Cronaca e Storia del Judo 2

Cronaca e Storia del Judo 2

Benvenuti al nostro secondo appuntamento con la rubrica “Cronaca, Commenti e Storia del Judo italiano” curata dal maestro Silvano Addamiani. La storia è importante per l’uomo proprio per il suo essere costituito dalla dimensione del ricordo, che lo differenzia dall’animale, che vive solo la dimensione del presente, l’attimo, l’istante, senza collegarlo al prima e al poi. [...]

Pubblicato da M. Silvano Addamiani il 18 set 2014 in Roma

Benvenuti al nostro secondo appuntamento con la rubrica “Cronaca, Commenti e Storia del Judo italiano” curata dal maestro Silvano Addamiani. La storia è importante per l’uomo proprio per il suo essere costituito dalla dimensione del ricordo, che lo differenzia dall’animale, che vive solo la dimensione del presente, l’attimo, l’istante, senza collegarlo al prima e al poi. L’uomo senza storia, senza memoria, tende all’animale: tutto, in lui, è frutto di decisioni immediate, senza riflessione, individualistiche e perciò momentanee, reversibili e quindi instabili ed insoddisfacenti. Buona Lettura!

 

Quando ho visto il judo, per la prima volta, in palestra, non mi piaceva.

Nel mio immaginario sportivo non vedevo il riflesso dell’atleta dentro quel costume di tela olona bianco costituito da: una giacca svasata e un pantalone di uguale tessuto a mezza gamba, indossato dai judokas. Non era una bella immagine sportiva da vedere. Poi seppi che il costume e le sue fattezze apparenti, nell’indossarlo, si erano determinate da una errata valutazione delle taglie di riferimento.

Fu un errore clamoroso (non si era tenuto conto delle diverse misure antropometriche esistenti tra la razza asiatica e la razza indoeuropea); tale errore di vestiario indusse molti judokas (vedi foto dell’epoca) ad essere visivamente ridicoli. Questa situazione estetica si protrasse, prima d’essere risolta, per una decina di anni, fin quando giunsero dei giapponesi in Italia che ci fecero vedere come si indossavano i judogi.

Una piroga non è una canoa, però si rassomigliano nell’esplicare la stessa funzione. Questo era il pensiero dell’epoca, quindi andava ugualmente bene fare judo così vestiti.

Quando feci la mia prima proiezione, tutto cambiò; vidi il “futuro” in quel costume, e l’indossai sempre con orgoglio, in tutta la mia vita sportiva.

A quei tempi non eravamo in molti a praticare judo in Italia, ma quei pochi, erano dei propagandatori formidabili, in tutti i luoghi e in tutti i posti.

I nostri maestri erano il nostro punto di riferimento. Un rimborso spese minimo, era il frutto della nostra propaganda, il successo era quando si apriva una palestra. La spinta nel seminare non ci distoglieva dal ritornare al nostro dojo primario accanto ai nostri maestri, per abbeverarci sempre della conoscenza del judo.

Non erano tanti, ma alcuni, li voglio ricordare, perché ho avuto modo e onore di conoscerli: Betti Berutto, Zucchi, Cuzzocrea, Santarelli, Scioscia, Bonfiglio, Sciotto, Malatesta, Infranzi, Picone, Ranella, Calducci, Galloni, Porceddu, e pochi altri, che sfuggono alla mia penna.

Occorre subito mettere in evidenza un altro errore di fondo che si era esteso, incautamente e inconsapevolmente nel judo. I suoi padri fondatori, tutti più o meno militari della Reggia Marina Italiana, avevano appreso l’arte del judo, più come difesa personale che come vero e proprio judo agonistico, pertanto di questa disciplina avevano solo una visione nettamente maschilista e rivolta ai giovani adulti.

La pubblicità del judo era rivolta ai ragazzi che volevano difendersi. Eloquente, era la dicitura che accompagnava la foto pubblicitaria della geisha che con un dito abbatteva un omone aggressivo con la scritta sottostante “l’inerme vince”.

Ciò fatto e pubblicizzato, limitò moltissimo la diffusione del judo, sia verso i giovanissimi e sia verso il sesso femminile. L’attrazione della disciplina si propagandava anche con le gare annuali che si facevano con regole approssimate, tra i pochi atleti partecipanti; il più bravo di tutti, nella storia del judo, fu un atletico peso massimo, fortissimo con i muscoli, tenero con il cuore; si chiamava Pierino Zarella che finì i suoi giorni sportivi nel centro della polizia di Nettuno, come aiutante del maestro Oletti direttore del complesso sportivo.

Iniziò così l’era della diffusione; si era nel pieno degli anni 50.

I problemi erano tanti, ma ogni posto era buono per fare judo: nelle piazze per le feste rionali, nelle parrocchie presso gli oratori, nei ristoranti giapponesi in occasione della loro inaugurazione, in ogni posto cioè, che ci desse la possibilità di presentare il judo.

Era molto difficile poi, aprire dei centri, ove si praticasse la disciplina,perché oltretutto non c’erano gli insegnanti. Dobbiamo, doverosamente aggiungere, che insegnante si diveniva, acquisendo la cintura nera, con essa, avevi il dono della conoscenza del judo, del suo insegnamento e del suo arbitraggio. I valori delle cinture nere erano veri, molto rispettati e stimati, coloro che ottenevano la cintura nera secondo me (Cicero pro domo sua), se la meritavano. I principi di Jigoro Kano erano, con questo grado, ben conosciuti e conservati.

I fatti sono sempre articolati e vari, solo poi, dopo averli analizzati se ne possono dedurre le cause e le loro concause che li hanno generati.

