JUDO E SOCIETÁ 7

JUDO E SOCIETÁ 7

Dopo una settimana di pausa forzata, dovuta ai lavori straordinari che abbiamo svolto per potenziare il nostro server e per prepararci al nuovo sito web che in un paio di mesi sara’ on line, riapriamo con il nostro appuntamento del mercoledi’, la seguitissima rubrica JUDO E SOCIETÁ curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’Educazione. Il tema [...]

Pubblicato da G. Tribuzio il 3 giu 2015 in Bari

Dopo una settimana di pausa forzata, dovuta ai lavori straordinari che abbiamo svolto per potenziare il nostro server e per prepararci al nuovo sito web che in un paio di mesi sara’ on line, riapriamo con il nostro appuntamento del mercoledi’, la seguitissima rubrica JUDO E SOCIETÁ curata dal prof. Giuseppe Tribuzio, sociologo dell’Educazione. Il tema di oggi e’ il rispetto delle regole su cui siamo invitati a riflettere. Buona lettura! 

 

Il senso delle regole nel Judo e nella società

Dobbiamo imparare bene le regole in modo da infrangerle nel modo giusto.
(Dalai Lama)

 

Ogni convivenza umana, che possa dirsi minimamente civile, è possibile solo se ci si attiene a un insieme di regole, che limitando i propri comportamenti consente però, nello stesso tempo, di  poter esprimersi in piena libertà su quanto consentito. Il rispetto di questi limiti ha da sempre impegnato la ragione umana attraverso l’opera e la testimonianza di una lunga  teoria di  filosofi.

La legge che in passato veniva imposta con la forza e fatta rispettare, non rappresentava altro che il recinto all’interno del quale era possibile e consentito il proprio agire. Nei sistemi democratici la legge  viene proclamata e amministrata in nome del popolo, al quale appartiene la sovranità. Cambiando i tempi e i contesti  sociali, la legge, quindi, è rimasta  una necessità, non più per garantire il potere di una elìte, ma per consentire a tutti di poter esprimere il meglio di sé, senza offendere la libertà di azione degli altri.

Per questa ragione,  sempre più spesso, il tema delle regole e del loro rispetto occupa gran parte delle riflessioni  che investono non più e non solo gli ambiti giuridici, ma anche gli ambiti educativi, all’interno dei quali sempre più persone, con ruoli diversi, denunciano le loro difficoltà nel coinvolgere i giovani, in cose di cui essi pensano di poterne fare a meno.

Le società, nel loro evolversi, sono diventate sempre più complesse e il vivere quotidiano, al loro interno, diventa altrettanto complicato. Si ha l’impressione che tutta la nostra vita sia  normata e preorganizzata da altri che, senza consultarci, hanno stabilito dei principi, delle norme, delle regole da osservare per il buon funzionamento dell’intero sistema sociale.

Quotidianamente siamo chiamati a rispettare un insieme di regole sociali che, pur non essendo sanzionate giuridicamente, hanno la loro valenza all’interno dei rapporti e delle relazioni che normalmente si  stabiliscono tra i membri di una qualsiasi comunità. Non rispettare  le regole della tradizione, le regole religiose, le regole della buona educazione ci espone alla disistima e fa di noi degli esclusi, dei deviati, delle persone dalle quali sembra naturale mantenere una certa distanza.

Ma vista la crisi di valori e di ruoli che stiamo attraversando, molti adulti si chiedono come fare per trasmettere ai giovani un principio morale? La famiglia non  basta più e nemmeno la scuola riesce a farlo. Come mai? Cosa manca?

Forse in questo aveva ragione, già un secolo fa, il prof. Kano quando, attraverso il Judo, aveva capito che avrebbe potuto far veicolare un principio morale, intorno al quale se ne sarebbero poi avvolti, indissolubilmente, tanti altri. Kano aveva capito che ai giovani non si può parlare di principi morali in forma  teorica, ma bisogna  far sentire loro che essi hanno una valenza pragmatica nelle relazioni con gli altri. È necessario  offrire loro un modello virtuoso, che non ha niente a che vedere con il moralismo. È importante che un educatore si prenda cura di loro e insegni loro con l’esempio e faccia comprendere il senso di un agire morale, che rispetta le regole anche quando non ci sono regole da rispettare. Oppure che insegna ad infrangere le regole per migliorarle, per renderle più attuali, per non limitare i confini della conoscenza, ma per ampliarli.

La pratica del Judo che ogni sera si svolge  sul tatami, disposto all’interno di un dojo, e non in una palestra, permette l’apprendimento di poche regole di comportamento, funzionali al buon andamento della lezione. Nello stesso tempo, però, si acquisiscono un insieme di conoscenze che mentre sembrano limitarci, ci aprono, invece,  la strada verso la consapevolezza che non sempre tutto è possibile. Non sempre ciò che desideriamo può essere soddisfatto nell’immediato. Bisogna aver pazienza, aspettare che i tempi  maturino, perché come affermava Nietzsche, «per portare a maturazione un acino d’uva, ci vogliono giornate di sole e giornate di pioggia».

L’educazione morale del Judo, una volta sedimentata nel cuore dei suoi praticanti non può essere più rimossa, diventa parte integrante della persona che, in ogni suo agire, cercherà di uniformarsi alla massima «Tutti insieme per migliorare e progredire». Ma tutti insieme che vuol dire se non  rispettare gli altri, essere pronti a mettersi al loro servizio per non lasciarli indietro?

Le regole che gli adulti  cercano di far rispettare ai giovani, non andranno sicuramente osservate in larga maggioranza, perché saranno oggetto di contestazione, di ribellione; perché in fondo i giovani questo devono fare per rinnovare la società, che aspetta il loro lievito per  rigenerarsi. Ma, nonostante ciò, noi non possiamo, come educatori, fare a meno di recitare il nostro ruolo che ci chiama, responsabilmente, ad esercitare la nostra autorità, specie quando viene contestata, perché così facendo diamo ai giovani la possibilità di esercitarsi a diventare adulti.

Kano, nei suoi scritti, si rivolge spesso ai suoi numerosissimi allievi, sparsi per il Giappone, raccomandando loro di impegnarsi a favore  del prossimo, prima di tutto, e poi  del Paese. Chi pratica Judo  deve  considerare che ha più doveri da assolvere che diritti da pretendere nel momento in cui  entra in relazione con gli altri; perciò le principali regole da osservare sia sul tatami che fuori sono quelle che mostrano il meglio di noi, in ogni  circostanza.

I giovani, oggi, non hanno molti modelli virtuosi da imitare, quindi non hanno idea di cosa sia un principio di autorità e della necessità che si ha di riconoscerlo, per potersi orientare meglio in un momento particolarmente critico della loro crescita. I loro ribellarsi alla minima limitazione della loro libertà, perché non accettano regole, paradossalmente, finisce per creare delle regole all’interno del loro gruppo. In fondo anche il non rispettare alcuna regola, diventa, a sua volta, una regola alla quale  bisogna uniformarsi.

La legalità altro non è che quell’insieme di regole che ci permette di giocare bene il grande gioco della vita, con onestà e responsabilità.

Continua…

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