Le cinture nel judo

Le cinture nel judo

Il Judo come ogni arte marziale presenta una scala gerarchica tra i suoi praticanti che, a seconda del grado, indossano una cintura di un determinato colore.   Nei profani che ti chiedono che cintura sei, leggi spesso nei loro volti la delusione se dici di essere una cintura gialla, stupore misto a compiacimento se dici [...]

Pubblicato da Alessandro Cau il 14 apr 2015 in Iglesias

Il Judo come ogni arte marziale presenta una scala gerarchica tra i suoi praticanti che, a seconda del grado, indossano una cintura di un determinato colore.

 

Nei profani che ti chiedono che cintura sei, leggi spesso nei loro volti la delusione se dici di essere una cintura gialla, stupore misto a compiacimento se dici di essere cintura nera.

Ma coloro che praticano sanno benissimo che il sacrificio e la passione che un judoka dedica al cambio di cintura e’ un simbolo non solo appagante, ma anche decisamente meritocratico. Almeno, questa e’ la teoria e gran parte della pratica. Le eccezioni ci sono nel judo come ne e’ pieno il mondo.

Tuttavia, bisogna capirne il senso e non affrettare i tempi.

 

Facciamo un passo indietro e vediamo una breve storia delle cinture nel judo.

Il M° Kano ha previsto 5 classi di allievi (Kyu) e 10 gradi di esperti (Dan).

In Giappone gli allievi indossano la cintura bianca per non classificato, 5° e 4° Kyu e la cintura marrone per i Kyu dal 3° al 1°.

In Europa fu il M° Mikonosuke Kaiwashi ad introdurre le cinture di colore diverso per ogni Kyu (bianca, gialla, arancione, verde, blu marrone) e poneva alla base della sua scelta ragioni pedagogiche ed educative. Di recente sono state introdotte delle cinture bicolore tra ogni cintura colorata da utilizzarsi nelle classi minori.

Per quanto riguarda la cintura nera, Giappone e Resto del mondo corrono sulla stessa linea: dal 1° al 5° dan si indossa la cintura nera, dal 6° all’8° la cintura bianco-rossa, per il 9° e 10° dan la cintura rossa.

 

Ma il M° Kano, inventore del judo, che grado aveva?

Durante la sua vita non gli si è mai attribuito un grado, avendo già egli il titolo di Shihan, ma alla sua morte gli venne attribuito il 12° dan, saltando volontariamente l’11° (e mai inserito) per tracciare un piccolo solco con gli altri praticanti. Spesso durante le sue esibizioni al posto della cintura nera indossava una cintura bianca più alta di quella comune.

 

Qual e’ invece il senso delle cinture?

Ad ogni cintura corrisponde un programma tecnico di conoscenza teorica e pratica e un determinato comportamento all’interno del tatami.

Ovviamente l’atleta col kyu più alto deve essere un esempio, un modello per gli atleti con kyu minori, almeno questo e’ il concetto che sta alla base delle diverse cinture nel judo.

 

Purtroppo molti bambini e ragazzi condizionano la loro prosecuzione nella pratica ai passaggi di cintura e fanno in modo che al passaggio di cintura di un compagno corrisponda pure il loro.

Anche l’inseguimento alla cintura nera a tutti costi a volte puo’ assumere delle sfaccettature frustranti, poiché nel Judo il passaggio alla cintura nera non è molto semplice . Esso può avvenire nei seguenti modi: tramite esame al cospetto di una commissione regionale fino al III dan, o nazionale dal IV in poi, nel gran premio cinture nere accumulando un determinato numero di punti raccolti durante gli stessi o in gara nei campionati italiani, europei, del mondo e persino alle olimpiadi, in funzione del piazzamento.

 

In tutti e tre i casi è necessaria costanza, impegno, dedizione, passione e sacrificio.

 

Questo permette ai praticanti di scegliere la strada che più gli si confà per raggiungere il proprio obiettivo: un agonista puro punterà le sue attenzioni sulle gare, una persona piu’ portata alla teoria con mire poi di insegnamento si dedicherà agli esami.

 

Cio’ che si vede spesso nei club di judo e’ un certo affanno ed esasperazione della corsa verso la cintura nera.

Molte persone vogliono la cintura di grado superiore a tutti i costi. Tuttavia, il judo prevede degli step in relazione al grado di conoscenza della disciplna ed e’ un arte marziale che va goduta e studiata in tutta la sua interezza al fine di capirne a fondo i principii.

Le gare costituiscono uno strumento di crescita formidabile per il ragazzo, tramite le quali si approccia a crescere sotto tutti i punti di vista. Le vittorie rendono piu’ sicuri e allo stesso tempo le sconfitte aiutano a lavorare di più per migliorare per poi magari vincere.

In tutto questo percorso di crescita le cinture vengono da sole, senza bisogno di rincorrerle o metterle al primo posto come “scusa” per proseguire nella pratica.

Se non si lavora in un certo modo, con impegno costante e dedizione, se non si entra nell’ottica che il colore della cintura non è al primo posto nella scala di valori che determinano la crescita di un atleta, questa rimarrà soltanto un pezzo di stoffa colorato che, legato intorno alla vita, tiene chiusa la giacca del judogi.

 

Se riuscissimo a far passare questo messaggio in ogni singolo club del nostro Paese, probabilmente non avremmo l’abbandono della disciplina una volta raggiunta la cintura nera. Del resto, non si fa certo judo per divnetare cintura nera! Piuttosto la nostra disciplina puo’ essere vista come un percorso di crescita personale.

