieste di oggi, coraggiosamente evoluto verso forme più credibili.

Non è mai tardi per le scelte audaci se al centro vi sono quei “ragazzi di Zagabria”: quelli che hanno “picchiato” sul tatami croato questo fine settimana ed anche quelli e che su quel tatami hanno picchiato tempo fa ed oggi continuerebbero a farlo con la stessa entusiasmante determinazione…Ben Mohr Herbster, un pastore protestante, scriveva: “il più grande spreco nel mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare”. Forse non si sbagliava.

 

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  1. Dartagnan says:

    I giovani sono allenati dai loro istruttori,di cui si fidano perché li conoscono da quando bambini hanno iniziato il judo.
    Vedi Lombardo,atleta di PierAngelo Toniolo,Akiyama Settimo,Dojo Leader n Italia
    A Roma ci stanno i burocrati del judo,i militari autoreferenti.
    che credono di essere chissà chi,salvo avere risultati molto scarsi.

  2. Comino says:

    non un azzardo il paragone è un assurdo….

    • Fabri says:

      Tutt’altro che assurdo: con le dovute proporzioni ci sta in pieno! Piuttosto è assurdo continuare a non capire che se siamo tra i primi coi giovani e tra gli ultimi con i professionisti qualcosa non va.

  3. Vittorio Serenelli says:

    e se fosse vero il contrario? Cioè che alcuni club “spremano” i giovani precocemente con 2-3 ore di allenamento al giorno per 6 giorni la settimana arrivando mentalmente stanchi quando sarebbe il momento di fare il salto di qualità? Per quanti anni può un giovane tenere questi ritmi? 8-10? Se a 12 è già sotto a 20 molla. Forse non è così, ma ci si può riflettere.

  4. marco bottinelli says:

    Se il termine di paragone é il judo italiano fino a cadetti e per alcune annate junior e la categoria Senior, il confronto é impietoso,il crollo é evidente.Le ragioni secondo me sono molteplici,non ultima quella citata dal M°Serenelli, che però io vedo più sulla quantità della intera categoria cadetti, che non sui cadetti di punta. Ovvero molti spremuti all’osso da junior tirano i remi in barca e riducono l’impegno o smettono. Gli altri iniziano a calare nei risultati fino ad arrivare a Senior molto meno competitivi. Di ragioni me ne vengono in mente tante tra cui:
    - Unici sbocchi al Professionismo sono i gruppi militari, seppur oggi con molto meno posti e fondi.Chi non entra o non vuole per motivi personali se lavora ha chiuso,se studia seriamente deve rallentare.Non esistono particolari borse di studio o aiuti e nel post agonismo non campi con quello che non hai guadagnato prima.
    - Quanti entrati nei gruppi militari non hanno più reso come prima? Molti, cambio di: ambiente, maestro, tipologia di allenamento, spesso allontanamento da casa,amici,ecc.
    Alla fine penso che i ragazzi arrivati a 18-20 anni iniziano a pensare al loro futuro e in quel futuro il judo perde posizioni per vari motivi,anche economici.Poi se pensiamo alla gestione oggi degli atleti Senior di interesse nazionale, beh, sicuramente qualche domanda sorge,ma forse sorge solo a Noi Insegnanti di Provincia.

    • Prai8Team says:

      Io sono solo un papa’ che porta i figli in giro per l’Italia e paesi limitrofi. Imiei figli non sono dei fuoriclasse e non lo diventeranno mai. Ma i veri fuoriclasse, quelli che potrebbero essere una chicca italiana nel panorama internazionale, spesso lasciano SOPRATTUTTO per problemi economici dei genitori, in particolare in questi ultimi anni. Quanto costa una trasferta a Zagabria piuttosto che da qualche altra parte per l’Europa? Possono essere bravi, ma se nessuno li aiuta, li stimola e agevola la loro crescita si ferma. Noi genitori facciamo quello che possiamo ma i miracoli… Io ero a Zagabria, con me tanti genitori (compreso, tanto per dirne uno, il papa’ di Manuel Lombardo) e tutti a proprie spese. Ora, un atleta come Lombardo (ma anche Parlati, Fusco ed altri) che sono bravi, sono molto bravi, perchè non aiutarli nel loro cammino? Non ‘ l’Italia del judo che è arrivata terza a Zagabria rallegrando un week-end funereo, è l’Italia dei ragazzi e dei genitori con i loro sacrifici. Ma per chi?

  5. Luigi Franco Rossi says:

    Negli anni 70 era la stessa cosa grandi speranze poi il primo stop già con gli juniores .. Un po’ di favoritismi e alcuni potenziali campioni mollavano … Credo che sia un problema di sistema …

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