Libera-mente mondiale

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Decantati i giorni della battaglia, sentiti i più disparati pareri a caldo e a freddo, qualche riflessione sul mondiale di Chelyabinsk forse la si può fare e con l’obiettivo di sempre: crescere insieme. Non si può certo parlare di un successo; le ombre e le perplessità possono essere preponderanti a fronte di alcune luci che [...]

Pubblicato da AC il 3 set 2014 in Monza

Decantati i giorni della battaglia, sentiti i più disparati pareri a caldo e a freddo, qualche riflessione sul mondiale di Chelyabinsk forse la si può fare e con l’obiettivo di sempre: crescere insieme.

Non si può certo parlare di un successo; le ombre e le perplessità possono essere preponderanti a fronte di alcune luci che si fatica ad intravedere: la quinta piazza agrodolce di Edwige è una di queste, certo.

Vorrei accennare a tre ragioni possibili della débâcle azzurra in Russia: ragioni di tipo storico, motivazionale e politico, fermo restando che l’impatto complessivo di queste sia probabilmente “il freno a mano tirato” dei nostri azzurri.

Una premessa è doverosa: abbiamo atleti ottimi dal punto di vista fisico, mostri di tecnica, judoka formidabili sul tatami…chi si fosse avvicinato agli azzurri – sia ai dodici di Chelyabinsk, che a molti altri esclusi dal mondiale ma validi per la corsa olimpica – lo può testimoniare. Ma perché nelle gare più importanti qualcosa non va?

In primo luogo è possibile cercare di guardare qual è la strada che i nostri atleti migliori hanno percorso per arrivare fino a Chelyabinsk, quali e quante gare hanno nelle braccia e nelle gambe, da quando si confrontano ad alto livello per arrivare oggi a disputare un mondiale…ebbene, se c’è chi ha già percorso la strada olimpica, c’è anche chi fino a due anni orsono non si confrontava che con gli junior nei percorsi di Coppa Europa…perché ieri, non si preparavano i talenti di oggi? Oggi, stiamo preparando i talenti di domani tenendo il passo delle “grandi”?

Agli interrogativi in prospettiva storica si aggiunge una critica di tipo motivazionale: perché i nostri atleti dovrebbero voler vincere a tutti i costi? Purtroppo il professionismo sportivo italiano – nel judo ma non solo – gode di un privilegio controproducente per l’alto livello: l’idea che quando si diventi “professionisti” e quindi al “top”, lo si resti per sempre, in ragione dello stipendio elargito dallo stato. E’ doloroso ammetterlo: una volta arruolati, molti – non tutti, certo – dei nostri migliori atleti arrivano a realizzare il sogno per eccellenza, vivere cioè con lo sport amato, cercato, sudato per anni.  Succede spesso che la sensazione di essere “arrivati”, cancelli le altre motivazioni chiave per avere successo nello sport: tutto si quieta, si ovatta, diventa un po’ meno importante, più “normale”; si smorza la voglia di arrivare a tutti i costi, sfumano i sacrifici immani, s’assopisce quell’ansia di dover performare e di voler vincere “a tutti i costi”. Il nostro professionismo, che nel 2014 si traduce anche nell’appartenere ad una grande famiglia azzurra dove – almeno in apparenza -  i diritti ed i privilegi vengono prima dei doveri, dove l’appartenere ad un élite non si traduce nella consapevolezza di dover essere esempi quasi impeccabili, dove le regole non esistono perché costa caro farle rispettare, ha perso l’autenticità di una volta quando quei “pochi ma buoni” dovevano restare necessariamente sulla cresta dell’onda se volevano sopravvivere come professionisti. Allora esisteva la squadra e non la famiglia: la differenza non è trascurabile a partire dall’idea che una è destinata a vincere e per far questo ha porte d’entrata ed uscita, l’altra – salvo casi eccezionali – è destinata a durare e a proteggere e per far questo deve tutelare le proprie “porte”. Oggi i nostri azzurri sembrano più in famiglia che in squadra: una famiglia che assorbe i colpi e tutela il proprio nucleo, riducendo al minimo le pressioni, la competizione interna e la possibilità di cambiare e quindi di crescere per vincere.

