La storia non insegna: Budapest 2017 come Astana 2015

La storia non insegna: Budapest 2017 come Astana 2015

Senza ombra di dubbio gli 8 atleti selezionati per i mondiali di Budapest sono i migliori atleti che abbiamo in Italia in questo momento e pertanto sono tutti più che meritevoli di pendere parte alla kermesse iridata. Il disappunto riguarda invece i 10 atleti lasciati a casa: perché?

A inizio di quest’anno si è assistiti ad un Assoluto dove le regole erano chiare ed uguali per tutti. Seppure troppo a ridosso della competizione, è stato un buon esempio di come definire dei criteri oggettivi. Peccato che dopo gli Assoluti non c’è stata più tale chiarezza e il caos e l’improvvisazione l’hanno fatta da padroni.

Nel caso della selezione per i mondiali di Budapest 2017, per quanto ci si sforzi, non è ravvisabile un criterio di selezione, né tanto meno si evince una linea coerente con la squadra definita in occasione dei Campionati d’Europa di Varsavia dello scorso aprile e con le medaglie conquistate nei tornei del World Tour nel 2017. I criteri di selezione non li si conoscevano prima e nessuno ha fatto lo sforzo di comunicarli dopo.

Pubblicato da Ennebi il 3 ago 2017 in Barcellona, ESP

La storia non insegna: Budapest 2017 come Astana 2015. Anzi no, anche peggio!

Sono solo 8 gli atleti azzurri che prenderanno parte ai Campionati del Mondo in programma a Budapest dal 28 agosto al 3 settembre 2017. Si tratta di Elios Manzi (60), Fabio Basile (66), Antonio Esposito (81), Matteo Marconcini (81), Francesca Milani (48), Odette Giuffrida (52), Edwige Gwend (63) ed Assunta Galeone (78). Senza ombra di dubbio, gli 8 atleti selezionati per i mondiali di Budapest sono i migliori atleti che abbiamo in Italia in questo momento e pertanto sono tutti più che meritevoli di pendere parte alla kermesse iridata. Il disappunto riguarda invece i 10 atleti lasciati a casa: perché?

Per quanto ci si sforzi, non è ravvisabile un criterio di selezione, né tanto meno si evince una linea coerente con la squadra definita in occasione dei Campionati d’Europa di Varsavia dello scorso aprile e con le medaglie conquistate nei tornei del World Tour nel 2017. I criteri di selezione non li si conoscevano prima e nessuno ha fatto lo sforzo di comunicarli dopo. L’unica certezza è che a decidere è stato “Kyoshi Murakami, in accordo con lo staff della Direzione Tecnica Nazionale”, cosi come si evince dal comunicato ufficiale della FIJLKAM.

Altra cosa certa è che oggigiorno non ci si può permettere più di fare scelte non motivate e, forse, nemmeno preparate.

Il paragone con Astana 2015 è più che calzante: due anni fa solo 9 atleti furono selezionati per i mondiali e altri 9 azzurri furono lasciati a casa tra i quali Fabio Basile, Elios Manzi e Matteo Marconcini. Sappiamo tutti cosa accadde pochi mesi dopo: i tre atleti prima menzionati si qualificarono alle Olimpiadi in extremis, senza tuttavia poter beneficiare di un sorteggio favorevole una volta arrivati a Rio, per via della propria posizione nel World Ranking List. Per fortuna, Fabio Basile non ne ebbe bisogno…

Torniamo ad ora: benché gli atleti selezionati per Budapest lo meritino senza ombra di dubbio, purtroppo è evidente che tra le alte sfere del judo nazionale non sia stato fatto ancora tesoro della lezione magistrale di Astana 2015 e di Rio 2016. Portare 8 atleti ed escluderne altri 10 è una scelta che ancora una volta sottolinea una mancanza di prospettiva: un segno di cambiamento non può infatti limitarsi ai tagli. Innumerevoli sono le riflessioni che si potrebbero fare a riguardo, tuttavia, vorrei focalizzarmi su due aspetti che ritengo davvero importanti.

