Cronaca, Commenti e Storia del Judo Italiano 8

Cronaca, Commenti e Storia del Judo Italiano 8

In tutto il periodo della presidenza Pellicone (33 anni) soltanto quattro o cinque temerari hanno salito le scale della candidatura a consigliere nazionale, nei tre settori (i cambi furono dovuti più a contrasti interni che a correnti elettorali) ci sembra ricordare, che in tutte queste nove assemblee nazionali i ricambi nel settore lotta furono di [...]

Pubblicato da M. Addamiani il 13 nov 2014 in Roma

In tutto il periodo della presidenza Pellicone (33 anni) soltanto quattro o cinque temerari hanno salito le scale della candidatura a consigliere nazionale, nei tre settori (i cambi furono dovuti più a contrasti interni che a correnti elettorali) ci sembra ricordare, che in tutte queste nove assemblee nazionali i ricambi nel settore lotta furono di tre consiglieri, così nel judo, il karate troppo giovane come settore, ha avuto qualche ricambio in più.

C’è anche da dire che per la presidenza mai nessuno aveva posto la sua candidatura. Lo statuto, nel contempo, si modificava (era intervenuta la legge Melandri, allora ministro dello sport, che poneva al CONI certe condizioni governative).

I varchi per accedere alle cariche elettive, si restringevano, vennero definite le deleghe e le relative aree geografiche, creando, contemporaneamente, un grosso mercato di voti di scambio.

Si ebbe anche l’opportunità di effettuare un’altro cambio di denominazione da FILPJK a FILJKAM (federazione italiana lotta judo karate e arti marziali).

I pesi si erano staccati, ed erano divenuti una nuova federazione, così come precedentemente era uscita, sempre dalle costole federali la federazione italiana di taekwondo e sempre dalla federazione si era allontanata un’altra specialità marziale, il kung-fu, costituendosi Federazione CONI aderente.

Entrarono di contro, come attività sportive complementari il jujitsu e l’aikido, nacque all’interno l’MGA, e si aggiunse poi un’altra disciplina, il sumo.

Questa federazione più che una fervida federazione di movimento ci sembrava essere una stazione sportiva, molto frequentata.

Tutti partono e arrivano, ma dove vanno?

I fatti dimostrano che nella federazione si può entrare e anche uscire con le discipline che lo compongono, sempre nella legalità più assoluta, quindi queste possibilità, non si possono negare se, in un futuro, se ne ripresentassero le occasioni debite.

Il judo trovò una sorpresa  nel regolamento organico: gli alti gradi di judo e karate erano licenziati solo dal presidente federale, ciò voleva chiaramente significare che la piramide direttiva che si era generata sia nel settore judo che nel karate, non era stata capace di organizzare un organismo tecnico che sovraintendesse a questa necessaria istituzione (cardine naturale delle discipline orientali), ancora una volta la politica aveva evidenziato la sudditanza dei suoi elettori.

Si deve anche dire che le decisioni presidenziali, a tal riguardo, erano state molto equilibrate nel tempo, anche se oscure, nel suo svolgersi. L’informazione in questo ambito, era carente. Ci furono, contro tale procedere, degli sparuti reclami. A fronte di ciò la federazione decise di indire un esame tecnico per i candidati che avevano titolo per accedere al grado di sesto Dan, sia per il judo e sia per il karate.

Fu un disastro.

Non si poteva dare subitaneamente un potere a chi non l’aveva mai posseduto. Cosicché su trenta candidati presentati, ventinove furono promossi, ed uno respinto.

Il respinto ricorse, e dopo quattro mesi fu promosso,questo nel judo; nel karate, i cinquanta candidati presentati furono tutti promossi. Ciò indusse il presidente a ripristinare le vecchie norme; i frutti non erano ancora maturi dopo trenta anni di governo, di chi la colpa?

Ciò rappresentava chiaramente una distorsione tecnica del regolamento organico, annullata dallo stesso presidente che inizialmente l’aveva condivisa; dopo trentatre anni, pensava il presidente, certi diritti tecnici possono essere esercitati dal settore, ma nella prova dei fatti i dirigenti mostrarono la loro incapacità di governo, nessuno si denunciò, nessuno si dimise.

Vogliamo ripetere questo ritornello che ha afflitto da sempre il judo.

Per dirigere il judo occorre che ci siano dei tecnici di judo, ma non tutti i tecnici di judo hanno la predisposizione ad essere dei dirigenti, sta ai tanti presidenti di società trovare i giusti uomini, ricordando sempre che i loro eventuali errori ricadranno a pioggia unicamente su tutti i presidenti di società della federazione. Questo, in uno stato democratico.

C’è da ricordare un’altra norma di sistema mai applicata: i tecnici divenuti dirigenti perdono il loro status primario di insegnanti di judo e debbono avvalersi di un team apposito tecnico-consultivo che ratifichi, vari e annulli o confermi tutte le delibere del settore insite nello specifico tecnico.

Disattendendo a queste semplici regole è evidente che il contrasto si crei anche all’interno della dirigenza federale. Evidenziando un’altra crepa nel settore, questa volta si verificava tra governo federale e governatore del judo.

Cosa vogliamo chiedere poi agli eletti quando osserviamo che chi riceve non sa apprezzare il bene che ottiene (vedi gli esami ad alti gradi), che rappresentavano nel contempo un piccolo passo verso una indipendenza tecnica del settore, liberandosi della politica?

Il problema non era solo quello di non aver capito il momento storico, il problema, che si era manifestato in quel momento, era la profonda disistima che i tecnici avevano dei loro stessi colleghi, ciò era evidenziato dal fatto che le due commissioni hanno promosso ad una prova d’esame, molto selettiva, il cento per cento dei candidati.

Ciò vuol dire chiaramente, che gli esaminatori non avevano i requisiti necessari per essere definiti tali e i promotori erano stati gli stessi dirigenti federali.

C’è anche da pensare, che se il mal costume, si era manifestato a così alti livelli, cosa succedeva nelle commissioni che esaminavano i gradi inferiori? E cosa succedeva nelle commissioni regionali?

I judokas dirigenziali, hanno messo da parte la meritocrazia e hanno abbracciato la politica dell’arrivismo. Tutti? Non lo crediamo.

Cosa si deve fare dunque per conservare l’identità del judo?

La propaganda si fa, non con gli imbonitori ma con i tecnici e questi debbono rappresentare sempre il valore in più di una federazione, che ne deve mantenere sempre alto il livello.

La scuola italiana di judo non c’è, non c’è un suo metodo conduttore, i motivi li avevamo precedentemente esposti, ma ci sembra anche esserci un’altro motivo, quello della volontà federale, abbastanza manifesta, ciò dimostrato quando ha delegato, i comitati regionali, a indire prove d’esame per accedere alla cintura nera fino a terzo Dan, a concedere titolo di aspirante allenatore e da arbitri.

Chi propina queste idee? Con quale logica?

Alla trasparenza la nostra federazione è refrattaria, ci sembra. A che servono gli alti gradi se non li si usano almeno nelle regioni?

 

continua…


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