Chiacchierata con il Maestro Gino Nasti (prima parte)

Chiacchierata con il Maestro Gino Nasti (prima parte)

Il maestro di judo e professore Luigi Nasti ha accettato di scambiare due chiacchiere con Italiajudo dopo la sua suggestiva lettera inviata al mondo della Fijlkam.

Foto: Franco Di Capua

Pubblicato da Giovanni Di Cristo il 4 gen 2021 in Napoli

Dal momento che è stato anche un docente di educazione fisica, il judo nella Sua vita è stato in primis un lavoro o una passione?

Il judo è stato ed è ancora oggi una mia grande passione. Ho iniziato a praticare questo sport all’età di 4 anni, ricordo mio padre che mi portava in palestra ai cavalli di bronzo, attuale Polisportiva Partenope di Napoli e mia mamma che mi cuciva il judogi, perché all’epoca non esistevano le taglie per bambini.

Mi reputo un uomo molto fortunato, perché ho fatto ciò che mi piaceva nella vita e poi ho vissuto il judo nel modo corretto. Sono cresciuto con grandi Maestri come Tempesta, Infranzi, De Angelis, Ferrieri, Ranno, Bubani, Allegro, Della Moglie, Officioso e sicuramente me ne sfuggono altri. Grazie a loro ho conosciuto i metodi educativi di Jigoro Kano, il quale attraverso i propri principi universali aveva l’obiettivo di elevare l’uomo e migliorare la società in cui viviamo. Gli insegnamenti dei maestri che ho citato poc’anzi mi hanno aiutato nella vita ad avere un’introspezione continua, un dialogo constante con me stesso. Infatti, ho maturato la convinzione che l’uomo che non dialoga con se stesso e che privilegia esclusivamente i propri egoismi ed interessi è un uomo che non cresce; forse si arricchisce, raggiunge potere, ma sostanzialmente è un uomo povero che si gode solo la materialità della vita, l’effimero.

Ci racconta la Sua esperienza come atleta della Nazionale italiana.

Il primo step agonistico è avvenuto quando a 14 anni sono stato accettato nel gruppo degli adulti seguito dal “Maestro”, poi divenuto amico fraterno, Yano Hidenobu, persona speciale e grande tecnico che ha continuato il lavoro di Nicola Tempesta nel caratterizzare la tradizione agonistica della scuola napoletana.

Venni arruolato nella Guardia di Finanza alla fine del 1976 a 19 anni, sono rimasto nel Gruppo Sportivo per circa 7 anni e nel primo mese vinsi il Campionato Italiano Assoluto a Treviso. È stata una grande esperienza, ricordo che avevo l’opportunità di confrontarmi con tanti atleti di differenti impostazioni judoistiche.

Nel ’77 alla fine di una serie di competizioni nazionali finalizzate a selezionare nuovi probabili olimpici di judo per Mosca 1980, entrai insieme ad altri cinque atleti, Fetto, Sedona, Mastroddi, Landi e Beccacece nel Centro di Preparazione Olimpica di Roma presso l’allora Accademia Nazionale di Judo al Velodromo dell’EUR. AL Centro trovai atleti come Mariani, Gamba, Rosati, Vecchi e Daminelli che avevano già fatto il percorso per le Olimpiadi di Montreal ’76. Allenandomi con loro sono migliorato tanto, vi era la coesione del gruppo ed in più avevamo la guida del grande Maestro ma anche padre putativo Masami Matsushita, così divenni un vero professionista.

L’atleta più grande d’età ed anche il più maturo e pronto mentalmente era Felice, fu il primo italiano a conquistare una medaglia Olimpica ed una Mondiale e vinse ben tre medaglie d’oro consecutive ai Campionati Europei. Non so quanti atleti nella loro carriera hanno ottenuto questi risultati, ma a parte questo, egli era una guida per tutta la squadra. Mi ricordo quando controllava se noi più giovani fossimo tornati a dormire, oppure durante gli allenamenti di corsa pretendeva che tutti mantenessimo il suo ritmo; era un compagno di squadra molto esigente ed un vero capitano. Penso che sia stato un grande stimolo per tutti noi e soprattutto per l’orgogliosissimo Ezio Gamba dove si creò un rapporto di leale antagonismo che in realtà giovò a tutta la squadra. Con loro ho mantenuto un forte rapporto di affetto e stima.

All’epoca fummo fortunati, perché oltre lo stipendio dei gruppi sportivi militari, la Federazione con il Vice Presidente Avv. Augusto Ceracchini ci sosteneva in tanti modi, ad esempio gli atleti che ancora frequentavano la scuola superiore avevano l’opportunità di completare gli studi a Roma in un istituto privato, oppure chi come me era iscritto all’università, aveva un rimborso per l’acquisto dei libri e per le tasse universitarie, in più avevamo diverse convenzioni per viaggiare e raggiunger Roma. Erano iniziative che ci davano tranquillità.

