E’ ora!

E’ ora!

Stando alle dichiarazioni rilasciate dalla presidenza federale a La Gazzetta dello Sport lo scorso 11 novembre, l’Europeo 2015 avrebbe rappresentato uno step fondamentale per verificare lo stato di salute del judo italiano e la bontà della “rivoluzione morbida” ratificata dal Consiglio di Settore Judo il 21 novembre 2014. Se Baku deve essere la cartina al [...]

Pubblicato da AC il 29 giu 2015 in Monza

Stando alle dichiarazioni rilasciate dalla presidenza federale a La Gazzetta dello Sport lo scorso 11 novembre, l’Europeo 2015 avrebbe rappresentato uno step fondamentale per verificare lo stato di salute del judo italiano e la bontà della “rivoluzione morbida” ratificata dal Consiglio di Settore Judo il 21 novembre 2014.

Se Baku deve essere la cartina al tornasole per verificare l’efficacia delle scelte “politico-sportive” degli ultimi mesi, la situazione del judo italiano oggi è oggettivamente preoccupante: tolta la gara a squadre di ieri – che per quanto sia un innegabile sprazzo di luce, rappresenta soltanto un corollario dell’europeo 2015 – Baku è stato il peggiore europeo di questo quadriennio.

Tradotto in numeri, l’Europeo di Baku si riduce a 28 incontri disputati, 11 vinti (6 di ippon, 5 per differenza di sanzioni) e 17 persi (7 di ippon, 4 per punteggio, 6 per differenza di sanzioni), con sei atleti usciti dai giochi al primo turno, sette al secondo, un quinto e un settimo posto; dieci gli incontri disputati nell’evento per team, 5 vinti e 5 persi, ed un terzo posto strappato alla Russia in extremis.

Inutile – anzi insensato – prendersela con gli atleti come suggerito da qualche Robespierre del web: sono sempre e comunque loro a metterci la faccia e sono gli unici a prendersi le critiche se le cose vanno male… eppure domani dovranno essere già in piedi, pronti a lavorare per il prossimo appuntamento.

Piuttosto, se le preoccupazioni espresse dai vertici federali lo scorso novembre sembrano confermate anche dall’europeo di Baku (“azzurri forti nei tornei, ma timorosi nei grandi eventi” – La Gazzetta dello Sport 11/11/2014) sorge spontaneo chiedersi cosa sia stato fatto concretamente da novembre ad oggi per cambiare: quali correttivi, revisioni, piccole rivoluzioni domestiche sono state messe in atto per invertire la rotta di un declino annunciato da ciascuno dei grandi appuntamenti del quadriennio? Quali programmi, pianificazioni, tappe e obiettivi stanno scandendo la strada verso Rio passando per i mondiali di Astana?

Ad oggi la “rivoluzione di velluto” sembra avere fallito: stando ai fatti, provare a salvare gli atleti ed i tecnici da una débâcle annunciata, silurando in modo discutibile Raffaele Toniolo e adottando a caro prezzo Kiyoshi Murakami affiancato alle più alte cariche federali riunite in una commissione tecnica, non è stata una strategia adeguata per non finire travolti.

E’ inaccettabile assistere alla lenta agonia di una generazione di atleti bruciati da scelte inadeguate, nella speranza che per Tokyo 2020 il ricambio generazionale porti con sé vita nuova. Doveva essere così anche dopo Londra quando il fumoso Progetto Rio, si sarebbe fatto carico di accompagnare i talenti del judo italiano a realizzare un sogno olimpico: i fatti dicono che così non è stato. E’ emblematico in questo senso lo scontro Nikiforov – Di Guida proprio a Baku, che ha sintetizzato in pochi minuti di gara il vero dramma del judo italiano: quando a Lommel nel 2011, uno splendido Mimmo Di Guida vinceva i campionati europei junior, Toma Nikiforov saliva sul terzo gradino del podio, polverizzato ai quarti di finale proprio dal giovane napoletano; a quattro anni di distanza il risultato è di segno opposto e ad essere qualificato per Rio già prima di questi europei è il belga e non l’azzurro: perché?

Quanti altri judoka dobbiamo vedere dare l’anima ogni giorno per realizzare un sogno olimpico, per trovare il riscatto di un’occasione sprecata, per dare un senso al sudore buttato sul tatami, inutilmente?

Era il 2 marzo di quest’anno quando, quotando una lettrice, lanciavamo un appello accorato, oggi più attuale che mai: “salvate i nostri soldati” militari e civili, perché il loro futuro non è altro che frutto di scelte e di non-scelte, di responsabilità e di irresponsabilità, di passione e di indifferenza.

Non basta dunque un bronzo a squadre per salvare l’europeo di Baku come fu dopo Londra 2012, quando la medaglia inattesa di Rosalba Forciniti mise una pezza alle falle del sistema-judo italiano, allora e oggi più d’allora obsoleto.

Per cambiare è ormai urgente condividere obiettivi e risorse, alimentare la competizione interna tra professionisti e squadre ma soprattutto assumersi una volta per tutte la responsabilità degli atleti in quanto persone che hanno diritto di essere preparate al meglio e da chi dà loro fiducia, di concorrere per gli obiettivi più alti, di realizzare il sogno che avevano nel cuore quando hanno scelto la strada di Rio. Il resto sono bolle di sapone.

E’ ora: di cambiare.

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  1. comino says:

    prologo ad Astana, epilogo a Rio
    cordiali saluti

  2. Mattia Galbiati says:

    Gli atleti mettono la faccia sempre e diamo per certo che si allenino al massimo in ogni occasione. Ma non è scritto da nessuna parte che debbano andare sempre gli stessi, che si debba sempre far girare le “riserve” col contagocce e trovare mille giustificazioni alle sconfitte o “coccolare” in ogni occasione i “titolari” (questo da parte dei responsabili tecnici). Credo che maggiore competizione interna equivalga a maggiore efficacia in campo internazionale. Mettere il pepe al c..o fa bene, vedesi Francia e Russia: tutti lottano in patria, tutti si giocano i punti olimpici, i Campionati li fanno o coi trial o vedendo i risultati.

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