Cronaca e Storia del Judo 5

Cronaca e Storia del Judo 5

Il judo si trovò compresso tra due realtà, allora presenti, eravamo nel decennio degli anni 60-70, una realtà tecnica e una politica; la prima mostrava tutte le sue carenze di conoscenza per promuovere uno sviluppo uniforme e necessario di tutta la disciplina; gli insegnanti, ad esempio, partivano tutti da basi diverse: c’erano le cinture nere [...]

Pubblicato da il 16 ott 2014 in

Il judo si trovò compresso tra due realtà, allora presenti, eravamo nel decennio degli anni 60-70, una realtà tecnica e una politica; la prima mostrava tutte le sue carenze di conoscenza per promuovere uno sviluppo uniforme e necessario di tutta la disciplina; gli insegnanti, ad esempio, partivano tutti da basi diverse: c’erano le cinture nere degli anni 50, che avevano acquisito il titolo di insegnante “toucourt”, poi, c’erano i militari divenuti cinture nere, insegnanti, con un corso di soli sei mesi di addestramento, a seguire, c’erano gli insegnanti qualificati con la nuova timida riforma degli anni 60, ed infine c’erano gli insegnanti usciti dall’accademia italiana di judo, circa 500 qualificati tra uomini e donne.

Precedentemente abbiamo scritto che la federazione fece dei tentativi per uniformare l’insegnamento del judo ( i grandi raduni tecnici nazionali), ma la volontà di continuare non trovò molti dirigenti del settore ad essere partecipativi, trascinando questa situazione sino ai giorni nostri.

Pilato, trovandosi in una situazione scabrosa, se ne lavò le mani; la federazione fece altrettanto, delegando ai comitati regionali, l’evoluzione del judo, con i loro raduni.

“Dividi ed impera”, era un sistema romano per governare i popoli, ma non può essere, questa forma di governo forte, applicata dalla nostra federazione; così facendo si cancella l’unità del judo, i suoi livelli e la sua conoscenza, così facendo non si vuole un judo unitario italiano.

Ora, il “fai da te” è ampiamente accettato, le opportunità di conoscenza con la tecnologia della comunicazione sopravvenute sono aumentate enormemente, chi vuole, può migliorarsi da solo, concetto valido per conoscere, ma per praticare?

Ci siamo presi la briga di sapere quanti bravi maestri giapponesi sono stati in Italia e dove hanno praticato, in questi ultimi sessant’anni di judo. Qualcuno ci sfuggirà, ce ne scusiamo anticipatamente.

Ne tracciamo anche una piccola mappa:

Roma: M° Otani, M° Kikukawa, M° Kanno, M° Matsushita, M° Kataoka.

Milano: M° Koike, M° Kuriara W, M° Kuriara M.

Firenze: M° Ishi.

Tarcento: M° Kuroki.

Torino: M° Sughyama.

Napoli: M° Kano.

Dobbiamo fare una premessa utile e necessaria per capire meglio il tutto: tutti i maestri sopracitati, sono venuti in Italia perché invitati da società private o per interessi personali di lavoro.

La federazione s’è data lustro, invitando qualcuno di essi, periodicamente per allenare la nazionale.

Con quali risultati agonistici? Modesti ci sono sembrati.

Per fare judo ci vuole tempo, per capirlo forse ce ne vuole di più.

I maestri giapponesi, bravissimi nei loro club, non riuscivano con la nazionale, in quei pochi giorni che gli erano concessi, ad insegnare le metodologie del judo.

A noi, per farlo capire ai dirigenti federali ci sono voluti venti anni.

La seconda realtà era quella politica che, non era all’altezza di governare, riducendosi al non fare se non a promuovere idee esterofile.

Gli atleti che praticano lo sport e vogliono fare agonistica si debbono attenere rigorosamente ai codici dello sportivo, seguirne le norme, e in caso contrario, subirne le conseguenze ed esserne perfino radiati.

Perché ai dirigenti sportivi non è riservato lo stesso trattamento?.

L’incapacità per esempio, poche volte viene punita, anzi quasi mai, l’incapacità tal volta, per assurdo ha fatto comodo.

Sempre per dovere di cronaca, debbo scrivere dell’avv. Ceracchini, che indisse, all’epoca, un corso regionale; eravamo nel pieno degli anni 60, per divenire dirigenti.

Il corso durò sei mesi, in ogni fine settimana, si svolse in un’aula del dopo lavoro ferroviario a Roma, e una ventina di volontari acquisì il diploma che li qualificava.

Una bella iniziativa finita miseramente in cenere, che sarebbe stata estremamente utile al judo nazionale e a tutti gli altri settori federali se, si fosse propagandata l’idea.