INVESTIMENTO

È la prima lezione che si apprende in economia: senza investimento non può esserci un profitto sostenibile nel tempo. Invece, la seconda lezione di economia può essere riassunta cosi: maggiore è l’investimento, maggiore sarà il ritorno atteso. Per esempio, se non ci si allena, non si può vincere; se ci si allena due volte a settimana allora si può puntare alla vittoria di un campionato regionale, mentre se ci si allena tutti i giorni, allora si può aspirare a qualcosa di più importante. In tal senso, anche l’allenamento può essere inteso come un investimento, che non deve essere per forza misurato con denaro.

Chi gestisce la FIJLKAM spesso pensa che investire sui giovani significhi solamente allocare un budget alle squadre giovanili, limitandosi ad incrementare tale valore anno dopo anno. Per carità, è senz’altro un aspetto importante. Ma siamo sicuri che sia la soluzione ai problemi del judo italiano? Del resto, l’Italia ha sempre abbondato di medaglie nelle classi giovanili da quando è stata costituita la CNAG che possiamo definire un ottimo investimento da parte della FIJLKAM. Ciò detto, l’Italia ha ora bisogno di fare uno step successivo e di investire sui giovani seniores, quegli atleti cioè che per via della propria età si trovano fuori dalla rosa delle nazionali giovanili e devono quindi affermarsi anche tra i senior. Già da molti anni, l’Italia registra un record pazzesco di medaglie conquistate nelle fasce giovanili da atleti che quando si affacciano nel “mondo dei grandi” fanno fatica ad effettuare il rodaggio. Probabilmente è questo il tipo di investimento che va messo a punto, senza dimenticare chiaramente tutto il resto.

Nel 2015, all’indomani dei mondiali di Astana, Kyoshi Murakami fu nominato Direttore Tecnico dopo aver lavorato per poco più di anno come consulente della nazionale italiana. Da lui ci si aspettava una vera rivoluzione attraverso una pianificazione condivisa ed una rinnovata collaborazione con le società sportive e soprattutto attraverso una maggiore attenzione ai giovani. Alla data attuale non è chiaro quali investimenti si siano fatti dal 2015 al 2017 considerato che i “vuoti” in ambito seniores invece di essere stati colmati, sono invece perfino aumentati. Eppure il Direttore Tecnico ha il dovere di investire in tutte le categorie di peso senza escluderne nessuna a priori, anzi mettendo a punto specifiche “azioni correttive” che mirino a creare degli atleti competitivi proprio in quelle categorie dove si è meno forti. Limitarsi a prendere il meglio di quello che i club italiani forniscono, in un pacchetto già o quasi confezionato, è un lavoro diverso da quello di Direttore Tecnico della Nazionale.

Su un lato diverso, per rispondere a coloro che sui social network hanno parlato di mancanza di budget, diciamo loro che siamo stufi di sentire questa scusa, che è ormai vecchia e nessuno ci crede più: se da un lato quando si vuole i soldi si trovano ed anche di corsa, dall’altro lato bisogna capire che se le ragioni per lasciare 10 atleti a casa siano davvero legate al budget, allora significa che qualcuno non ha fatto bene il proprio lavoro di programmazione e pianificazione e dovrebbe essere lui o lei ad essere mandato a casa. Per di più, Budapest è a due passi ed i costi di una trasferta sono davvero limitati.

Dunque, la domanda precedente resta ancora priva di una risposta: che tipi di investimenti si sono fatti dal 2015 al 2017? Con quali obiettivi? E quali sono i risultati intermedi ottenuti fino ad adesso in due anni di lavoro? Che fine ha fatto il Progetto Tokyo 2020 di cui non si sente parlare dalla fine del 2016? Avere il coraggio di investire sui giovani significa riconoscere che non bastano più i progettini verso Rio o verso Tokyo e che bisogna voltare pagina definendo una volta per tutte da un lato una programmazione con relativi percorsi, obiettivi e criteri oggettivi, dall’altro gli investimenti necessari a raggiungere gli obiettivi prefissati. In tal senso, in Italia abbiamo ancora un grande gap.