Lei che è stato anche un dirigente, non ritiene che ci sia bisogno di una formazione anche in questo ambito lavorativo?

Esistono delle scuole di formazione del Coni per dirigenti sportivi, esistono dei master, però come si usa fare in tanti altri concorsi, a mio parere bisognerebbe eseguire prima dei test attitudinali. Gardner, psicologo contemporaneo e fautore della teoria delle intelligenze multiple, ci ha insegnato che ognuno di noi è dotato di un suo tipo di intelligenza, quindi, bisognerebbe prima capire se una persona è predisposta a fare il dirigente. Avere questo compito significa voler affrontare e dover risolvere molti problemi e non bisogna essere necessariamente competenti in tutte le materie. Ad esempio, il Dott. Pellicone era un professionista di altissimo livello, ma non era ovviamente onnisciente, eppure essendo una persona speciale e riflessiva aveva strutturato un metodo personale di problem solving, molto prima che se ne parlasse in didattica, ragionava con gli esperti del settore con cui lavorava e si annotava tutto, con l’obiettivo principale della risoluzione del problema.

Le scuole per la formazione ci sono, ritengo piuttosto che bisogna essere adatti a questo ruolo, ci vuole determinazione, amore e dedizione, essere capaci di dimenticare il tempo, perché a pensarci bene ti complichi parecchio la vita trascurando anche la famiglia. Non si parla di realizzare un progetto come se avessimo un’azienda nel cui si valutano gli incassi, piuttosto i risultati si misurano in medaglie ma soprattutto  in crescita, potenziamento ed espansione. I dirigenti sono autentici passionari.

Maestro, come mai si è dimesso da Consigliere Nazionale della FIJLKAM nel febbraio del 2019?

Mi sono dimesso per una impossibilità di comunicare con il Presidente Falcone, col quale riscontravo difficoltà enormi. Ho avuto la grossa fortuna di relazionarmi con persone del calibro del Dott. Matteo Pellicone, del Professore Peppino Pellicone, dell’avvocato Albanese, dell’avvocato Zanier, di Pippo Spagnuolo, lo stesso mio padre e tanti altri uomini eccezionali che hanno dato un contributo pazzesco alla crescita della Federazione.

Tra questi, un angolino speciale lo dedico al Maestro Bernardino De Carlo, con il quale ho avuto tanti dialoghi importanti nel giardino di casa sua e che mi ha “adottato” quando a Treviso ho dovuto affrontare due interventi per il trapianto di rene a causa di una leishmaniosi. Treviso è una città splendida che mi ha portato sempre fortuna anche judoisticamente con due vittorie ai Campionati Italiani Assoluti.

Ai grandi dirigenti e maestri citati in precedenza si aggiunge il maestro Tommaso Betti Berutto, uno dei pionieri del judo italiano ed autore del celebre libro “Da cintura bianca a cintura nera”, che ha avuto un ruolo cruciale nella divulgazione del nostro sport. Quando ero ancora un agonista arruolato nelle Fiamme Galle mi capitava spesso e volentieri di andare a casa sua in centro a Roma a bere un tè, gli incontri con Betti Berutto mi hanno dato il privilegio di conoscere le origini del judo italiano direttamente da uno dei protagonisti principali, facendomi scoprire anche il culto giapponese della bevanda.

Ho avuto il piacere di confrontarmi con molti dirigenti all’interno della Fijlkam, era quella che possiamo definire “La scuola di Matteo Pellicone”. Con lui vi erano delle modalità operative trasparenti che ho apprezzato tantissimo, ogni problema veniva affrontato attraverso il dialogo ed il confronto al fine di trovare la soluzione. Egli aveva la mentalità del formatore, un uomo esigente e con ritmi impegnativi, ma un “Gran Signore”, il primo a non risparmiarsi e a lavorare sodo per arrivare ad un obiettivo, basti pensare al Centro Olimpico.

Con Falcone mi aspettavo delle modalità operative simili a quelle del suo predecessore e Maestro, mentre ho trovato difficoltà al dialogo ed ho persino avuto la sensazione – spesso e volentieri – che alcuni argomenti fossero considerati fastidiosi, quasi intoccabili. Invece, avevo imparato che c’era la necessità di impegnarsi ed intervenire tempestivamente su alcune tematiche. Purtroppo, abituato ad un metodo collaudato e di successo, non potendo impedire la trasformazione della Federazione così come voluta da Falcone, tanto velocemente e per me incomprensibile ho scelto di salvare i miei valori ed il rispetto di me stesso.

 

A breve pubblicheremo la seconda parte della chiacchierata tra il direttore di Italiajudo, Giovanni Di Cristo, e il maestro Luigi Nasti. 

DI SEGUITO LA  LETTERA AL MONDO FIJLKAM DEL MAESTRO LUIGI NASTI.

Lettera al Mondo FIJLKAM