A questo status quo contribuiscono ovviamente ragioni di tipo politico: è il sistema “di sempre”, famiglia della famiglia, che non punta a rinnovarsi periodicamente per restare al passo con le spinte del presente e con gli stimoli del futuro: occorre coraggio per fare scelte vere e purtroppo assistiamo spesso a “scelte a metà”, scelte politiche, compromessi utili “rinfrescare” senza rinnovare…è la logica del mettere mano “ma non troppo” per evitare di scuotere gli equilibri decennali che garantiscono “l’armonia” della grande famiglia. Per fare un solo esempio utile, è il caso della nomina dell’attuale direttore tecnico con un ruolo che mai è stato – forse volutamente – più ambiguo: un direttore tecnico che deve essere un manager ma che non può scegliere il proprio staff, scelto invece da “altri”, a garanzia delle “certezze” e degli “equilibri” del passato più o meno prossimo. Ne risulta una confusa mancanza di punti di riferimento, l’assenza di chiarezza nei ruoli e nelle responsabilità, il sincretismo dei programmi, delle regole, dei criteri che ogni feudo vanta per sé.

Tre proposte a chiusura di questa critica, perché il fine ultimo sia costruttivo e vincente:

  1. Definire i percorsi per l’alto livello e dell’alto livello:  gli esempi che vengono dall’estero parlano chiaro, i talenti vanno individuati, coltivati ed accompagnati fin da giovani…l’atteggiamento del “wait and see” ha fallito, dimostrando che per preparare i migliori di domani, bisognava cominciare ieri  a progettare, programmare ed investire.
  2. Ristrutturare le porte del professionismo, perché i migliori siano “sempre sul pezzo”: quando lo sport diventa un lavoro, essere una squadra significa essere consapevoli del ruolo, degli obiettivi, dei diritti e dei doveri cui si deve ottemperare ma anche accettare una logica di merito nel qui ed ora che di volta in volta si traduce scelte, sostituzioni, rimpiazzi e ritorni. Essere tra i migliori d’altronde, è prima di tutto una responsabilità.
  3. Osare cambiamenti coraggiosi anche quando il rischio è alto: fare sport e amministrare lo sport significa d’altronde fare delle scelte e prendersi le responsabilità di queste perseguendo un fine che non è il mantenimento dell’equilibrio…per fare ippon d’altronde non si può non osare.

Forse è facile fare ipotesi fuori dalla mischia…vero è che spesso occorre essere audaci per fare un passo indietro e vedere meglio ciò che abbiamo sempre avuto davanti.  D’altronde, per realizzare cose grandi occorre abbastanza coraggio per trasformare i sogni in realtà: io in questi sogni ci credo, come credo e spero ogni volta che vedo i nostri azzurri salire sul tatami.

Io, che sono un tifoso, posso credere e sperare nel cambiamento: ai politici, ai dirigenti e ai tecnici, il compito di programmarlo.

 


  1. Giulio says:

    Completamente d’ accordo su tutto. Bisognerebbe ripartire dai club e eliminare i gruppi sportivi militari che per alcuni potrebbero rappresentare solo una sicurezza economica

    • Alessandro Comi says:

      I Gruppi Sportivi oggi sono l’unica risorsa per il professionismo e hanno l’onere e l’onore di ottenere il meglio dai migliori. Si tratta piuttosto di esigere e di non accomodare, di motivare e di non giustificare…A MONTE dei gruppi sportivi. AC

    • Gipsy says:

      Sono in pieno disaccordo con il tuo commento e in parte sull’articolo che e’ stato scritto. Tutti sono sempre prontia dare contro ai gruppi sportivi militari. E’ vero a volte qualche atleta si siede o ha un momento di appannaggio e, guarda caso lo si nota sempre prendendo ad esempio i gruppi sportivi militari, pero’ molti non sann alcune cose e vale a dire
      I ragazzi che vengono presi nei grupp sportivi militari hanno stipendi che vanno dai 1000 ai 1400 euro. Si pagano tutto ( almeno una buona parte di loro ) incluso palestra e preparatore atletico . Vale a dire circa 1000 euro anno. Poi per andare a gareggiare , qualora la commissione tecnica dia il benestare si pagano le trasferte . Per una coppa europa si parla di circa 400 euro e per una open almeno 600 euro . La nazionale paga poschissime gare ai soliti 6/10 atleti. Inoltre vogliamo dirla tutta??? perche’ non si parla di incapacita’ di costuire di mancanza di dialogo tra commissioni tecniche e palestre e non aggiungo altro….Chi scrive commenti deve essere anche informato sul sistema di costi che gli atleti devono far fronte per affrontare le gare perche’ la risposta quando e’ ora di fare esperienza in nazionale e’ : NON CI SONO SOLDI , cosi’ facendo non si fa esperienza e le varie commissioni dicono agli atleti, non hai esperienza quindi non ti possiamo mandare a gareggiare…. E’ il cane che si morde la coda non hai soldi , non fai esperienz, non sei tra gli eletti e cosi’ non ti mandiamo a far e gare etc etc .

      • amministratore says:

        Grazie per il tuo commento.
        Va fatta una precisazione: l’articolo non era di certo contro gli atleti militari. Su questo aspetto, rimanderei anche alla risposta da parte dell’autore al commento di Giulio, poco sopra.

        Sulla mancanza di dialogo, sono in pieno accordo con quanto dici.

        Su quanto invece riporti, circa le spese che siete costretti a sostenere, quali i 1.000 euro l’anno per preparatore atletico, palestra, ecc. – anche se devo dire che e’ un discorso che c’entra poco con quanto scritto nell’articolo – vorrei precisare che gli atleti che non hanno la fortuna di fare judo come lavoro e hanno l’esigenza di costruirsi un futuro, non solo devono affrontare le stesse spese che devi sostenere tu per allenarsi e fare gare in giro per l’Europa, ma di solito si trasferiscono fuori dalla loro terra natia per poter frequentare l’universita’ e fanno tutto cio’ senza avere uno stipendio.

        Anche io che sono un ingegnere e lavoro dal 2009 ho frequentato e continuo a frequentare corsi di aggiornamento (costosissimi) a mie spese per poter primeggiare nel lavoro che faccio. Con una divergenza rispetto alla tua situazione di atleta-militare: se io performo male, vengo licenziato!

        A mio modesto parere, investire su se stessi e’ fondamentale e necessario per migliorarsi.

        Ti auguro una buona giornata,
        Ennebi

  2. Simone says:

    Mi piace sia il tono che i contenuti dell’articolo!!
    Sin dal livello giovanile (cadetti e junior) le scelte delle commissioni nazionali dovrebbero essere più coraggiose e determinate, certo a maggior ragione non rigide, ma neppure così nebulose come spesso appaiono!! Perché non rispolverare la vecchia “meritocrazia”? I diritti acquisiti possono valere solo negli ambiti di precise programmazioni, e non vita (sportiva) natural durante… Per come è “organizzato” lo sport in Italia abbiamo la necessità dei gruppi sportivi militari (e non solo per il judo), ma devono rimanere un “mezzo” e non un “fine”!!!!

