Cronaca, commenti e storia del Judo 7

Cronaca, commenti e storia del Judo 7

Ci scusiamo per la non uscita lo scorso giovedi’ della rubrica “Cronaca, commenti e storia del judo italiano” del Maestro Silvano Addamiani, VIII Dan. Abbiamo avuto dei problemi tecnici. La rubrica riprendera’ regolamente a partire da questa sera. Buona lettura!   E venne l’assemblea nazionale della FILPJ che si tenne Jolly Hotel a Roma, era [...]

Pubblicato da S. Addamiani il 6 nov 2014 in Roma

Ci scusiamo per la non uscita lo scorso giovedi’ della rubrica “Cronaca, commenti e storia del judo italiano” del Maestro Silvano Addamiani, VIII Dan. Abbiamo avuto dei problemi tecnici. La rubrica riprendera’ regolamente a partire da questa sera. Buona lettura!

 

E venne l’assemblea nazionale della FILPJ che si tenne Jolly Hotel a Roma, era il 1980.

Fu il giorno del giudizio sportivo per il dottor Zanelli. Come avevamo precedentemente scritto il dottor Zanelli non conosceva bene le discipline che lui dirigeva, e con essa gli uomini che ne governavano i settori. Lui era un ottimo politico generalista, nella scala dei suoi impegni c’era la seguente classifica: il suo lavoro di cardiologo, poi l’incarico di sindaco di Savona (incarico ricevuto durante il suo mandato federale), poi quello di rappresentante della giunta CONI e buon ultima la presidenza della FILPJ. Prima o poi i nodi vengono al pettine, come si dice, cosicché in quella giornata elettorale, per lui, fu una giornata infausta.

Il fronte del judo, costituito precedentemente con la gestione Zanelli, si sfaldò al primo impatto, dimostrando chiaramente l’impreparazione e i pochi valori etici e morali dei suoi rappresentanti. Cambiare bandiera, in corso d’opera ( durante l’assemblea) non voleva dire cambiare improvvisamente opinione, ma stava a significare che si tradivano persone e fatti che fino ad all’ora si erano sostenuti.

Che fiducia si sarebbe potuta riproporre su tali personaggi? Eppure sono stati rieletti!

Di chi il merito o le colpe?

Semplice, è la risposta, dell’ignoranza dell’elettorato.

Se uno si prende il potere o glielo concedono con il voto successivamente, se ne deve pagare o gioire poi di tutte le conseguenze che ne derivano.

La differenza tra cittadino e suddito sta proprio in questa personale decisione comportamentale.

Il settore Pesi si era stancato di un governo Zanelliano che non governava, e quindi si alleò con la lotta, essendo già cugini dalla nascita di questa federazione.

Nella lotta il dottor Pellicone, già lottatore in gioventù, attrasse tutta l’attenzione elettorale, poi elaborò un patto collaborativo con i Pesi, infine avvicinò una parte del judo diviso, come detto precedentemente, che lo appoggiò (era la parte judoisticamente vecchia che Zanelli aveva allontanato dal potere).

Ci fu un vero e proprio plebiscito a suo favore, e fu così che cominciò l’era Pellicone, ma anche per lui, c’era un punto debole, nella triade delle discipline: il judo.

Il judo diviso, il judo instabile ed insicuro tecnicamente. La forza politica del judo, anche in quell’occasione, manifestò la sua impreparazione e non riuscì a presentare il meglio della sua espressione.

“Cartago delenda est”.

Questo era il motto dei vincenti, ma chi ricostruiva una realtà che non era Cartagine, ma un settore della federazione?

Tutto fu distrutto: centri tecnici federali, organizzazione programmatica tecnica, accademia, commissione d’esami.

Per fortuna si rispettarono gli atleti azzurri del judo, e con essi, i nuovi eletti, ottennero medaglie olimpiche.

Bella e amara soddisfazione per chi aveva precedentemente scelto e lavorato.

Si spostò anche il centro tecnico del judo, portandolo a Brescia.

Di questo fatto non è rimasto nemmeno il ricordo.

Il judo, per a prima volta, non era riuscito ad inserirsi nel contesto federale come reale terza forza.

