Cronaca e Storia del Judo 4

Cronaca e Storia del Judo 4

Il gruppo romano di judo, con la sua contestazione forte e radicale, sul piano tecnico, trovò delle aperture nelle commissioni proposte dal potere federale e venne inserito nell’organico tecnico della F.I.L.P.J., apportando nuove visioni nella gestione del judo. Cosicché i giovani contestatori ottennero anche leve d’azione federale. Una delle leve, erano le commissioni d’esame costituite [...]

Pubblicato da M. S. Addamiani il 2 ott 2014 in Roma

Il gruppo romano di judo, con la sua contestazione forte e radicale, sul piano tecnico, trovò delle aperture nelle commissioni proposte dal potere federale e venne inserito nell’organico tecnico della F.I.L.P.J., apportando nuove visioni nella gestione del judo. Cosicché i giovani contestatori ottennero anche leve d’azione federale.

Una delle leve, erano le commissioni d’esame costituite per il novanta per cento dai contestatori centristi; questi andavano in commissione al nord, al centro e al sud, e il solo judo era il metro di giudizio.

In concomitanza, le società, in alta Italia, cominciarono a richiedere degli insegnanti, ( tutto questo era privato e personale) a Milano venne chiamato ad esempio il maestro Gaddi, nel Veneto il maestro Carmeni, nelle Marche il maestro Limongelli e Volpi, Addamiani andava a Novi Ligure. Napoli fu la testa di ponte per la diffusione del judo in Puglia e Calabria, il maestro Tempesta ed il maestro Infranzi ne furono gli alfieri.

Concorse anche un altro fenomeno, molti amatori di judo, volendo seminare nelle proprie zone questa passione orientale, venivano direttamente a Roma a fare seminari di conoscenza settimanali, riportando il raccolto poi, nel proprio “dojo”.

Anche questo passo di cronaca dovevamo accennarlo, per capire meglio gli avvenimenti che si sarebbero succeduti.

Il dottor  Zanelli, era un ottimo politico, ma non riusciva a destreggiarsi nelle vicende sportive federali. L’altra parte del judo, dimostrò con i fatti, le sue ragioni. Gli estremi si riavvicinarono, cosicché nel secondo quadriennio Zanelliano, cominciarono a svilupparsi alcune riforme che necessitavano nel judo, i principi su cui si fondava il movimento era semplice: il governo del judo ai judokas, autonomia di organizzazione amministrativa, organizzazione tecnica, meritocrazia e rispetto dei diritti.

Il judo si era guadagnato un posto ufficiale e anche pari diritti.

E a questo punto, dopo aver tracciato un sunto, sull’iniziale diffusione del judo e della sua evoluzione  politica, desideriamo fare alcune considerazioni che forse serviranno a far analizzare il perché dell’attuale situazione federale.

In primo luogo la rapida diffusione del judo non era stata opera di cultori della disciplina ma di lavoratori militari che avevano acquisito la cintura nera, in sei mesi, e con essa il grado di insegnante. Da ciò ne derivò uno squilibrio tecnico di insegnamento del judo in Italia che costrinse la federazione a indire corsi nazionali di insegnamento.

Si cercava di dare una unità al judo nazionale, la definirono un’opera immensa, mai definita.

Macroscopici gli eventi, per farlo, microscopici i risultati.

Cosicché la federazione, creò l’accademia nazionale di judo riservata alla sole cinture nere. L’intento era evidente, creare una nuova base di insegnanti tecnici, più elevata tecnicamente delle precedenti. Molti insegnanti, di contro, avendo acquisito un titolo qualificativo, stranamente, seppur obbligatoriamente, con i corsi annuali che si ripetevano con continuità da cinque anni, non cercarono di migliorare le loro conoscenze tecniche non avvalendosi delle opportunità che gli si erano presentate con i corsi.

Forse, troppa goliardia, aleggiava in quei grandi raduni e l’attenzione era superficiale.

Ben cinquecento insegnanti furono diplomati dall’accademia.

Il sogno si stava realizzando, anche l’Italia  avrebbe avuto il suo metodo unico di insegnamento, del judo, tutti gli altri poi, si sarebbero dovuti allineare .