  3. Claudio Zanesco says:

    eccoci qua a cercare come quasi sempre negli ultimi 30 anni ( prima non praticavo) , la soluzione all’annoso problema dei risultati sportivi di alto livello. Salvo, forse la parentesi di Sidney tutto il resto è riedizione di quello accaduto anni prima, abbiamo avuto tempi migliori ma quando sul tatami mondiale le forze erano inferiori, qualche fuoriclasse ogni tanto, nessuna vera scuola di formazione, se una ragazza giapponese di 19 anni vince un mondiale se Ryner imperversa da quando era con il biberon ci saranno ragioni, diverse ma ci saranno.
    Preparare i giovani alle gare internazionali, OK ma a livello giovanile sembra che siamo bravi, allora? veramente non si sa che pesci pigliare.
    Dal punto di vista manageriale però, vorrei dire che:
    a) ce la prendiamo con gli atleti militari o non, ma chi li prepara? sempre in discussione i ragazzi mai gli staff tecnici, anacronistico che a differenza degli altri sport dove a pagare è di solito l’allenatore (magari con poche colpe) da noi siano gli atleti
    b) siamo proprio sicuri che siano tecnicamente preparati? forse sanno fare bene le ultime cose agonisticamente imposte dall’ennesimo regolamento, ma le basi?
    c) è vero atleticamente dovrebbero essere in grande forma, ma allora dov’è il cuore? la volontà, forse qualche peso in meno, qualche randori in più e una seria assistenza psicologica-sportiva
    d) abbiamo la fortuna di avere Gamba, Fetto, Matsushita, a governare una grande nazione judositica, cercare umilmente contatti in quella direzione?
    E NON INTENDO PARLARE CONTRO NESSUNO MA COME “ENNEBI” INGEGNERE SI DA’ DA FARE PER STARE A GALLA……….

    • amministratore says:

      Mi permetto di evidenziare la conclusione dell’articolo, che personalmente ritengo importante: l’appello dell’autore e’ rivolto ai politici, ai dirigenti ed ai tecnici. Non agli atleti.

      Grazie,
      Ennebi

  4. Gianluca says:

    Buongiorno,
    il discorso è molto complesso, in quanto oltre alle componenti economiche-politiche-tecniche, ci sono anche quelle umane che sono MOOOLTO delicate e purtroppo inevitabilmente legate alle precedenti.

    Sopprimere i gruppi militari non lo ritengo giusto (lo dico da dipendente del Ministero degli Interni), perché se i nostri atleti non fossero sostenuti economicamente avrebbero poche possibilità di emergere. Tuttavia i nostri guerrieri/e e Tecnici dei vari gruppi sportivi , non sono nemmeno stimolati a dovere. Uno stimolo ad esempio potrebbe essere legato al MERITO: se non si raggiungono i risultati “ti sbatto a dirigere il traffico” (dicono nei film ma vi assicuro che capita ai comuni mortali). Non sei abile all’allenamento o sei in un periodo di recupero? Vai con i tuoi colleghi (meno fortunati di te) e fai “esperienza” di quello che dovrai fare una volta finita la carriera agonistica. Questo non deve suonare come una minaccia ma un toccare la realtà di quei Carabinieri-Poliziotti-Finanzieri-Penitenziari-Forestali che trasbordano clandestini infetti, arrestano tossici, raccolgono morti per la strada, vivono nelle corsie delle carceri gomito e gomito con delinquenti della peggior razza…. allo stesso stipendio e che se vogliono allenarsi o allenare i propri atleti altro che 1000 euro all’anno devono spendere.

    Questa non vuole essere una polemica con i nostri ragazzi dei gruppi sportivi ma l’analisi della realtà che : NON PORTA RISULTATI.

    Ci sono atleti che si allenano lontani dal gruppo sportivo e poi si confrontano con tecnici che non li conoscono nel profondo. Questo è un problema grande. Immagino la difficoltà del Tecnico che deve anche caricare psicologicamente l’atleta e che non conoscendolo va per tentativi che se sbagliati (sicuramente fatti in buona fede) raggiungono l’effetto opposto.

    Perchè chiamare un gruppo sportivo “gruppo” quando lo è solo in determinati brevi periodi?

    Chiaramente diventa difficile trovare una soluzione in questo periodo dove non ci sono le risorse nemmeno per sostituire gli pneumatici alla volante … ma sono sicuro che ci siano le persone adatte allo scopo e che chissà per quali motivi non vengono impiegate a dovere… Rompono il sistema?

  5. Martina says:

    La cosa più facile, come sempre, è scaricare la responsabilità agli atleti. Non mi riferisco all’articolo, con cui tra l’altro sono abbastanza d’accordo su alcune cose, ma ai commenti.

