Ancora…LIBERA-MENTE

  19/02/2013- Libera-mente: un modo di vedere prima che un titolo “fortunato”. E’ il modo del dialogo, dell’ascolto, dell’interazione che si propone come alternativa alla chiusura, alla difesa e alla stasi. E’ anche il modo dell’inquietudine sistematica di chi sa che quello che fa possa essere costantemente migliorato: se può sembrare una condanna alla perenne insoddisfazione, [...]

Pubblicato da A.C il 9 set 2013 in

 

19/02/2013- Libera-mente: un modo di vedere prima che un titolo “fortunato”. E’ il modo del dialogo, dell’ascolto, dell’interazione che si propone come alternativa alla chiusura, alla difesa e alla stasi. E’ anche il modo dell’inquietudine sistematica di chi sa che quello che fa possa essere costantemente migliorato: se può sembrare una condanna alla perenne insoddisfazione, senz’altro è anche la possibilità di non fermarsi ad ammirarsi anche quando le cose sembrano andare bene, né quella di convincersi che una, due tre medaglie siano sufficienti per confermare le strade già battute.

 

Chiudevamo l’intervento pre-elettorale Libera-mente: verso il FIJLKAM election dayauspicando che “progettualitàregoledialogoascoltopartecipazionepromozione,visibilitàformazione” fossero alcune delle parole chiave di un necessario cambiamento: quella visione può essere confermata, certi che sia fondamentale trasformare queste parole in proposte e quindi in azioni.

 

Raccogliendo, non senza inquietudine ma con entusiasmo, l’invito a “andare oltre” quell’intervento,  facciamo un passo avanti cercando nel piccolo, di leggere la realtà del judo italiano con i piedi nel presente e con lo sguardo rivolto al futuro: libera-mente.

 

Partiamo dal Piano dell’Attività Federale e non dalla bozza 2013: sarebbe troppo facile… Partiamo dal PAF in quanto strumento. Così come è concepito il PAF è un documento obsoleto e soltanto parzialmente fruibile. Il Paino dell’Attività Federale per contro potrebbe rappresentare una grande occasione per introdurre un nuovo modo di lavorare per obiettivi;  ad oggi spesso, pare infatti che oltre alla medaglia olimpica di obiettivi non ve ne siano. Probabilmente non è così: probabilmente gli “altri” obiettivi restano impermeabilizzati tra i super-addetti ai lavori…ma perché vi sia partecipazione è fondamentale la comprensione e la condivisione degli obiettivi di ciascun ambito dell’attività federale ed è fondamentale che questi obiettivi siano chiari, definiti, misurabili, articolati nel tempo, definiti in tappe intermedie, in obiettivi parziali e quindi compresi, condivisi, comunicati, discussi e magari negoziati. In questa luce il PAF può diventare in primo luogo il prodotto del processo di pianificazione quadriennale degli obiettivi da attuare con unaprogrammazione annuale: è qui che potrebbero trovare spazio e senso anche le norme più tecniche che ora ne costituiscono invece il punto centrale. Uno strumento di questo tipo diventa in secondo luogo uno strumento d’apertura e di trasparenza per esplicitare le motivazioni, i fruitori, i vantaggi e gli svantaggi delle scelte operate in questo e in quell’ambito. E’ qui che le commissioni federali potrebbero svestirsi dell’ombra magari errata del “presenzialismo” mostrandosi come tavoli di lavoro il cui frutto viene condiviso in modo visibile. Il PAF potrebbe davvero svilupparsi come strumento della condivisione, dell’apertura della chiarezza: una Federazione che coinvolge, che condivide i fondamenti, i punti di partenza, le tappe, le mete, che verifica, fa autocritica, progetta e riprogetta a carte scoperte è una federazione che si prende il rischio di crescere.

 