VALORIZZAZIONE

Ripartiamo dal concetto di investimento: con questa parola si può intendere anche l’investimento intrapreso dai club, degli atleti e delle relative famiglie. La liberalizzazione, cominciata molti anni fa ma mai completamente attuata, ha spostato il peso degli investimenti dovuti alle trasferte dalle casse della federazione alle tasche degli atleti e dei propri club. Alla data attuale, tali investimenti non vengono valorizzati dai piani alti del judo nazionale, nonostante portino un beneficio non indifferente a tutto il movimento judositico italiano e allo stesso tempo contribuiscono ad una riduzione delle spese da parte della FIJLKAM. Le scelte di Budapest di quest’anno, cosi come quelle di Astana di due anni fa, comunicano un messaggio davvero preoccupante, ovvero che gli sforzi di coloro che fanno sacrifici per permettersi di partecipare alle competizioni del World Tour in giro per il mondo sono senza significato, che contano poco o nulla. Eppure, valorizzare gli investimenti è anche il miglior modo per massimizzarne il relativo ritorno atteso. In tal senso, non solo manca una definizione dei criteri di selezione, ma manca anche una chiara strategia relativa alla liberalizzazione dei tornei del World Tour.

In riferimento al primo punto, va precisato che a inizio di quest’anno si è assistiti ad un Assoluto dove le regole erano chiare ed uguali per tutti: ovvero i primi classificati avrebbero preso parte, come poi è effettivamente accaduto, alle Continental Open di Roma ed Oberwart, rispettivamente per maschi e donne. Seppure troppo a ridosso della competizione, è stato un buon esempio di come definire dei criteri oggettivi. Peccato che dopo gli Assoluti non c’è stata più tale chiarezza e il caos e l’improvvisazione l’hanno fatta da padroni. Aggiungerei una ulteriore riflessione: le regole andrebbero definite ad inizio del gioco e non step by step, in base ai risultati che si raccolgono nelle competizioni precedenti.

In riferimento alla liberalizzazione, nel mondo dei seniores l’Italia resta ancora una volta a guardare, decidendo di non aprire tutti i tornei del World Tour e dimenticandosi di definire una politica di rimborsi (non mi riferisco ai “contentini”) per coloro che performano bene nelle competizioni “aperte”.

 

Valorizzare in maniera obiettiva gli sforzi di atleti volenterosi è un modo per instaurare un sistema meritocratico. Del resto, MERITOCRAZIA è stata una delle parole più utilizzate durante la campagna elettorale conclusasi alcuni mesi fa. In tale occasione, gli slogan con promesse di innovazione e cambiamento non esitavano ad essere annunciati al popolo della FIJLKAM: da chi prometteva una comunicazione più efficace ed efficiente, a chi sottolineava l’importanza di investire seriamente sui giovani, passando per chi annunciava una maggiore collaborazione con le società sportive e chi prometteva l’instaurazione di un sistema meritocratico.

Ahi noi, il classico sistema all’italiana viziato dalle eccezioni, dai favori, dai campanilismi, dai nepotismi che fino ad oggi ha anteposto alle potenzialità di crescita e ai meriti degli atleti le provenienze, i club e i maestri non solo è ancora presente, ma si è persino rafforzato, pur cambiando sembianze. Mi chiedo: quando è il tempo di darsi da fare per davvero?

Una cosa è certa: ci vuole coraggio! Da parte di tutti.

 

 

E’ normale che esista la paura, in ogni uomo,

l’importante è che sia accompagnata dal coraggio.

Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura,

altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.

Paolo Borsellino

 

Nota dell’autore:

La citazione di Borsellino sul coraggio,

non è affatto una casualità! 


  1. Claudio Zanesco says:

    bell’articolo, ma come in altri sport e federazioni, non si può chiedere una intervista ai responsabili e sentire le motivazioni, magari hanno ragione loro per le scelte effettuate, un pò di pubblicità mediatica, un cartello con dietro gli sponsor, con 10/20000 visualizzazioni potrebbe essere virale ed economicamente utile

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