    Pare che ci si dimentichi, in primis, che gli atleti militari quel posto se lo sono guadagnato: ciò significa che in un determinato momento, in determinate circostanze, hanno dimostrato di essere superiori ad altri in corsa per ottenerlo (ovviamente con le dovute eccezioni che confermano la regola). E quindi se adesso sono in una situazione privilegiata forse è perché se la meritano e non è dovuto alla fortuna, o quantomeno non esclusivamente a quella.
    Sembra quasi che a stare in gruppo sportivo ci si sia ritrovati per estrazione alla lotteria e che si sia acquisito lo status di “stronzo della situazione” in omaggio. Com’era la storia della volpe e dell’uva?!
    Scusatemi se pecco di presunzione.

    La seconda cosa che pare difficile ricordare è che lo stipendio non ti compra la medaglia olimpica. Mi spiego: come vale per i calciatori miliardari vale anche per noi, i soldi non ti danno l’immunità e l’invincibilità in gara! A fare la differenza sono sempre e comunque il talento, il lavoro, l’impegno, l’ambizione, l’occasione ecc.
    Lo stipendio, di questi tempi, è solo una condizione purtroppo necessaria che ti da modo di PROVARE a tirare fuori tutto il resto. Nessuno ha la ricetta della vittoria in tasca! Ripeto: secondo questo ragionamento, altrimenti, nessun calciatore dovrebbe mai perdere, eppure in ogni partita una squadra porta a casa tre punti e l’altra zero!

    Poi ammetto che ci sono anche i casi (rari, le eccezioni appunto) in cui atleti hanno solo lo scopo di “sistemarsi”, ma i fatti dimostrano che la carriera di quegli atleti, ottenuto lo scopo, finisce lì.
    Ma se io faccio judo con lo scopo di vincere una medaglia alle Olimpiadi, il mio scopo resta quello anche quando ho lo stipendio.
    Non mi pare che il primo sia il caso di nessuno della nostra nazionale, né di quelli che girano attorno, perché come ha detto Gipsy, sono più i militari che investono su se stessi, anche se a regola non sarebbero tenuti a farlo, che quelli che “parassitano” (passatemi il termine).

    Per quanto riguarda l’aggiunta di un qualcosa che stimoli di più la competizione interna ed esterna sono favorevolissima. Così come sono d’accordo con l’analisi di AC su molti punti, e così come sono aperta alle critiche se arrivano con lo scopo di migliorare e di crescere, tutti e insieme.
    Ribadisco che il mio dissenso era per i commenti, sul contenuto dell’articolo non credo sia il luogo giusto, per quanto mi riguarda, per esprimermi.

    Buona giornata e buon lavoro a tutti!
    Martina

    • amministratore says:

      Grazie per il tuo commento Martina, puntuale e preciso. Lo condivido appieno!

      Ennebi

    • Martina says:

      Ci tengo a dire che quando ho scritto il mio commento c’erano ancora solo i primi quattro commenti sul sito! Non ho il tempo di leggere adesso gli altri, devo correre ad allenamento (strano!), quindi non si sentano presi in causa gli autori degli altri commenti, perché non mi riferivo a loro!

      • amministratore says:

        :)

    • Alessandro Comi says:

      Grazie Martina, condivido appieno!
      AC

  6. Fabio says:

    Mi trovo pienamente d’accordo con l’articoli di ennebi, l’analisi è spietata ma lucida. Mi dispiace che a sentirsi tirati in causa siano solo gli atleti dei gruppi sportivi, anche perché il concetto è che non ci servono dei colpevoli ma delle soluzioni. Tra i tanti temi di riforma che la federazione deve affrontare penso che quello riguardante la collaborazione tra Club e GS debba avere priorità assoluta. A mio avviso una soluzione potrebbe essere quella adottata dalla Federazione Nuoto. Qualcosa va fatto comunque, anche perché siamo arrivati ad un livello tale che chi non riesce ad entrare in un gruppo sportivo e va a lavorare è destinato ad un abbandono dell’attività agonistica. Il livello di Drop Out è ai limiti di guardia.
    Ricordiamoci anche (come giustamente sottolineato da Gianluca) che le risorse dei GS sono sempre meno e che paradossalmente mancano militari che svolgono le più elementari operazioni per il mantenimento dell’ordine pubblico (ricordo anche un bell’articolo su questa rubrica non molto tempo fa a riguardo). Quindi:
    1) incrementare la collaborazione fra GS e club di provenienza dell’atleta.
    2) Più collaborazione tra Comitati Regionali e staff tecnici nazionali
    3) Più opportunità anche per chi non ha la fortuna di entrare in GS, magari incentivando le grandi aziende a investire nel Judo.