Alle cose sopradette che avvenivano per la diffusione del judo, c’è da aggiungere che tale diffusione era privata; erano i singoli che si attivavano per creare una traccia judoistica, di questo ne parleremo, quando tratteremo dell’organizzazione sportiva del judo.

Durante questo percorso di diffusione, si accese una luce, (dobbiamo, a questo punto, fare una piccola premessa) il judo italiano era nato con le stellette militari; dei marinai italiani lo avevano appreso in Oriente e poi, in Italia, lo avevano diffuso nell’esercito. La guerra fermò l’iniziativa, che riprese dopo l’armistizio, privatamente, in virtù della passione che era rimasta in alcuni di essi.

Ci fu un’occasione estremamente positiva per la propaganda del judo; il Centro Sportivo della Polizia di Stato a Nettuno aveva aperto dei corsi di judo per i suoi allievi. I corsi erano diretti dal fondatore del judo,in Italia, il maestro Carlo Oletti.

L’agonismo si rivitalizzò. Il maestro Genolini, divenuto direttore del Centro Sportivo della Polizia, ebbe una idea risolutiva al problema della diffusione del judo, indisse un esame a cintura nera a tutti i suoi allievi, in quella prima tornata, furono più di cento i poliziotti ad essere promossi. Queste neo- cinture nere, acquisendo anche il titolo istitutivo militare, si diffusero su tutto il territorio italiano, portando con se, oltre le leggi del diritto, anche i principi approssimati di Jigoro Kano.

Il seme era stato gettato, occorreva attendere per vederne crescere i frutti. Abbiamo accennato con le note sovrastanti, della diffusione del judo nazionale, ora descriviamo, facendo un passo indietro, di come era organizzato il judo al tempo della sua diffusione.

Racchiudiamo, per brevità di sintesi, gli anni 50.

Il judo era organizzato dal G.A.L.G. (Gruppo Autonomo Lotta Giapponese), presidente era il maestro Carlo Oletti, segretario il maestro Arnaldo Santarelli, ciò si era costituito sin dal 1949 a Roma. L’anno seguente, 1950, l’organizzazione cambiò nuovamente la sua denominazione, trasformandosi in G.A.J. (Gruppo Autonomo Judo), alla presidenza era assunto il Dottor Aldo Torti, e alla segreteria il Dottor Alfonso Castelli.

Questo nuovo gruppo, venne annesso poi, nel 52’ alla F.I.A.P. (Federazione Italiana Atletica Pesante). Tale affrancatura, non dava nessun diritto dirigenziale al governo di questo sport, solo gli atleti ricevevano il riconoscimento federale tesserandosi, ciò era necessario, per svolgere, in un’unica occasione, una volta l’anno, il campionato italiano.

Un’unica volta, un unico giorno, tutti insieme, suddivisi a gruppi di cintura (bianca-gialla/arancione-verde/blu-marrone), poi, stop, fino all’anno successivo, le cinture nere, senza distinzione di peso, avevano il loro palcoscenico in prevalenza, nella sala Gigli della palestra dell’Audace sita a Roma vicino al Colosseo.

Pur nel vuoto dei dirigenti judoistici, in Federazione , il Dottor Torti e il Dottor Castelli, si trovarono ad essere i padri fondatori dell’organizzazione europea e mondiale di judo.

Incredibile come enorme, fosse la forbice, tra una base di innamorati praticanti e un vertice avulso dall’espressione della base.

Durante le vicende italiane judoistiche, in Europa, era il 1948, nasceva la Federazione Europea di Judo, presieduta dall’inglese, primo V dan europeo, Legget.

Nell’anno seguente la F.I.A.P. che, aveva nel suo ambito il G.A.J. mandò il Dottor Castelli e il Dottor Torti al secondo congresso dell’Unione Europea e i nostri due rappresentanti italiani furono eletti rispettivamente: Torti a presidente europeo, e il Dottor Castelli a segretario generale.

addamianiIl grande successo italiano in campo internazionale, non servì a nulla per il movimento nazionale, non ci fu nessun ritorno apparente. Tale evento obbligò la F.I.A.P ad allestire una squadra di judo , ed inviarla a Parigi in treno, con un viaggio di 24 ore, tanto era il tempo che necessitava a quell’epoca. Il giorno seguente all’arrivo, gli azzurri, debuttarono al primo campionato europeo di judo. Due medaglie di bronzo arrisero agli italiani con: Volpi Elio e Gaddi Pio.

Diciamolo chiaramente, alla F.I.A.P. il judo non era simpatico, ad essa faceva comodo e aggiungeva lustro sia per la quantità di iscritti che di società aderenti.

Il successo dei dirigenti federali, crebbe maggiormente nell’anno 1950, quando la famosa coppia Torti-Castelli, assunse anche la paternità della nascita della Federazione Internazionale Di Judo e il Dottor Torti ne divenne il presidente.

Questa nomina, come al solito, non riprodusse nessun riflesso sull’attività del judo nostrano. Nessun dirigente federale, nessun direttore tecnico, nessuna variante organizzativa nonostante che il tesseramento e l’associazionismo crescessero.

Nel 1953, a Rimini, al congresso della F.I.A.P. venne sciolto il G.A.J. e si proclamò il judo come settore della federazione facendo delle opportune specifiche a riguardo: parità di doveri, ma nessun diritto di voto.

Questo è stato l’inizio.

Il judo ebbe un suo rappresentante nella F.I.A.P. nella persona del Dottor Genolini, che ne divenne il direttore tecnico nazionale.

La divaricazione della forbice, tra la base del judo e la dirigenza federale, si era ampliata di 180°.

Questo fa anche capire perché le società di judo non siano state molto partecipative alla politica federale.

“Continua…”

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