Il neo-presidente eletto dottor Pellicone, a differenza del dottor Zanelli, conosceva la federazione benissimo.

La sua giovinezza la percorse come lottatore poi, smessa l’attività agonistica, si interessò della lotta come dirigente della regione Calabria. Trasferitosi a Roma, partecipò attivamente alle problematiche del suo sport favorito al punto da divenirne consigliere federale.

Per lui la passione non era limitata ed esclusiva; gli sport contemplati nella FIAP lo affascinavano e partecipava attivamente alle loro risoluzioni. Divenne vicepresidente federale della lotta, nel contempo, cominciò ad avere riconoscimenti dirigenziali anche in campo internazionale. (FILA).

Parlare ora, di quanto fatto da Pellicone per la federazione è improprio e ingeneroso, i meriti, nel tempo, gli saranno viepiù riconosciuti e definiti; è stato un grande.

Ma il presidente Pellicone come uomo d’azione non lo conosciamo abbastanza, è stato sempre una persona riservata, le cose che faceva le attuava senza fare rumore: dentro, fuori, sopra, sotto, tutto succedeva con lui, nell’ombra. L’intuizione era un’altra sua particolarità.

Il presidente Pellicone ha battuto tutti i record di permanenza al vertice di una federazione.

A sua eterna memoria rimane, il ricordo la sua creatura più prestigiosa e più presente: il centro tecnico federale con annesso il palazzetto dello sport, ora a lui titolato.

Nel 1975, nel judo, con la fine dell’Accademia, con la cessazione dei corsi nazionali per gli insegnanti tecnici, con le commissioni d’esame disomogenee, che avevano il mandato di essere molto “comprensive” tutto ciò, dette la stura ad una somma di variabili negative. Nacque un raffreddamento dei rapporti tra gli insegnanti. Le incerte e varie provenienze tecniche avevano circoscritto i rapporti e ingenerato la disistima tra loro.

L’errore politico, lo paga il tecnico, è una regola fissa.

Ancora non esiste un judo italiano, non esiste un metodo, una scuola, così facendo si è abbattuto anche il valore meritocratico del grado, fondamentale titolo per la struttura del judo medesimo.

Dobbiamo affermare che l’avvento alla presidenza del dottor Pellicone, fece da argine a queste debacle del judo.

Il tutto era stato mitigato dalle medaglie olimpiche di Ezio Gamba, sia a Mosca e sia a Los Angeles.

Pellicone aveva cominciato la sua lunga marcia e necessitava di ampi respiri governativi, cosicché ci fu una revisione del regolamento statutario e del regolamento organico.

Le assemblee l’approvarono.

Successero nel contempo altri fatti: la FILPJ era il gestore per il CONI della FIK (federazione italiana karate), nessuna interferenza era intervenuta, fino ad allora, tra le due organizzazioni, vivendo ognuna con le regole dettate dal CONI.

Tuttavia, la scomparsa di Ceracchini non dette sufficiente forza, ai nuovi eletti della FIK, di mantenere l’autonomia governativa.

Il dottor Pellicone, alla luce dell’azione fatta precedentemente dal dottor Zanelli, su questa neonata federazione, ne prese il totale controllo.

I dirigenti che ne seguirono, non furono all’altezza del compito, cosicché si arrivò all’elezione del 1999, dove la FIK elesse un nuovo presidente nella persona dell’avvocato De Petrillo Luigi.

La FILPJ, prese atto della rivolta e della sconfitta del suo candidato e in virtù della delega gestionale che aveva della FIK annesse la nuova federazione nel suo organico, facendone subitaneamente un settore e cambiando nuovamente il suo acronimo, non più FILPJ, ma FILPJK.

Una riflessione a riguardo: e pensare che al judo, per avere il riconoscimento di settore, ci sono voluti sedici anni di attesa.

Tale fortuna sportiva doveva anche essere approvata da tutto il karate italiano, ma non fu così.

A tal riguardo, era anche una volontà del CONI che desiderava che questa disciplina, fin dall’inizio avesse un unico rappresentante politico-sportivo, ma non è stato così.

Il karate si è frantumato in tante organizzazioni visibili a tutti.

L’egoismo e la vanità, ancora una volta, avevano preso il sopravvento.

continua…

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