Il Direttore Tecnico, questo sconosciuto

Il Direttore Tecnico, questo sconosciuto

Il maestro Silvano Addamiani continua a tenerci compagnia: questo giovedi’ parla del Direttore Tecnico Nazionale, di fatto, riferendosi persino se stesso, in quando lo stesso Addamiani ha ricoperto tale ruolo in passato.    Il Direttore Tecnico della Nazionale è la persona più importante di ogni Federazione: egli rappresenta uno dei massimi organismi su cui si [...]

Pubblicato da S. Addamiani il 21 mag 2015 in Roma

Il maestro Silvano Addamiani continua a tenerci compagnia: questo giovedi’ parla del Direttore Tecnico Nazionale, di fatto, riferendosi persino se stesso, in quando lo stesso Addamiani ha ricoperto tale ruolo in passato. 

 

Il Direttore Tecnico della Nazionale è la persona più importante di ogni Federazione: egli rappresenta uno dei massimi organismi su cui si basa la vita dell’intera comunità federale, con particolare riferimento a coloro che si dedicano all’attivita’ agonistica.

Il DTN seleziona le nazionali, ne da’ l’indirizzo tecnico, con il suo staff cura gli altri settori federali affinché seguano il primario indirizzo.

Ma non e’ finita qui: il DTN elabora un programma tecnico e lo sottopone al consiglio federale, una volta accettato, quel programma sarà il testo federale per il periodo convenuto. Nella FIJLKAM questa metodica è sconosciuta, lo dimostra il fatto che in 54 anni questa logica non è stata mai attuata.

La FIJLKAM non conserva i programmi tecnici elaborati per i grandi eventi agonistici del passato, conserva solo gli annali. Con i suoi freddi risultati. Anche in questo campo la FIJLKAM non ha storia documentata. Pertanto cambiando gli uomini al comando e non avendo punti di riferimento certi, l’improvvisazione diventa diventa se non l’unica ma l’arma principale del judo italiano, con tutte le conseguenze che ne possono scaturire.

Per avvalorare quanto affermato vorrei soffermarmi agli anni  ’80.

Nell’area tecnica del Judo si verificò la disastrosa esperienza tentata dal M° Cappelletti che desiderava, a casa sua a Brescia, riprodurre il riuscitissimo college romano istituito per la nazionale italiana di Judo negli anni precedenti.

Dopo questa malriuscita esperienza, l’allora presidente della Federazione, dott. Matteo  Pellicone, riportò  la nazionale a Roma nel nuovo e fantastico centro sportivo federale che era sorto ad Ostia, avocò a se tutte le cariche e affidò la gestione della nazionale al M° Monti  che nel frattempo era anche allenatore della nazionale femminile che, con questa nomina, dissolse come neve al sole la magnifica nazionale miscelandola poi con la maschile, facendone un “unicum”.

L’ignoranza di una federazione maschilista per definizione e convinzione, non capiva che le donne rappresentavano una risorsa preziosissima per il Judo e non solo. Le squadre  giovanili erano nel college, sempre nel centro sportivo federale, sotto la guida del M° Tavolucci.

Questi maestri designati avevano il compito di allenare i ragazzi e di controllarli, null’altro; senza nessun programma, senza nessuna azione decisionale. Proprio questo periodo, per il judo, fu il punto del non ritorno per la sua ascesa tecnica e culturale. Fu stravolta la sua etica.

Il fallimento, dobbiamo ben specificarlo, era gestionale e non dei maestri coinvolti. Il Judo perse ogni possibilità di essere governato dai judoisti.

La federazione, dopo un’altra esperienza poco edificante con un altro tecnico di facciata, decise di affidare il Judo ad un super tecnico della preparazione atletica, il  maestro dello sport Vittoriano Romanacci, già direttore tecnico della nazionale di lotta, vincitore con Maenza di una medaglia olimpica.

Romanacci scelse come collaboratori tre campionissimi che avevano terminato la loro meravigliosa parabola agonistica: Ezio Gamba, Felice Mariani e Sandro Rosati.

Da atleti a maestri: un’altra visione miope ed assolutista della dirigenza, che non capiva che praticare bene il Judo ed eseguirlo vincendo non voleva dire saperlo anche insegnare bene e vincere, in specie con degli atleti nazionali; chi governava come poteva saperlo se non aveva praticato quello che dirigeva? E chi invece l’aveva praticato e sapeva, perché non l’ha fatto mai presente?

I contrasti tecnici della triade dei magnifici, così costituita, creò tutti i presupposti per un altro cambiamento. Allora si disse, i judoisti non vincono perché non hanno preparazione atletica adeguata, detto fatto, il maestro dello sport  Romanacci venne nominato DTN di tutte le nazionali, piuttosto che dosi di tai-otoshi, si era passati alla sbarra, a flessioni e i pesi furono i compagni dei nostri judoka che, rivitalizzati da questi inserimenti energetici nei loro corpi, vinsero tutto quello che c’era da vincere. La creatività italica anche nel Judo non ebbe limiti.

Ma la tecnica? Il metodo?

“Macché ce frega” dicono a Roma, se così vinciamo! Un direttore di un noto periodico sportivo scrisse che il Judo visto in quei tempi era una lotta con il kimono. Non si sa bene se fosse stato un complimento alla lotta o al Judo.

Una cosa era certa: secondo i piu’ conservatori, quello non era Judo, non in senso stretto.

Infatti, seppure in una fase prestigiosa di buoni risultati, non era molto importante che gli atleti fossero dotati di ottima tecnica judoistica purché fossero forti fisicamente. In questo favoloso trambusto, ci si dimenticò che contemporaneamente il DTN Romanacci rivestiva anche l’incarico di segretario generale della Federazione.