    Chiudo ricordando che una parte dello stipendio di Loic Pietrì viene pagato dal comune di Nizza. Non critichiamo i calciatori perché prendono stipendi da favola, questo significa che i soldi ci sono dobbiamo essere bravi ad approfittarne anche noi come movimento

    • amministratore says:

      Tanto per una questione di correttezza, l’articolo e’ di AC, non mio. Ad ogni modo, lo condivido in ogni sua sfumatura.

      Grazie,
      Ennebi

  7. Ruggero F. says:

    Ho alcuni dubbi che vi riassumo:
    1) Perché i ns ragazzi non avevano tutti lo stesso judogi? chi delle FFOO chi dei CC chi di altro ancora. Vai a dire ad un Georgiano o ad una Cubana di levarsi la bandiera dal petto….. Condivido quindi quando si dice che la Naz non è abbastanza squadra/selezione
    2) Quanti atleti di talento ho visto arruolati e spariti. Sono tanti. Sono troppi. O no?
    3) Meno partitelle a pallone e più judo. Gioverebbe. Guardare su youtube cosa facevano i francesi a luglio. Non è sbagliato imitare i più bravi. O no?

  8. pietro andreoli says:

    Bisogna considerare che in una disciplina sportiva i risultati dipendono, oltre che dalla qualità dei tecnici, anche dal numero dei praticanti poichè ovviamente più persone praticano una sport maggiore è la possibilità di trovare tra di essi atleti di talento. Un maggior numero di praticanti di Judo però dipende anche e soprattutto dallo spazio che i nostri media danno alla nostra disciplina visto che oggi i ragazzi passano moltissimo tempo davanti alla TV. Credo che a tutti non sia sfuggito il fatto che ad esempio la RAI non ha dato la benchè minima notizia dei recenti mondiali e dei precedenti trasmettendo nel frattempo ore ed ore di pallavolo, calcio, nuoto ecc… Io insegno il Judo da molti anni e spesso i miei ragazzi mi dicono: ” Maestro perche in televisione non si vede mai il Judo?”. Se i nostri media mandassero spesso in onda il Judo, come avviene per esempio nel nuoto dove la Pellegrini è costantemente osannata come un idolo, diversamente da come accade nel Judo dove atleti del calibro di Maddaloni, di Quintavalle ecc…, tanto per fare qualche nome, sono illustri sconosciuti, noi avremmo le palestre piene di ragazzi motivati e vogliosi di raggiungere risultati. Io su questo argomento tempo mi sono fatto la ragione che il Judo non viene mandato in onda poichè è poco spettacolare ed i nostri media sono restii a mandarlo in onda poichè avrebbe poco audience e quindi meno ritorni economici dalla pubblicità. Tuttavia io chiederei comunque alla nostra Federazione di mettere in atto una sentita protesta nei confronti del vergognoso comportamento della nostra RAI che è di tutti ed a cui paghiamo regolarmente il canone e che non ci da mai il benchè minimo spazio. Infine una considerazione sulla utilità dei gruppi sportivi militari. Io credo che la loro presenza sia indispensabile per tutti gli sport dilettantistici come il Judo dove i ragazzi possono continuare la loro attività che altrimenti verrebbe interrotta o ridimensionata dovendo a venti anni scegliere se andare a lavorare o impegnarsi assiduamente negli studi riducendo drasticamente il tempo da dedicare al Judo.