Cinque parole per parlare delle Nazionali. Senza dubbio questo è il momento critico: si tratta di fare scelte importanti e probabilmente di necessaria discontinuità. La prima parola è fluidità. Pensare ad una nazionale fluida significa dimenticare l’idea della nazionale in “ritiro permanente”: significa cominciare a valorizzare le strutture periferiche, i club e quei Centri Tecnici di Specializzazione affossati da velleità politiche, invidie e sfiducia. Per fare questo è fondamentale definire delle guide, una struttura, un piano, degli obiettivi. La seconda parola èparità. Forse un po’ inflazionata l’idea di parità è invece un punto di partenza peculiare per lavorare sulle peculiarità delle nazionali maschili e femminili attraverso figure di riferimento specifiche e percorsi propri ed appropriati. La terza parola è specificità. E’ fondamentale individuare figure che lavorino in modo specifico, professionale e sinergico, concentrandosi sull’atleta come persona nella sua globalità e non per compartimenti isolati: preparazione tecnica,addestramento tatticopreparazione fisica ed atletica e mental-training sono le quattro componenti ineludibili che consentono ad un unico meccanismo di dare il meglio di sé. La quarta parola èevoluzione. Preparare i giovani ad essere i campioni di domani non significa considerarli oggi alla stregua degli adulti: è fondamentale a 12, a 16, a 18  e forse anche a 20 anni. Se fino ad ora il settore giovanile ha dato buoni frutti, per migliorare in vista del futuro occorre andare oltre: sarà fondamentale considerare le peculiarità delle classi cadetti e junior per agevolare dei percorsi per tappe utili a formare i migliori di domani; occorre rispettare i tempi e giocare in modo sinergico per favorire una crescita vera: è una responsabilità. Sarà infatti fondamentale garantire una continuità funzionale tra la direzione tecnica giovanile e quella maggiore che vedrà la massima espressione sulla piazza della classe under 23 in un lavoro a “quattro mani” finalizzato a favorire il passaggio al mondo adulto. Infine, la quinta parola è pluralità. Esistono diversi gruppi, non sempre e non necessariamente sovrapposti. Esiste la nazionale universitaria, come esiste il gruppo interforze. Non basterà nominare dei responsabili: occorrono dei programmi, degli obiettivi, delle scelte.
Se ci siamo già soffermati sull’attività senior in precedenza, non significa che l’argomento sia ormai superato: tutt’altro! Le novità introdotte per il 2013 non solo non migliorano un settore in netta difficoltà, lo azzerano completamente: non si cerca partecipazione, né riconoscimento del merito, né progettualità. Sviluppare l’attività over 21 probabilmente significa partire dal basso, valorizzando ciò che esiste attraverso una revisione del sistema di qualificazione, capace di valorizzare  in modo dinamico le realtà locali (con i tornei di Ranking) attraverso la partecipazione delle élites (non sarà  infatti più necessario qualificare di diritto le truppe dei nostri militari per tutelare alcune regioni) senza penalizzare gli appassionati senza troppe pretese. Sarà allora utile mettere in discussione la validità della Coppa Italia che potrà essere felicemente sostituita o affiancata da un Campionato Italiano Senior, laddove l’assoluto potrà diventare un vero e proprio Gran Gala del Judo Italiano con la partecipazione dei migliori (cinque, otto, dieci?) juniores, seniores e, perché no, cadetti. Sarà fondamentale ripristinare l’attività under 23 e valorizzarla come punto di passaggio ineludibile tra il mondo giovanile e quello adulto, così come sarà necessario giocare le migliori carte col mondo universitario: i CUS sono d’altronde una risorsa impareggiabile dove l’alto livello si incontra con la base, in un contesto pieno di risorse…per esempio, la creazione di un circuito universitario potrebbe riempire quel pesante vuoto che da tempo incombe sull’attività senior?

 

Qualificazioni e finali dei campionati italiani. Per parlare di qualificazioni è inevitabile parlare anche di finali: ci si qualifica proprio per quello. Qualificare significa selezionare ma anche rendere migliore. Sarà bene non dimenticare il significato di questa parola nel lavoro di revisione del sistema di qualificazione alle finali nazionali: come selezionare per avere davvero i migliori? Il sistema attuale con le Qualificazioni Regionali, se può essere “pratico” non è senza dubbio obiettivo: non premia la qualità ma la quantità. Basti pensare a quelle regioni  in cui i numeri esigui penalizzano degli ottimi atleti. Non penso che l’accorpamento di più regioni risolva il problema. Come avviene in diverse nazioni europee è senz’altro più valido il metodo delleRanking List che se rende giustizia agli atleti, nel momento storico in cui viviamo non è tuttavia applicabile per regioni di giustizia sociale. Come è stato proposto da più parti, un sistema “ibrido” potrebbe essere il giusto compromesso tra presente e futuro? In termini pratici significherebbe qualificare un gruppo di 10-15 atleti attraverso i tornei di Ranking, e con essi i primi classificati di ciascuno di questi tornei, i medagliati alle finali dell’anno precedente ed una “manciata” di altri atleti provenienti dalle qualificazioni regionali che potrebbero ammettere un atleta ogni 8-10 partecipanti. Giustizia sarebbe fatta?? Almeno in parte. Resterebbe pìù che mai attuale la necessità di moltiplicare i tornei “a punteggio” in modo che vi siano occasioni tanto al nord, quanto al centro e al sud: sarebbe utile sostenere la nascita di nuovi eventi, finanziandone il battesimo, agevolandone l’organizzazione opiuttosto promuovendo la trasformazione delle manifestazioni “locali” in eventi di più ampio respiro ed utilità.  Se invece dalle qualificazioni ci spostiamo alle finali, il primo scoglio da superare riguarda le sedi di queste gare: come raggiungere l’estremo nord e l’estremo sud senza un notevole investimento di tempo e denaro? Perché per assurdo, non disputare ogni finale ad Ostia? Sfruttiamo ilPalafijlkam! Se da un lato Ostia conserva anche un significato “simbolico”, d’altro canto vanno riconosciuti i vantaggi dati dalla centralità geografica. Agevolare gli atleti in questo caso significherebbe moltiplicare le convenzioni tra la Federazione e le compagnie aeree e ferroviarie, gli alberghi, le società dei trasporti terrestri.  Impossibile? I numeri di atleti e parenti di ogni finale nazionale non potrebbe far ragionare anche le aziende più ostinate??