Qualcuno, al tempo, si domandò: se Romanacci è così impegnato, chi programmava il Judo nazionale e quello internazionale? Ma il consiglio di settore naturalmente!Che, a quanto pare, era stato l’operatore tecnico occulto facente le veci del DTN.

Nessuno, al momento, si accorse della scollatura che si era venuta a creare tra la parte operativa e la parte direttiva.

Il Judo agonistico non aveva una scuola, un metodo e quindi non aveva una continuità, era tutta improvvisazione, i nostri atleti nascevano, splendevano e subitaneamente finivano come le stelle cadenti del giorno di San Lorenzo il 10 agosto.

Passata l’era del muscolo, utile e necessario, divenuto ufficialmente parte integrante nella preparazione del Judo agonistico anche nel mondo falso di alcuni apologeti nostrani, le faide tra i vari tecnici alla guida della nazionale si fecero più violente, Gamba per esempio se ne andò sbattendo la porta. Si abbassò il livello della scelta tecnica e si inserirono in questo settore altri allenatori limitandoli nella loro investitura. La scelta degli atleti, ad esempio, si determinava soltanto in base ai risultati ottenuti.

La vittoria non ci fu molto amica, solo le Olimpiadi ci furono compagne fedeli e ci dettero gloria sportiva, il lavoro diversificato aveva pagato, ma non aveva appagato il Judo nella sua intera essenza. Parlare di fatti avvenuti raccontandoli con un altro  punto di vista , diverso dalle verità federali, non è una critica al sistema ma rappresenta un disagio tecnico che si era venuto a creare tra i tradizionalisti del Judo e l’agonistica.

Per la Federazione vincere era ed è il fine ultimo e più importante. Tuttavia per vincere occorre preparare gli atleti trasformarli in judoka. Ciò si può verificare solo attuando il metodo d’insegnamento del Maestro J. Kano. Per lo meno, questo era – ed e’ – il pensiero dei tradizionalisti, rispettabile e da verificare, mai applicato fino ad oggi. Chissa’ che funzioni!

A conferma di quanto accennato diamo un altro esempio:  non c’era e ancora non c’è nessun collegamento tra il settore giovanile e la nazionale maggiore, il consiglio di settore del Judo li dirigeva e li dirige entrambi non lasciando ai tecnici molti spazi di manovra; si accendevano luci giovanili  sui grandi palcoscenici europei e mondiali per spegnersi subito dopo quando, quei campioncini entravano nel mondo dei senior.

Nessuno si è domandato come mai? In questa diatriba tecnica il M° Mariani arrivò primo e dopo tanti anni, ricevette l’incarico di DTN italiano, che usò malamente, visto l’allontanamento che ne subì, poco tempo dopo, pur vincendo a Londra  con una atleta calabrese una prestigiosa medaglia di bronzo olimpica.

Un nuovo tecnico entrato, ovvero l’olimpionico Giuseppe Maddaloni, affiancato a Dario Romano e Luigi Guido, rimasero a gestire una nazionale che non aveva più una guida centrale nel consiglio di settore con il suo presidente.

Governare è un’arte difficile e non  si improvvisa, pertanto il governo tecnico non poteva essere lasciato nelle mani di tre stelle del Judo italiano, per loro valeva lo stesso ragionamento fatto dieci anni prima con Gamba, Mariani e Rosati: erano troppo giovani come maestri per una nazionale senior di Judo.

Un compromesso politico dette lo spunto alla Federazione di inserire un nuovo tecnico al vertice federale, il M° Raffaele Toniolo. Con questa nomina si era fatta solo politica. A Toniolo non erano stati detti quali erano i suoi compiti e quale era il suo campo d’azione e Toniolo agì, in perfetta buona fede, secondo i suoi pensieri, come un ricercatore e selezionatore di atleti azzurri. Egli non aveva capito il ruolo che rivestiva anche perché sicuramente nessuno glielo aveva spiegato.

Cosicché la Federazione che aveva combinato “l’inguacchio” pensò bene di sostituire l’incolpevole nominato. Il problema era, con chi!? Notate bene in tanti anni, circa 42, non c’è mai stata, per il Judo, una guida tecnica volonta’ del Judo italiano e in particolare di tutti i maestri d’Italia.

Ci sono stati supporti tecnici elevatissimi, senza dubbio, ma nessuna guida direttiva che vedesse non solo i risultati sportivi, ma anche tutte le altre visioni che questa meravigliosa disciplina conserva nel suo alveo.

L’ultima idea partorita per un Judo tecnico ed agonistico è stata quella di creare una commissione tecnica costituita da: politici, contabili, un ministro degli esteri ed un giapponese, ovvero il M° Murakami. Un complesso di persone davvero notevole. Ma che centrano con il Judo?

Esprimo questo punto di vista perché ho diretto, per dieci anni, tutte le nazionali italiane che si sono costituite nel tempo, in piena autonomia e ne ho conosciuto tutti i  problemi che le circondavano. Forse è presunzione la mia, ma le risultanze che si verificano attualmente mi danno ampia ragione. Secondo me, la nuova situazione creatasi,  è un palliativo e non il medicamento giusto. Il male rimarrà perché ancora non si è voluto utilizzare il rimedio che è alla portata di tutti: ovvero RIDARE CREDIBILITA’ AL SISTEMA JUDO.

Per la Federazione una medaglia a Rio de Janeiro risolverebbe tutti i suoi attuali problemi, ma per il Judo rappresenterebbe solo una medaglia stellare nel firmamento cadente del Judo italiano nel mese d’agosto.


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