Degli eventi extrafederali, arenarono questa bella iniziativa (chi lo desidera vada a ricercarlo tra gli interventi della camera dei deputati, rileggendo il decreto legge n°2455 di quell’anno) che non concedeva alla Accademia Nazionale di Judo il riconoscimento dei suoi licenziati.

Il judo politico federale aveva trovato una sua collocazione, il piano di riforme andava avanti e a pieno ritmo.

L’avvocato Ceracchini era assurto a vicepresidente del settore di judo, aveva riunito le parti avverse. Anche le donne acquisirono attestati significativi, la Boniforti divenne la prima rappresentante del gentil sesso tra i consiglieri federali, e la maestra Maria Bellone fu l’allenatrice della nazionale della squadra femminile.

Era l’età del ferro delle donne, poi venne quello meraviglioso dell’oro agonistico, doveva essere una apoteosi e invece, in federazione, in seguito, non si parlò più di donne al governo, perché?

Nel percorso politico europeo il dottor Maurizio Genolini, negli anni 60, divenne membro dell’unione europea di judo.

Il 1977, fu un anno funesto per la nostra disciplina, scomparve Ceracchini. Lo sport, è movimento, e questo, in quanto tale, non si poteva fermare, neanche con la scomparsa di un suo condottiero.

Cessò l’accademia si fece un raduno di insegnanti tecnici a Sperlonga ma rappresentava il canto del cigno, del pensiero del judo unificato, del suo insegnamento e dei valori di chi lo promuoveva, tutto sparì in un attimo. Chi governava, pensò di cancellare soltanto, non aveva pensato a come ricostruire una alternativa. Il judo non aveva più punti di riferimento.

La lotta non condivideva l’operato di Zanelli sin dai tempi dell’assemblea di Benevento. Nei settore dei pesi c’era molto fermento, il lombardo cav. Bergamaschi, tecnico nazionale di questo settore, non condivideva le idee fumose presidenziali.

Il judo si era indebolito e Zanelli, privato di un forte caposaldo come Ceracchini che poteva essere un suo possibile mediatore tra le parti, per ridargli una possibilità di ricandidatura, trovò una nuova piattaforma cercando altre forze judoistiche. Il judo si divise una seconda volta, squilibrandosi e squilibrando malamente il presidente uscente Zanelli. Come andò a finire questa assemblea è nota a tutti. Il judo con i suoi dirigenti improvvisati aveva perso drasticamente. Governare è un arte. Gli improvvisatori non sono degli artisti ma noi li abbiamo celebrati come tali. Perché?

Dobbiamo aggiungere una nota che non è affatto marginale.

Il Karate che ufficialmente si era costituito come F.I.K. (Federazione Italiana Karate, nel 1966 al teatro Italia a Roma) era presieduto dall’avvocato Ceracchini che, aveva trovato un accordo con il C.O.N.I. per far si che la neonata federazione stesse sotto l’egida della F.I.A.P.

Quando mancò Ceracchini l’incarico della dirigenza, passò nelle mani, misteriosamente, di Zanelli e non ai dirigenti eletti regolarmente dalla F.I.K. come: Porzio, Addamiani, Piazzesi, Gufoni.

Il dottor Zanelli non si lasciò sfuggire anche quest’altro incarico, delegando poi, alcuni suo prefetti, e segretari a gestire questo oneroso complesso di discipline orientali, rappresentate apparentemente solo dal karate ma che si estendevano anche a discipline come il jujutsu, il kendo, l’aikido, il kyudo, il kung fu.

Tutto si sbriciolò, con la caduta elettiva nella F.I.L.P.J. del dottor Zanelli.

Nacquero altre federazioni di kendo, di karate, di aikido. L’unità marziale che desiderava il C.O.N.I. si era dissolta per la leggerezza  di un uomo. Gli arrivisti, ottennero una grande vittoria.

Anche il karate non fu immune da questo sbricciolio  di sigle. Non occorre dire quali e quante si erano formate, alcune sono ancora esistenti e prospere con le loro verità dogmatiche della disciplina della mano nuda.

Chi ci ha rimesso da questa debolezza umana del potere?

La cronaca lascia vedere i fatti come si sono realizzati e chi li ha procurati. Se si ricreeranno gli stessi avvenimenti, sicuramente riceveremo e ne subiremo le stesse conseguenze, forse più gravi. Ecco perché bisogna conoscere la cronaca della storia per eliminare chi la contamina.

Continua…

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