 

E’ inevitabile un cenno al nuovo regolamento di gara, che l’Italia fino ad ora ha scelto di applicare in una versione “ibrida” e discutibile. E’ noto che questo regolamento sia una vera e propria sperimentazione, nata in parte per ragioni tecniche ed in parte per ragioni politiche. E’ noto anche che al termine del periodo di prova le nuove regole dovrebbero essere rimesse in discussione perché siano ratificate in via definitiva solo quelle ritenute più idonee. Se diverse nazioni europee tra cui alcune delle super-potenze hanno scelto con senso di non applicare la sperimentazione a livello nazionale, l’Italia galleggia ancora nel limbo dell’indecisione. Chi in questo periodo ha sperimentato le novità ha toccato con mano il fatto che il tecnicismo sia spinto allo stremo e parte delle norme siano difficilmente realizzabili al di fuori dei gruppi d’élite. E’ impossibile che anche in Italia si scelga “per sé” indipendentemente dalle sperimentazioni e dalle elucubrazioni internazionali? Sarebbe doveroso almeno in questa fase di prova. D’altro canto sarebbe opportuno mettere in campo le nostre migliori risorse arbitrali per comprendere al meglio queste novità così da trasmetterle, insegnarle e farle provare sul campo a chi dovrà prepararsi e a chi dovrà “preparare” per l’attività internazionale 2013.

 

Un cenno dunque al settore arbitrale. Si parla spesso di alzare il livello degli atleti ma degliarbitri a torto, non ci si preoccupa. Abbiamo delle risorse decisamente valide spesso ignorate perché non conoscono l’ombra del campanile “migliore”: anche in questo caso occorrono dei criteri obiettivi che riconoscano il merito; d’altro canto sarà opportuno agevolare il maggior numero di esperienze come avviene per gli atleti autorizzarti a partecipare all’attività internazionale liberalizzata. Guardando infine all’attività “di base” potrà essere utile creare occasioni di formazione congiunte in cui tecnici, arbitri ed atleti si trovino insieme sul tatami: confronto è crescita reciproca! Le prime finali dell’anno coi cadetti, hanno mostrato che forse qualcosa comincia a muoversi…

 

L’ultimo pensiero lampo va ai settori giovanili a partire da quello scolastico e promozionale: che fine farà il progetto scuola FIJLKAM? E’ in cantiere una seconda fase, un’evoluzione? Allargare le basi è cruciale per garantire il futuro e la scuola è un contesto eccezionale a questo proposito. Penso che la futura Commissione Nazionale Scuola e Promozione possa giovare del contributo di esperti di judo che siano anche ben inseriti nel tessuto scolastico nazionale, capaci dunque di individuare le strategie migliori per ampliare le collaborazioni e per trovare i linguaggi più idonei ai contesti formativi istituzionali. Ai settori giovanili veri e propri – esordienti, cadetti e junior per essere espliciti –  spetterà invece l’arduo compito di guardare a Rio 2016 e oltre: si tratterà individualizzare i percorsi di crescita e gli obiettivi, si tratterà di decentrare le risorse, di promuovere la partecipazione alle scelte, di valorizzare i talenti creando un dinamismo centrato sul merito oggettivo dell’atleta. Si tratterà anche in termini concreti di non fermarsi a gare e calendari ma di pianificare una formazione globale vera e propria capace di articolare gare, stage, ritiri e quanto necessario per favorire una crescita sportiva protesa al futuro. Un punto interrogativo: qualora esteso anche al judo, il sistema  di accorpare la nazionale juniores alla nazionale maggiore, così come è stato deciso in questo ultimo periodo per la lotta ed il karate, sarà in grado di valorizzare soltanto i fuoriclasse o saprà giovare anche i talenti più nascosti ed ai meno talentuosi?

 

Concludendo: Sant’Agostino nelle sue Confessioni scriveva che “la speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Il primo di fronte a come vanno le cose, il secondo per cambiarle”. Siamo convinti che i dubbi e le critiche di questo inizio quadriennio nascano “libera-mente” nella speranza di cambiare in meglio: non per noi che il judo lo “parliamo” ma per i nostri ragazzi che il judo “lo sudano” ogni giorno sul tatami di casa e sui tatami di mezzo mondo.


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