Flop Italia al mondiale di Baku. Game over per Murakami & company

Flop Italia al mondiale di Baku. Game over per Murakami & company

Si sono appena conclusi i mondiali in Azerbaijan a Baku e il resoconto per l’Italia è disastroso. È giusto essere chiari e diretti, senza mezzi termini. L’ultima posizione nel medagliere per nazioni ne è una chiara testimonianza. Risulta davvero coraggioso sostenere una tesi diversa!

Pubblicato da Ennebi il 27 set 2018 in Barcellona, ESP

Ancora una volta la Direzione Tecnica conferma una mancanza di prospettiva, evidente nella scelta di mandare a Baku solo nove atleti rispetto ai diciotto posti disponibili. In piena qualificazione olimpica e con 200 punti assegnati per ogni incontro vinto, è evidente che la scelta fatta sia stata più politica che tecnica. Tanto per cambiare!

Il paragone con Astana 2015 e Rio 2016 è più che calzante: all’epoca nove atleti furono selezionati per i mondiali e altri nove azzurri furono lasciati a casa tra i quali Fabio BasileElios Manzi e Matteo Marconcini. Sappiamo tutti cosa accadde pochi mesi dopo con una qualificazione alle Olimpiadi in extremis da parte dei tre azzurri prima menzionati, che non hanno potuto beneficiare di un sorteggio favorevole una volta arrivati a Rio. Per fortuna, Fabio Basile non ne ebbe bisogno…Purtroppo è evidente che tra le alte sfere del judo nazionale non sia stato fatto ancora tesoro della lezione magistrale relativa a Rio 2016.

Mi preme fare una precisazione doverosa: è indubbio che Matteo Medves e Nichiolas Mungai abbiano dato dei segnali positivi a Baku, cosi come è indubbio che tutti gli atleti italiani volati in Azerbaijan sono i migliori azzurri nelle rispettive categorie di peso. Tutti meritevoli di prendere parte alla kermesse iridata. Tutti potenzialmente validi per conquistare una medaglia. Tuttavia, abbiamo due quesiti che restano senza risposta: la prestazione di Baku non ha confermato il potenziale. Perché? E perché abbiamo lasciato nove atleti a casa?

Su un altro fronte, la gare a squadre mista in programma quest’oggi è un’altra opportunità persa dall’Italia. Fortemente voluta dal Presidente dell’IJF Vizer e inserita nel programma delle Olimpiadi di Tokyo 2020, rappresenta una possibilità di promozione per il judo senza precedenti, oltre ad essere una ulteriore prova per mettere in gioco talenti emergenti.

Dal 2015 ad oggi i “vuoti” in ambito seniores invece di essere stati colmati, sono rimasti intatti. Eppure il Direttore Tecnico ha il dovere di investire in tutte le categorie di peso,  assicurandosi che vi siano “azioni correttive” che mirino a creare degli atleti competitivi in quelle categorie dove si è meno forti. Limitarsi a prendere il meglio di quello che i club italiani forniscono, in un pacchetto già confezionato, è un lavoro diverso da quello di Direttore Tecnico della Nazionale.

Prima dei mondiali di Baku, Kyoshi Murakami aveva giustificato le proprie scelte sostenendo che mandava in Azerbaijan solo chi avrebbe fatto medaglia. E dato che la “medaglia salva tutti” non è arrivata – logica poco condivisibile, ma largamente utilizzata quando fa comodo – è ora che si faccia una riflessione e si prendano le dovute decisioni. Poco importa se Matteo Marconcini, splendida medaglia di argento conquistata lo scorso anno a Budapest, era assente. A Baku vi erano altre nazioni con assenze eccellenti, che tuttavia non si sono piazzate all’ultimo posto del medagliere.

Il mondiale di Baku si rivela uno dei più partecipati di sempre e anche uno dei più agguerriti, nonostante c’erano assenze di rilievo. Del resto, c’è poco da meravigliarsi dato che si tratta della prima rassegna iridata in questo quadriennio ad essere valida per la qualificazione a Tokyo 2020. In Italia, la liberalizzazione – seppure non  completamente attuata – ha spostato il peso degli investimenti dovuti alle trasferte dalle casse della federazione alle tasche degli atleti, delle proprie famiglie e dei propri club, portando un beneficio non indifferente a tutto il movimento judositico italiano e allo stesso tempo contribuendo ad una riduzione delle spese da parte della FIJLKAM. Le scelte fatte in occasione dei mondiali di Baku, cosi come quelle di Budapest lo scorso anno e di Astana tre anni fa, comunicano un messaggio davvero preoccupante, ovvero che gli sforzi di coloro che fanno sacrifici per permettersi di partecipare alle competizioni del World Tour in giro per il mondo sono senza significato, che contano poco o nulla.

La liberalizzazione dei tornei del World Tour ed in particolare dei tornei di Grand Prix e – perché no? – dei tornei di Grande Slam assume in questo quadriennio una importanza fondamentale visto che da gennaio 2017 i punteggi dei tornei internazionali sono cambiati, lasciando alle Continental Open un valore irrisorio e del tutto marginale. Una Continental Open vale infatti 7 volte di meno di un Grand Prix e 10 volte di meno di un Grande Slam, mentre nel quadriennio scorso i punti che una Continental Open poteva far guadagnare erano 3 volte di meno di un Grand Prix e 5 volte di meno di un Grande Slam: si tratta di una differenza di più del doppio!

Nel mondo dei seniores l’Italia resta ancora una volta a guardare, decidendo di non aprire tutti i tornei del World Tour ad inizio stagione, decidendo di aprire a singhiozzo e senza una logica identificabile i tornei di Grand Prix, decidendo di chiudere i Tornei di Grande Slam e “dimenticandosi” di definire una politica di rimborsi (non contentini) per coloro che performano bene nelle competizioni “aperte”.

Che cosa è cambiato negli ultimi anni? Proprio niente! Possiamo invece affermare che il sistema si è rafforzato nella direzione opposta alla trasparenza e alla meritocrazia, pur cambiando sembianze. E allora è chiaro anche il prossimo passo: GAME OVER! Tutti a casa! 

 


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