  9. mimmo says:

    Se questo dibattito deve essere costruttivo, credo che sia il caso di parlare…..parlare…parlare e discuterne tantissimo. Se vogliamo continuare a nasconderci dietro al solito dito taciamo per sempre.
    Io vorrei costruire quindi dico la mia.
    Non credo, come vogliono far riflettere molti post, che la colpa sia dei gruppi sportivi, anche perché credo siano tutti o quasi tutti appartenenti ai gruppi sportivi. Anzi tanto di cappello per l’aiuto che danno assicurando ALMENO UN DEGNO ANCHE SE MISERO STIPENDIO ai nostri ragazzi,
    In primis bisogna fare una distinzione di atleta e quindi di traguardi. In testa c’è chi vuole vincere (applauso), subito dopo c’è chi vuole essere il primo e quindi arrivare sull’olimpo dello sport (cosa difficilissima o quasi impossibile).
    Purtroppo la maggior parte dei nostri atleti vogliono solo vincere (e non è poco), e non credo sia neppure tutta colpa loro.
    Un parere sui cenni del dibattito aperto da Italia Judo:
    ACCENNI STORICI: Effettivamente in un passato non troppo lontano il modo di fare campioni era diverso, praticamente meno caramelle e più “bastonate” (ovviamente nel senso di carichi di lavoro diversi e convincenti nonché valeva il discorso del più forte e più MEDAGLIATO).
    MOTIVAZIONALE: E’ inutile che ci giriamo intorno, il mondo cammina e si muove con i soldi. Assicurarsi uno stipendio grazie ai gruppi militari con i tempi che corrono non è poco, quindi trovare serenità significa anche rilassarsi e magari accontentarsi, ma incentivare gli atleti a dare di più con piccoli incentivi non sarebbe male. Motivo pure che darebbe la possibilità di far accomodare eventuali atleti “stanchi”.
    Non mi fate la morale….lo so questo è uno sport di valori, non siamo il calcio, non lo facciamo per danaro, ma noi stiamo parlando di professionisti, di ragazzi che si sacrificano una vita e non lo fanno per vincere una gara ma per portare la nostra bandiera la dove pochi possono osare.(praticamente modello europa dove “ANCHE GLI ATLETI E NON SOLI I BUROCRATI” vengono pagati dalle federazioni,anche perchè senza gli atleti i burocrati è inutile che esisterebbero )
    POLITICO anche se io ritengo che si debba parlare di ORGANIZZAZIONE: Anche qui stiamo alle solite. MERITOCRAZIA PARI ALLO ZERO. Amici questo è uno sport duro, qui ci si gioca un posto nella storia, se non si è in forma o comunque non si hanno le carte per diventare campione, e “GLI ESPERTI DI SETTORE” DIMOSTRANO che non sei più valido o non sei valido, cortesemente abbi il coraggio di metterti da parte, almeno fallo per il futuro dei giovani atleti, questo che esso sia appartenente o meno di un gruppo sportivo, o per una qualsivoglia altra ragione.(ribadisco che secondo un mio punto di vista e particolare NON trascurabile – l’esperto di settore è colui che ha dimostrato nel tempo di aver cresciuto e fatto grandi campioni – junior e senior – di livello internazionale grazie alla professionalità, capacità intuitive, preparazione tecnica e tattica).
    Fare nomi è inutile e superfluo, i fatti sono quelli che tutti sanno. Potremmo dare colpe e responsabilità, potremmo additare il sistema, i coach e atleti, ma non credo che sia costruttivo. Costruttivo sarebbe assumersi le responsabilità e farsi da parte nessuno escluso, atto questo che darebbe una reale svolta al futuro judoistico della nostra nazionale.
    Mia cara federazione, facciamo un ultimo sforzo, aiutiamo i giovani MERITEVOLI a crescere e mettiamo qualche soldino nelle tasche dei nostri campioni, questo ci darebbe motivo ulteriore di pretendere e osare di più o nell’eventualità fargli un biglietto per la tribuna al prossimo mondiale.
    E ricordate…il futuro lo costruiamo non lo possiamo inventare, quindi aiutiamo i giovani a crescere.

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