 

Vi lascio con una domanda, cosìcchè ognuno sarà libero di dare la propria risposta: nella società di oggi le cinture colorate, in particolar modo quelle dei bambini o ragazzi, hanno ancora una funzione pedagogica, educativa (posta alla base della scelta del M° Kaiwashi di introdurle)?


  1. marco bottinelli says:

    Personalmente penso di si, esse sono un obbiettivo chiaro e tangibile (forse uno dei pochi) per i bambini, e le cinture smezzate sono un modo per allungare i tempi e non lasciarli per sempre ad una cintura blu o marrone. Purtroppo spesso i ns. giovani e giovanissimi hanno bisogno per eseguire le proprie attività siano esse scolastiche che sportive di continui stimoli e obbiettivi, noi purtroppo li abbiamo educati cosi (personalmente ho 3 figli), vero che esiste il rovescio della medaglia, sono nera posso smettere, e cosi é stato anche per me che in una fase della mia vita ho smesso poi ho ricominciato solo per prendere la nera agonistica, per poi rifermarmi e riprendere anni dopo insieme a una mia figlia all’epoca bambina, che é diventata a sua volta nera e si é oggi fermata. Io a quasi 50 anni mi diverto a preparare e fare le gare Master con l’obbiettivo di prendere il 2°dan agonistico (se le mie ossa lo permetteranno)altri amici si sono dati ai Kata, agonistici e non.Tante persone che hanno iniziato con me oggi sono 4°,5° addirittura 6° dan, qualcuno non si sa magari come ci sia riuscito,ma la loro corsa alla cintura non l’hanno mai interrotta. La mia visione delle cose é che senza obbiettivi diventa pesante praticare sport , sopratutto uno come il judo, e non importa se qualcuno presa la nera poi smette, tanto questo sport se lo porterà sempre nel cuore e spero nella testa con la sua moralità e i suoi insegnamenti e chissà che anche dopo tanti anni non torni la voglia di cambiare cintura.

  2. Zanesco Claudio says:

    Consiglio la lettura di buoni libri fra cui primeggia “La mente prima dei muscoli” autore tale Jigoro Kano, se un insegnante cerca di spiegare a cosa serve il judo, ” essere sani per essere utili alla società” allora la cintura è un passaggio ma l’obbiettivo è più alto e chiaro, a qualsiasi età.

  3. Gianluca says:

    Sono sempre stato un grande “tifoso” dell’utilizzo delle cinture colorate, persino di quelle bicolore. Ma il mio lavoro nel judo da oltre 10 anni si rivolge a ragazzi dal l’adolescenza in su, dove le cinture hanno un senso più relativo e non esistono quelle bicolore.
    Recentemente per diversi motivi ho lavorato con bambini in età dell’obbligo scolastico e sto riconsiderando la cosa.
    È vero, la cintura è un obiettivo chiaro e tangibile, ma nello stesso tempo non mi prendo in giro, indipendentemente dalla crescita, la cintura o la mezza cintura alla fine della stagione l’avranno tutti i bambini….sennò li perdiamo.
    Allora forse un metodo più ortodosso, come quello del Prof. Kano, potrebbe rimuovere l’obiettivo secondario che i bambini perseguono, a favore di quello più nobile della crescita tecnica e personale.
    Questo è il mio interrogativo…….
    G

  4. marco bottinelli says:

    Non vorrei essere stato frainteso, io leggo le cinture come elemento di motivazione per i bambini, come spinta in più per l’agonista o per l’amatore che va a fare i dan, magari in un momento di stanchezza o noia verso il judo. Questo non vuol dire non capire le motivazioni profonde e i grandi insegnamenti morali del ns. sport. E qui ci sarebbe da aprire una grande parentesi in cui mettere tanti praticanti anche di livello e tanti insegnanti pluri dan, meravigliosi dal punto di vista tecnico ma moralmente molto simili al miglior Moggi degli anni 90, chiusa parentesi. Le cinture alla fine non rappresentano in toto la persona che la indossano,servono essenzialmente a serrare il judogi e a farti squalificare se prendi sotto di essa,e l’obbiettivo come dice Zanesco deve essere più alto e profondo. (Claudio portami il libro)

  5. Zanesco Claudio says:

    compralo , lo trovi in libreria, io l’ho preso casualmente alla Rizzoli in Duomo, ma secondo me lo trovi in giro , ” La mente prima dei Muscoli ” edizioni mediterranee- Collana 9 sapere d’oriente.
    Poi leggi dell’amico Proff. Tribuzio che ho l’onore di conoscere e aver sentito a vercelli grazie all’AISE.

  6. bernardo centracchio says:

    Chiedo scusa , non entro nel merito del valore delle cinture…….
    ma mi chiedo come sia possibile disquisire sul valore di esse e poi non conoscere che Non esiste la cintura BIANCO-ROSSA ma bensi ROSSA-BIANCA poi ROSSA per ritornare all’origine chiaramente onore dato al Fondatore Bianca Doppia.

    • Alessandro says:

      Buongiorno Maestro,
      La ringrazio per la precisazione, ma l’errore non è dovuto a non conoscenza, ma ad imprecisione nella scrittura!
      Ha fatto bene, in ogni caso, a farlo rilevare.

  7. Luca Stornaiuolo says:

    La storia del 12o dan è solo una leggenda. Per il Kodokan, Kano è lo Shihan. Punto e basta. Smettiamola di perpetrare queste fandonie di generazione in generazione.

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