Gli statuti si modificano con i tempi, assecondando le problematiche dei rapporti e dell’evoluzione della società, tenendo sempre ben ancorati i capi saldi di democrazia e del diritto tra gli associati.

Il liberismo di concorrere alle cariche elettive, ad esempio, aveva permesso, con il vecchio statuto dell’epoca, di partecipare a tutti gli associati, purché dirigenti di una società sportiva iscritta in federazione.

Questa visione risultò essere troppo ampia al potere costituito (il campo del contendere si era ampliato maggiormente, con l’avvento del judo come settore e con esso, il judo aveva acquisito pari diritti di voto).

Così si cominciò a mettere dei paletti, apparentemente democratici. Facciamo un esempio: occorreva cioè per concorrere, avere dei requisiti particolari, questi non erano la conoscenza dei problemi, il grado di cultura, la capacità di dirigere, ma occorreva solo un numero di deleghe, il resto era superfluo.

A tale norma se ne aggiunsero anche altre, come il concetto di geopoliticità, che stava a significare: se avevi già le deleghe non pensare di essere in regola con la candidatura, perché dovevi anche essere un unico candidato appartenente geograficamente o al nord o al centro o al sud. Perché?

Si era deciso, con una apparente e insignificante variazione di statuto che i rappresentanti in consiglio, fossero geopoliticamente diversi: meglio tre asini di tre aree geopolitiche differenti, piuttosto che tre puro sangue nati in una unica area geografica.

Fa un certo effetto pensare che a nessuno dei titolati dirigenti interessasse il disvalore che si creava con questi “abusi statutari”, facilitati, per i designati, dal potere.

Con ciò era anche cominciato uno smottamento dei valori tecnici di tutta la sottostante classe dei maestri, ma di questo ne riparleremo.

Questi avvenimenti non ci faranno mai dimenticare però, di un meraviglioso trio di vicepresidenti che si era formato nel periodo Zanelliano (c’era il bisogno di fare, ed il piacere di farlo, acuiva l’impegno) e questo fece crescere tutto l’apparato federale.

Con i fatti che si sono succeduti dopo la loro gestione sarebbe stato una fortuna per la nostra federazione, averne dei successori: erano tre uomini forti, capaci, profondi conoscitori delle loro discipline: Pellicone lotta, Ceracchini judo, Di Natale per i pesi, hanno rappresentato praticamente come doveva essere e come si doveva comportare un dirigente sportivo; nessuno più ha ricalcato le loro orme.

La convivenza tra loro era difficile, ma è stata possibile, perchè il loro livello dirigenziale era molto alto. Prima la loro disciplina, poi la loro persona.

Il mondo internazionale a tutti a tre dette alti incarichi di rappresentanza, a riprova dei loro valori.

Ma ritorniamo indietro di qualche anno, arriviamo, per il judo, nell’era Ceracchini, erano gli anni 60/70.

Fino ad all’ora la federazione non si era eccessivamente preoccupata dello studio del suo statuto e delle modifiche che questo doveva avere in seguito alle variazione succedutesi negli anni.

Attualmente i regolamenti federali sono: lo statuto, il regolamento organico, il regolamento di giustizia sportiva, i regolamenti tecnici delle varie discipline e per ultimo, si è aggiunto anche il regolamento anti-doping.

I grandi movimenti federali, avvengono solo quando si variano le norme di questi testi. Per modificare le norme statutarie ci deve essere il consiglio federale che le propone e l’assemblea nazionale che le conferma o meno, il CONI poi le ratifica.

L’avvocato Ceracchini mise le mani e la testa nello statuto federale, era la prima volta per il judo, tra le norme propose di cambiare il diritto d’accesso alle cariche federali del judo, tale norma fu approvata dall’assemblea e dal CONI.

Tale variazione era restrittiva per il settore, ma possibilista per tutti i suoi candidati, infatti, chi si candidava per il judo, doveva essere almeno una cintura nera. Queste prime esplorazioni modificative dello statuto dettero adito a molte altre esplorazioni che modificarono sostanzialmente alcuni diritti della classe politica.

I dirigenti tecnici del popolo judoistico in particolare non dettero importanza alle modifiche statutarie, cosicché molti, si privarono del diritto di proporre e di fare cose federali.

Solo quei “pochi” attenti, ottennero la possibilità di governare quei “molti” emeriti sprovveduti.

Dopo, che certi fatti negativi accadono, si invoca sempre la democrazia, ma se non la sappiamo usare? “mal ce ne incolga” diceva il grande attore Amedeo Nazzari in un suo film, rivolgendosi ai suoi improvvidi rivoltosi. Erano per lui gli anni 50.

Continua…

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